di Tommaso Caldarelli.
Quando c’è da complicarsi la vita, il centrosinistra sembra essere, da sempre, lo specialista. E dire che stavolta nemmeno ce ne sarebbe stato il bisogno. Nonostante una fase Monti gestita tutto sommato a testa alta e con il relativo tacito placet delle forze sindacali che potevano montare un putiferio triplo rispetto a quello che hanno effettivamente montato; nonostante tutti gli italiani abbiano chiara l’associazione fra la fase attuale e le responsabilità del governo di centrodestra; nonostante dall’altro lato della barricata già si candidi un usatissimo poco garantito come Silvio Berlusconi in persona, pronto a vendere di nuovo la sua paccottiglia agli italiani; nonostante i sondaggi che unanimemente danno il Partito Democratico in vantaggio abissale rispetto agli altri partiti italiani, nonostante tutto questo quel che ci si prepara a proporre agli elettori, come alternativa, come ripartenza, è ancora una coalizione improbabile, disomogenea, lacerata dai conflitti già prima di iniziare la gara. Non bastavano le crepe interne al Partito Democratico su molti fronti sensibili, resi evidenti durante l’ultima conferenza nazionale: era proprio necessario proporre il fronte largo con l’UdC e Sinistra, Ecologia e Libertà come base programmatica di partenza per il primo partito del centrosinistra, addirittura prima della celebrazione delle primarie?Certo, il piano di Bersani è in due tempi e non è così scontato: prima “la costruzione del centrosinistra”, l’asse forte con Nichi Vendola, e solo poi, ed eventualmente, l’alleanza con Casini; le notizie sono tante e confusionarie, condite da una buona quantità di chiacchiericcio estivo, e anche questo non aiuta. In ogni caso la strategia che pare disegnarsi appare comunque suicida, opposta per coraggio all’azzardato ma infine efficace “andremo da soli” di Veltroni del 2008. La pavidità della classe dirigente del centrosinistra si mostra in tutta la sua in-efficacia: per paura di perdere, ci si affida alla matematica dei voti. Solo che le elezioni non sono algebra: non è affatto garantito che davanti alla prospettiva di un’alleanza che è solo apparentemente binaria, mentre è in realtà evidentemente plurale – per non dire: un gran vociare indistinto -, gli elettori, soprattutto quelli più distanti dalle posizioni del centrosinistra, e che nei sondaggi di opinione avevano indicato genericamente di essere disposti a votare per l’alternativa, alla fine scelgano di barrare la crocetta del Partito Democratico o, men che meno, di SeL.
Ovviamente, non si parla solamente con l’occhio puntato sul Partito Democratico: perché già le voci si rincorrono, impazzite come al solito. C’è chi segnala come, volente o nolente, l’epilogo per SeL non possa che essere la confluenza in una lista unitaria prodromica all’annessione vera e propria al Partito Democratico, necessaria per sconfiggere lo spauracchio dell’eventuale “soglia di sbarramento” che oscura incomberebbe sui destini di Nichi Vendola: anche questo esito è tutt’altro che definibile come “gradito a priori” agli elettori dell’ala estrema di questa futura, ipotetica coalizione. Anzi, tutt’altro.
Così, lo scenario appare rischioso a dir poco, pericolosamente autodistruttivo a voler parlar chiaro. Chi scrive non è favorevole alla cosiddetta “vocazione maggioritaria” ad ogni costo. Mi sembra però scontato dire che quando le condizioni appaiono favorevoli – e in questo caso, se non eccelse, le circostanze sembrano indubbiamente più a favore del Partito Democratico e del centrosinistra che in altri momenti – non è il caso di ingarbugliarsi in strategie attendiste, disegnando percorsi di alleanze di cui non si sentiva il bisogno e che, in nome di una “non autosufficienza” proclamata a prescindere, allontanano consensi e mischiano idee, programmi e valori diversi.
Innanzitutto è da vedere se, a priori, il centrosinistra del Partito Democratico sia davvero non-autosufficiente. La forza, l’autosufficienza, non è in ogni caso un dato di partenza: è qualcosa che si conquista con la campagna elettorale, con la forza dei programmi, delle idee e delle proposte, con la mobilitazione, se la si vuole, se ci si crede. Partire dal presupposto che non la si ha equivale a partire sconfitti. Disegnare un’alleanza a tridente, poi, in cui si pensa di essere “coperti” a sinistra da una forza che ha riscosso finora la speranza di molti più in virtù della retorica e delle qualità del suo leader, mentre nei suoi più bassi ranghi è divisa in un coacervo di posizioni non meglio identificabili; e in cui poi si presume – con molta fantasia, peraltro – di essere “coperti al centro” e di poter rassicurare i moderati sol perché fumosamente appaiati con una forza che proviene da un’esperienza con Berlusconi che tutti ricordano, che ha imbarcato i teodem fuoriusciti dal Partito Democratico, e che su praticamente tutte le posizioni rilevanti è distante anni luce proprio da quel centrosinistra che vorrebbe essere lo “zoccolo duro” di questa nuova coalizione, è praticamente un suicidio.
Il piano di Bersani, nella sua non-originalità, è più che chiaro: consolidarsi al centro del centrosinistra, contare sulla voglia di poltrone dei suoi due alleati – che se la gestiscano loro, la propria emorragia di voti – e governare con larghe forze. Purtroppo questo è uno schema già rodato: sono i discorsi che si sentivano ai tempi dell’Unione di Romano Prodi, con l’Ulivo che doveva essere il nocciolo forte dell’alleanza, e poi si sa come è andata a finire. Di più: in quell’occasione c’era la questione del servizio nei confronti dell’alleanza, della convergenza per portare al governo un esponente esterno che, non essendo di nessun partito, poteva rappresentarli tutti. Siccome il premier sostenuto da quest’alleanza, nelle idee, è Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, ci si chiede come una tale architettura possa reggere.
Conta anche moltissimo la nostra legge elettorale, e la pratica politica che da qualche tempo a questa parte si è fatta strada: quella delle “alleanze prima del voto”. Diverso infatti sarebbe stato trovarsi in una situazione inglese o tedesca, per così dire, dove non può che formarsi una coalizione imposta dai fatti, dopo le elezioni, che in qualche modo doveva funzionare (ad esempio Conservatori e Liberali nel Regno Unito sono distantissimi su molti temi). Siccome tutti i sistemi politici citati (Italia, Germania, Regno Unito) sono, formalmente, parlamentari, si poteva tentare anche questo approdo, anche a legge elettorale vigente, perché niente per ora ha modificato il fatto che in Italia si elegge il parlamento, non il premier o chissà cos’altro. Sembra che la riforma elettorale tanto auspicata da Giorgio Napolitano vedrà il nostro paese tornare al proporzionale puro delle mani libere: Angelo Panebianco nota come anche questo abbia dei rischi. Certo, ogni legge elettorale ha i suoi contro, e una scelta alla fine la si dovrà pur fare.
E più che del conto dei voti è utile parlare dei temi, delle idee, e porre qualche domanda all’ancora nascitura alleanza. Il Partito Democratico in tempo di referendum, per rispondere all’opinione pubblica che lo accusava di essere troppo tiepido sui quesiti, fece uscire dei manifesti molto decisi del tipo “noi abbiamo le idee chiare”. Quattro sì, quattro abrogazioni. SeL manco a parlarne. Pierferdinando Casini si dichiarava “ancora nuclearista dopo Fukushima” e venne fischiato all’assemblea dei socialisti. Come la mettiamo? Stesso discorso sull’acqua pubblica: Casini diede indicazione di votare no. Sulle coppie di fatto e sulle unioni omosessuali Nichi Vendola fa la voce grossa e dice che nel suo programma la questione è scontata: diritti uguali per tutti. Quella Paola Binetti (UdC) che definisce l’omosessualità una devianza uscirà dal partito, o sarà Vendola a cedere? Sulla riforma del Lavoro di Elsa Fornero l’UdC ha parlato di “successo per l’Italia” anche se molte erano le ombre e i punti da chiarire. Quale sarà il punto di incontro? Che ne pensa l’UdC del contratto unico? E come può pensare SeL che la sola voce grossa di Nichi Vendola basti a Casini a rinunciare ad anni di posizioni, idee e a un orticello al centro ben coltivato?
Domande che pretendono una risposta e disegnano uno scenario: come l’Unione di Prodi, anzi peggio. Perché almeno lì, formalmente, i partiti erano 20 e quindi qualcosa si poteva imbastire, a giustificazione dell’inefficienza. Ora formalmente sono tre, anche se pieni di posizioni divergenti. Se l’Italia desse di nuovo fiducia al centrosinistra, come si potrebbe giustificare l’ennesimo fallimento? Le premesse, in questa situazione, non sono delle migliori. Qualcuno dovrebbe convincerci che varrà la pena fidarci di più.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





E’ necessario che il PD punti sulla Vocazione Maggioritaria, anzichè costruire improbabili Ugnoni, che con l’Ugnone originale avrebbero solo la vocazione all’ingovernabilità. Il “Buttigliendola” è improbabile almeno quanto l’Ugnone, e per di più sarebbe costruito in 3 fasi, tra pre- infra- e post- elezioni.
Meglio riconoscere che le coalizioni di governo si fanno in Parlamento, DOPO che il Populo si è espresso – come nel resto d’Europa -, e devono mirare alla costruzione di un Programma Omogeneo di Governo, cosa che non è affatto scontata con altri metodi “a capocchia”.
Bell’articolo. L’alleanza del PD con un nuovo centro e’ un bene per il futuro del paese. Volerci Vendola dentro e’ una follia, l’intruso e’ Vendola
@renzino il filofoso
Ah si! E secondo te bisogna andare a votare senza sapere con chi si metteranno assieme e quale programma intendono apllicare? Allora perchè vado a votare? Tanto vale allora lasciare tutto com’è e che si sbizzarriscano a mani libere. E allora cosa voto? Che senso a il mio voto? Voto solo un logo? Un colore? Che cosa?
Ma allora non sono poi così sicuri di vincere se deve attendere i numeri del voto per contarsi e decidere sul da farsi. Ma allora significa anche che sono tutti uguali l’unico interesse è salvare loro e non gli itagliani.
Certo che se sono tutti come te sicuramente avranno buon gioco!
@ Parla Come Mangi
Nel resto del mondo si fa così, infatti i Partiti politici esistono perchè sono in grado di presentare una piattaforma politica sufficientemente definita e consistente, e con quella si presentano agli elettori.
Quando gli elettori si sono espressi, si valuteranno i risultati e si faranno le addizioni – sia quelle matematiche che, soprattutto, quelle politiche.
Senza sapere il grado di consenso democratico agli orientamenti politici rappresentati dai Partiti, non vai da nessuna parte.
Nel resto del mondo si fa così… cosa???
Vado a votare uno di sinistra, ed esempio, e poi perché ha preso meno voti per governare da solo si allea con uno di destra, Questo secondo te accade nel mondo?
Ma dove vivi? Ma guarda, tanto per farti un piccolo esempio, se io avessi saputo prima del voto che quello di sinistra si sarebbe alleato con quello di destra, non l’avrei votato. A meno che non avessero presentato un programma comune e che chiaramente mi avrebbe convinto.
Quindi non voto un colore , una persona oppure un simbolo, voto quel programma politico che mi prospetta. Quello oppure scelgo qualcos’altro.
Molto semplice, accade anche nella vita reale. Quando acquisto un prodotto pretendo di avere quello che avevo scelto e con quelle caratteristiche, e non voglio che me lo si cambi o me ne diano due simili.
Questa si chiama democrazia cioè avere la possibilità di scelta e non quella in cui si fa finta di scegliere perché qualcun altro deciderà successivamente per te.
Nel resto del mondo europeo si fa così, caro parla come mangi. Vedi le coalizioni fatte dopo le elezioni in Germania, in Belgio, financo nella bipolare Inghilterra.questo non significa che se un partito vince bene non possa governare da solo o comunque prevalere, ad esempio la coalizione in Inghilterra fra conservatori e lib fa prevalere il programma conservatore, ecc. Se voti un partito, speri che il suo programma prevalga, ma preferiresti che riesca comunque a realizzarne, che so, il 59% se costretto in coalizione, piuttosto che lo 0%. O no?