Dalla Finlandia al Portogallo, una voce sola per l’Europa

di Francesco Molica.

Foto di Francesco Fabbro

La tagliola di questa crisi epocale che, entrata ormai nel quinto anno di vita, continua a dissanguare il continente europeo è stata azionata da cause profonde, in maggioranza sistemiche: l’imp(r)udenza creditizia e finanziaria delle banche a fronte di una cornice regolamentare accondiscendente; gli eccessi fiscali in cui si sono crogiolati la maggior parte degli stati membri in un periodo di relativa prosperità (e che oggi mercati e agenzie di rating stanno facendo pagare a interessi da usurai); e da ultimo la conformazione mutila e intrinsecamente inadeguata dei dispositivi di governance europea, sia politici che monetari, dispiegati contro la tempesta.

C’è tuttavia un elemento, meno battuto dalle cronache e dalle analisi, che se non è all’origine del gorgo in cui si è ricacciata l’Ue ha contribuito di parecchio ad approfondirlo: un’attitudine alla comunicazione schizofrenica alla meglio, e in non poche circostanze dichiaratamente suicida. In questi anni il concerto scomposto di dichiarazioni, proclami e smentite pubbliche in cui si sono esibiti capi di stato, politici e banchieri ha innaffiato di benzina l’incendio già in corso. Spesso e volentieri provocando veri e propri collassi o congestioni. Come all’inizio di luglio. Non c’era stato ancora il tempo di metabolizzare il corposo piano anti-crisi sottoscritto nel corso dell’ultimo Consiglio che Olanda e Finlandia già ne sconfessavano urbi et orbi le misure fondamentali, scatenando un quarantotto sulle principali piazze finanziarie. Ma di episodi analoghi il passato recente ne ha prodigati a bizzeffe. In Germania le esternazioni in libertà degli alleati al governo della Merkel (liberali e cristiano-sociali), ora sulla dipartita della Grecia dall’euro, ora contro i fondi salva-stati, hanno ormai toccato una frequenza esasperante. E cosa dire del “giallo” estivo sul comunicato congiunto firmato da Spagna, Italia e Francia, sbandierato dalla prima e (rin)negato di rimando dalle seconde?

In pochi oggi sarebbero pronti a sostenere che i mercati hanno agito del tutto in buona fede al cospetto della crisi dell’euro. Del resto, i rumors su un imminente assedio ribassista ai danni della moneta unica, armato da alcuni pezzi da novanta di Wall Street, non sembrano infondati.

E nondimeno l’altra faccia della verità è che la pazienza degli investitori è stata ogni giorno di più rosicchiata dall’affastellarsi di annunci e controannunci profusi a piede libero dai governanti comunitari. I quali, con la loro irresponsabilità retorica, hanno mostrato di ignorare una qualità che la mentalità anglosassone di cui sono impregnati gli ambienti finanziari ritiene imprescindibile: il parlar chiaro e in maniera coerente.

La questione è stata meritoriamente sollevata da Alessandro Leipold del Lisbon Council in un fondo apparso sul Sole 24ore lo scorso 18 luglio. Leipold ricorda che “il superamento di una crisi finanziaria” richiede “fiducia”. E non “vi può essere fiducia senza la trasmissione di una unità d’intenti, ultimamente distrutta dal marasma di distinguo nordici”. Per tale ragione “poco sorprende, in questo clima, il perdurare degli spread a livelli, secondo l’Fmi, ingiustificati dai fondamentali”.

Per comprendere quanto in questo frangente di severa incertezza le parole abbiano un peso specifico, siano delle vere e proprie “pistole cariche”, come avrebbe detto Sartre, basta una volta ancora scorrere l’attualità degli ultimi giorni: nella fattispecie l’euforia suscitata dalle allusioni di Draghi a un intervento più deciso della BCE contro la crisi (l’ormai celebre “faremo di tutto per l’euro”) e il tonfo delle borse seguito alla successiva, e poco risolutiva, conferenza stampa di agosto tenuta dello stesso governatore centrale.

Il punto, sostiene Leipold, è che “le aspettative si formano sì con l’azione, ma in modo essenziale anche con una comunicazione disciplinata, fatta di parole precise e coerenti con l’obiettivo prefissato”. A voler tracciare una cronologia delle sortite pubbliche che hanno accompagnato questi anni di burrasca, emergerebbe con luminosità come una simile constatazione di buon senso sia stata di continuo calpestata.

Secondo Leipold tanta confusione verbale è naturalmente l’effetto indesiderato di un contesto in cui le forze centrifughe dell’Europa intergovernativa hanno cannibalizzato il cosiddetto metodo comunitario. In cui cioè le decisioni prese a Bruxelles, non importa quanto incisive, sono sempre di più depotenziate da divergenze e interferenze nazionali. Ognuno sente il diritto di dire la sua, spesso per calmierare il nervosismo delle proprie opinioni pubbliche.

Questa deriva potrà essere arginata solo a patto di procedere a una riforma profonda dell’architettura istituzionale europea, rafforzando per esempio il ruolo del Parlamento di Strasburgo. O ancora unificando la figura del presidente della Commissione e del Consiglio.

Per l’intanto, tuttavia, alcune banali accortezze potrebbero ridurre i danni. Leipold propone che, a margine dei principali summit comunitari, “si stabilisca l’obbligo di parlare in pubblico con un’unica voce”. Ossia che “terminato un Consiglio Europeo, e prese di comune accordo alcune decisioni, vi sia una sola conferenza stampa, del Presidente del Consiglio o dell’Eurogruppo, che le illustri in base al comunicato stampa congiunto. Si abolisca la prassi delle conferenze stampa nazionali”.

Non è molto, e certo non si tratta di una misura dirimente, ma potrebbe servire ad abbassare il volume della cacofonia. Non possiamo pensare di mettere la museruola ai capi di stato o ai loro maggiorenti. Ma ci piacerebbe che essi usassero toni più diplomatici o si premurassero di evitare frasi inopportune o controverse considerata la posta in gioco.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti