I droni e l’etica della guerra

di Alan Marazzi.

di neutopia

Ogni martedì il presidente Obama si incontra in una sala in teleconferenza con svariati ufficiali dell’esercito e addetti alla sicurezza nazionale del Pentagono. Questi meeting servono per passare in rassegna nomi, volti e grado di pericolosità di terroristi sparsi per il mondo. I più pericolosi sono indicati dal presidente come bersagli e in breve tempo vengono colpiti da velivoli pilotati a distanza.

Questa rivoluzione è resa possibile da un nuovo tipo di veicolo che non necessita di un equipaggio a bordo, ma a cui basta un pilota ad 8000 km di distanza per colpire con precisione estrema. I velivoli più utilizzati sono conosciuti come Reaper e Raptor, e checché se ne dica la maggior parte delle missioni è di semplice ricognizione e non di attacco. Poco tempo fa il New York Times ci ha raccontato con uno speciale dei martedì segreti e ha sollevato diversi dilemmi.

Le questioni morali sono svariate e vanno analizzate con cura. Innanzitutto la più lampante, ovvero la moralità di un attacco compiuto ad elevatissima distanza da velivoli senza pilota. In secondo luogo il numero di vittime collaterali e il modo in cui vengono contate. Infine la legittimazione di questo tipo di attacchi.

L’idea di poter uccidere qualcuno a migliaia di km di distanza semplicemente premendo un pulsante può essere disturbante. Per non parlare del fatto che i velivoli sono senza equipaggio a bordo e questa immagine può erroneamente evocare l’idea di un attacco compiuto da una macchina. In realtà i droni sono guidati da un pilota al sicuro in una base aerea negli Stati Uniti, che dispone di tutti gli strumenti necessari per poter identificare e colpire un bersaglio con estrema precisione. Il fatto che il tutto si svolga davanti ad un freddo monitor è irrilevante, infatti anche sui moderni caccia da combattimento con pilota a bordo tutto si svolge ormai tramite monitor, sensori e sistemi computerizzati di mira.

Il colpire un bersaglio di un paio di metri da 1000 metri o da 8000 km di distanza non fa alcuna differenza poiché l’occhio umano semplicemente non ne è capace. Il problema delle vittime civili è invece da tenere in considerazione, anche se il numero dei morti collaterali sta drasticamente calando. C’è chi lamenta una distorsione di queste cifre poiché qualunque individuo maschio che si trovi al fianco del bersaglio al momento dell’attacco viene considerato come un favoreggiatore. Sicuramente se viene colpito un convoglio carico di armi al fianco di un terrorista non ci sarà di certo un santo, ma non sempre gli attacchi mirati avvengono con queste modalità e si teme che anche la distruzione dei campi di addestramento prima o poi causi qualche disastro. Le organizzazioni sul campo danno quindi cifre molto diverse da quelle ufficiali, che però molto probabilmente sono decisamente troppo elevate. Spesso nemmeno la CIA riesce ad identificare tutti i corpi presenti sul luogo di un attacco, e ad esempio in Yemen ogni bomba proveniente da un aereo è vista come un attacco compiuto da droni mentre anche l’esercito yemenita compie operazioni con velivoli convenzionali.

La questione della legittimazione è invece più oscura e pressante. Tutto è cominciato con la promessa elettorale di Obama di chiudere il carcere di Guantanamo. Promessa che non ha potuto mantenere, il che lo ha costretto ad adottare una strategia differente: non fare più prigionieri. Questa idea, mixata con la dottrina del “targeted killing”, tanto richiesta ai tempi di Bush per evitare l’invasione dell’Iraq, ha dato vita ad una vera e propria guerra “clandestina”, poco raccontata e molto estesa. Gli scenari coinvolti sono Yemen, Somalia, Afghanistan e Pakistan, ovvero dove il terrorismo globale fa più proseliti.

Una delle maggiori minacce è che si sia formato un precedente scomodo anche per gli Stati Uniti stessi. Dobbiamo infatti considerare che non vengono tenuti processi, ed è addirittura capitato che ad essere colpiti fossero cittadini americani. Ovviamente questo è possibile solo in guerra ed è per questo che i media chiamano questi attacchi mirati “la guerra segreta di Obama”, nonostante non ci sia un importante dispiego di forze.

Tralasciando le questioni morali sorge spontanea una domanda: questa strategia funziona? La risposta è sì. In Yemen è stato possibile destituire Saleh e indebolire alla radice la rete terroristica presente sul territorio e in Pakistan è ovvio agli occhi di tutti che senza i droni non sarebbe stato possibile uccidere Bin Laden e i talebani stanno sempre più rapidamente indietreggiando. In Afghanistan, dopo 10 anni di guerra la situazione sta migliorando a vista d’occhio e gli attacchi mirati tramite droni rendono possibile un minimo dispiego di forze, così da rendere sempre meno invasiva la presenza di milizie estere sul territorio. A riprova di questo basta notare che quest’anno si terrà il primo campionato di calcio afghano, che il 60% degli abitanti guarda la TV regolarmente ed esistono 17 milioni di telefoni cellulari. Quali erano le cifre prima del 2001? Zero in entrambe le categorie.

I critici sostengono che gli attacchi dei droni portino alla radicalizzazione della società civile, ma in realtà non è così. Nei grandi centri abitati in effetti assistiamo ad una lieve radicalizzazione, ma niente in confronto al lavaggio del cervello propinato dai talebani ad esempio in Pakistan. Nelle zone rurali e tribali invece la strategia di attacchi mirati sta avendo l’effetto opposto. Infatti è in queste zone che il dominio estremista e terrorista è più opprimente e basta guardare le notizie di questi giorni per capire che molto spesso i droni sono decisamente il male minore.

Il problema permane nei grandi nuclei urbani, anche se ad esempio in Pakistan gli attacchi avvengono quasi esclusivamente nel territorio tribale, e per poter avere un pieno successo di queste operazioni è necessario che i droni siano inseriti in una strategia ben precisa. Gli attacchi mirati non possono essere La strategia, o almeno non a lungo termine. Devono essere supportati da operazioni a terra, soprattutto di intelligence, ed essere appoggiati con forza dalla classe dirigente locale.

In futuro lo strumento sarà sempre più utilizzato ed infatti Obama sta spingendo perché la NATO si doti di questi veicoli al più presto. Prepariamoci quindi a vedere una crescente attenzione attorno alle operazioni. L’importante è che i Reaper e i Raptor siano utilizzati con coscienza e all’interno di strategie ben definite, di una visione sistemica e di lungo periodo.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti