Geithner in missione europea

di Gianluca Galletto.

Secretary Timothy F. Geithner, John Podesta di Center for American Progress

Action. La parola che più di ogni altra riassume le richieste dell’Amministrazione Obama all’Europa. Obama, attraverso il suo ministro del Tesoro Timothy Geithner chiede all’Europa di passare dalle parole ai fatti. Stiamo parlando del futuro dell’Eurozona naturalmente e della crisi in atto nel continente europeo che sembra essere arrivata a un altro dei suoi momenti cruciali (quante volte l’abbiamo sentito?). Non è la prima volta e non sarà l’ultima.

La crisi dell’euro è esplosa poco più di due anni fa ed è stato un susseguirsi di annunci, summit, dichiarazioni e smentite, con i mercati appesi alle parole di Trichet, Draghi, Merkel, la Commmissione, l’FMI, il tutto in un’orgia di acronimi che fino a due anni fa conoscevano solo gli addetti ai lavori.

Siamo a una svolta, pare, perché Draghi ha detto che la BCE è pronta a tutto per difendere l’Euro. Ma i mercati, e l’amministrazione americana, attendono delle azioni concrete. Abbondano le analisi e gli esercizi divinatori su quale sia il vero menù a disposizione della BCE e cosa effettivamente farà, visto che i limiti legali e politici (la Germania e la Bundesbank) sono ben chiari. Finora di momenti “cruciali” ce ne sono stati molti e costantemente smentiti dai fatti. Sembra che stia per crollare tutto, gli spread volano, ma poi i leader europei prendono qualche decisione che fa guadagnare tempo e c’è un po’ di calma. E poi si ricomincia. Messa su un grafico avremmo uno zig zag da fare invidia alle montagne russe di Coney Island. Peccato però che la volatilità di breve período si innesti in un trend inclinato verso il basso. Nel frattempo la situazione peggiora. L’Amministrazione è estremamente preoccupata dalla situazione europea. Il senso di frustrazione è palpabile ed è aggravato proprio da quanto descritto sopra, da un comportamento dei leader europei che in inglese si chiama “kicking the can down the road”, prendere a calci la lattina lungo la strada o rimandare la risoluzione del problema.

Il Presidente già lo scorso autunno aveva mostrato la sua frustrazione durante incontri privati. Ad una cena di sottoscrizione di altissimo livello organizzata a New York aveva chiaramente detto di passare troppo tempo al telefono con i leader europei e che tutto questo distraeva energie essenziali a risolvere i problemi già enormi degli Stati Uniti. Ieri sera Joel Benenson, il chief pollster e capo della strategia di comunicazione della Obama Campaign, confermava gli stessi sentimenti. Il momento è difficilissimo: Obama è letteralmente bloccato sul fronte della politica economica ed è impegnato in una campagna elettorale durissima di cui non abbiamo ancora visto il peggio.

In questo paese la crescita resta molto anemica. Gli ultimi dati (+1,5% di crescita annuale nel secondo trimestre del 2012) mostrano come l’ottimismo del primo trimestre fosse infondato. L’Europa preoccupa perché il crollo dell’euro avrebbe un impatto devastante attraverso i meccanismi di trasmissione finanziari. In temini di interscambio commerciale l’impatto non sarebbe elevato. L’UE è sì il partner economico più importante degli Stati Uniti, ma soprattutto per i legami di investimento diretto (milioni di posti di lavoro sono legati ad aziende europee), e per un’integrazione molto profonda dei settori finanaziari dei due continenti. Europa e America sono di fatto quasi un’unica area integrata a livello finanziario. Le maggiori banche americane sono presenti in Europa con posizioni di mercato dominanti. Allo stesso tempo le più grandi banche europee sono presenti in America ai primi posti nell’investment banking. Le prime 10 banche del mondo sono per metà americane e per metà europee. Il sistema finanziario europeo usa miliardi di dollari ogni giorno per operazioni internazionali, molte delle quali legate a interscambio di beni e quindi non tutte speculative come facilmente si pensa. Infatti, la BCE si sostituisce spesso ai fornitori di liquidità americani (banche e fondi money market), la cui offerta di dollari al sistema bancario europeo si è molto ridotta. Fra i colossi dell’investment banking a New York non ci sono solo Goldman o JP Morgan, ma anche UBS, Deutsche Bank, Barclays, e, a un gradino più basso, Société Generale, BNP e via discorrendo. Per molti operatori finanziari, anche piccoli (hedge fund, gestori, società di advisory), è normale avere due squadre di lavoro, una a New York e una Londra, che lavorano come se fossero una sola. Vari “incidenti” dovuti a speculazioni andate male sono stati fatti nelle sedi londinesi di banche americane: l’ultimo relativo a JP Morgan, ma vale anche la pena ricordare AIG nel 2008. Insomma, un default della Spagna o, peggio, dell’Italia causerebbe fallimenti a catena fra le banche europee che a loro volta farebbero saltare banche americane, con tutte le conseguenze drammatiche del caso.

È chiaro che c’è anche un calcolo elettorale, visto che l’economia resta il terreno di sfida principale fra Obama e Romney. Essa è la priorità per gli elettori americani. Esiste però anche una questione relativa alla cultura dell’amministrazione. Obama e il suo team economico hanno certamente una visione molto piu keynesiana rispetto alle attuali cancellerie europee (quelle che contano). Cosa ha chiesto infatti Geithner, al di là delle dichiarazioni ufficiali, se non un utilizzo della leva fiscale e quindi un ammorbidimento delle posizioni della Germania rispetto alle politiche di austerità implementate finora? Certamente ci sarà una richiesta di interventi più drastici della BCE che possano spegnere l’incendio in corso (ma che non risolvono il problema di lungo periodo degli squilibri insiti nell’architettura dell’unione monetaria). Bisogna però tenere presente che i tassi sono vicini allo zero e che la politica monetaria, sia in Europa che in America, ha ormai poco spazio di manovra e, senza uno spostamento dilazionato nel tempo delle pur necessarie riforme di riduzione di deficit e debito nei paesi periferici, uno stimolo della domanda interna della Germania e una maggiore tolleranza da parte di questa di un po’ di inflazione, le vie di uscita non ci sono. Allo stesso tempo è chiaro che gli USA, a parte la moral suasion e un po’ di leve di politica estera e il fatto che siano il primo azionista del FMI, possono ben poco in Europa. Il viaggio in Europa di Geithner è tutt’ altro che una passeggiata.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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