Allargamento UE. L’Europa è ancora motore di cambiamento

di Simona Milio.

I miei viaggi in Europa di Marco Scuderi

La prossima estate testimonierà il sesto allargamento dell’Unione Europea (UE)[1]. La Croazia sarà così il 28mo Stato membro e il secondo paese ex jugoslavo, dopo la Slovenia, a entrare nell’UE ed avrà 12 seggi in Parlamento e 7 voti nel Consiglio dell’UE. La Croazia ha presentato domanda d’adesione all’UE il 21 febbraio 2003 e la Commissione europea ha suggerito di farla diventare candidato ufficiale il 20 aprile 2004, mentre i negoziati d’adesione sono cominciati il 3 ottobre 2005. Il 22 gennaio 2012 il 66,2% dei croati ha votato “sì” all’adesione all’Unione Europea durante il referendum. I negoziati di adesione sono durati quasi sei anni e vengono considerati tra i più lunghi e difficili finora sostenuti da un Paese candidato, per tutta una serie di criteri e metodi di valutazione più severi introdotti da Bruxelles dopo alcune esperienze negative con altri Paesi, in particolare la Bulgaria e la Romania.

Ed ora che la Croazia fa parte dell’UE cosa succede ai restanti Paesi dell’ex Jugoslavia? Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia, Kosovo cercano l’Europa per cambiare. Il trattato sull’UE stabilisce che qualsiasi Paese europeo può presentare domanda di adesione se rispetta i valori democratici dell’UE e si impegna a promuoverli. Ma, in particolare, un Paese può entrare a far parte dell’UE solo se soddisfa tutti i criteri di adesione, nello specifico: 1) criteri politici – deve avere istituzioni stabili che garantiscono la democrazia, lo Stato di diritto e dei diritti umani; 2) criteri economici – deve avere un’economia di mercato funzionante ed essere in grado di far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all’interno dell’UE; 3) criteri legali – deve accettare l’acquis comunitario[2] e in particolare i principali obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.

Il processo di adesione ha 3 stadi (tutti soggetti ad approvazione da parte tutti i Paesi UE esistenti): 1.ad un Paese viene offerta la prospettiva di adesione. Questo significa che dovrebbe essere riconosciuto lo status di candidato ufficiale quando è pronto; 2.il Paese diventa un Paese candidato ufficiale all’adesione – ma questo non significa ancora che i negoziati formali sono stati aperti; 3.il Paese candidato passa a formali negoziati di adesione, un processo che coinvolge solitamente le riforme da adottare. Quando le negoziazioni e le riforme di accompagnamento sono state completate con soddisfazione di entrambe le parti, il Paese può aderire all’Unione europea – ancora una volta, se tutti i Paesi dell’UE esistenti lo decidono.

Al momento l’UE ha offerto la prospettiva di adesione a 8 Paesi: Albania, Turchia, Islanda, Kosovo e i 4 Paesi dell’ex Jugoslavia. Sulla base di quanto sopra, Islanda, Turchia, Macedonia, Serbia e Montenegro hanno ottenuto lo status di Paesi candidati, mentre  Bosnia-Erzegovina, Albania e Kosovo sono ancora candidati potenziali. È del 9 luglio 2012 la notizia che Bruxelles ha dato il via libera ai negoziati di adesione del Montenegro, vincendo la diffidenza di Francia, Gran Bretagna, Svezia e Olanda, che si dicevano insoddisfatti dei progressi fatti dal Peese da Dicembre ad oggi, sopratttutto in merito alla lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione. Adesso tocca al Montenegro risolvere questi seri problemi, inclusa la riforma della magistratura e il rispetto dello stato di diritto. L’UE insisterà con forza sul funzionamento del sistema giudiziario del Paese e sulla realizzazione di indagini, arresti e condanne effettive.

La Croazia si sta preparando all’ingresso in Europa, lo stesso percorso è’ adesso aperto al Montenegro. Parallelamente  i Paesi candidati stanno investendo risorse ed energie per essere i prossimi in linea di adesione. Infatti, questi ultimi ritengono che i negoziati siano un catalizzatore di cambiamenti, e mettono la pressione necessaria interna ed esterna sui leader affinché attuino le riforme necessarie. Ma è credibile che l’ Unione Europea, in piena crisi di legittimità e minacciata dalla mancanza di coerenza di un progetto di rinnovamento il più possibile vicino ai cittadini e in grado di far percepire l’Europa come forza politica distinta e con una propria anima sociale, possa essere un tale catalizzatore di cambiamento?

L’UE fornisce aiuti finanziari di pre-adesione (IPA). Tale assistenza finanziaria è destinata ad aiutare questi Paesi a introdurre le necessarie riforme politiche, economiche e istituzionali per renderli conformi alle norme UE.  Obiettivo ultimo di tali riforme è anche migliorare la vita dei cittadini nei Paesi beneficiari. I fondi IPA per il periodo 2007-2013 ammontano a circa 11.5 miliardi di euro, cosi suddivisi:

Paese 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013
Croatia 141.2 146.0 151.2 153.5 156.5 156.1 95.4 
Macedonia 58.5 70.2 81.8 91.6 98.0 101.8 117.2 
Islanda 12.0 12.0
Turchia 497.2 538.7 566.4 653.7 779.9 860.2 935.5 
Albania 61.0  70.7 81.2 94.1 94.4 94.5 98.1
Bosnia & Herzegovina 62.1  74.8 89.1 105.3 107.4 107.8 111.8
Montenegro 31.4  32.6 34.5 33.5 34.1 35.0 35.4
Serbia 189.7  190.9 194.8 197.9 201.8 202.0 214.7
Kosovo*   68.3 184.7 106.1 67.3 68.7 68.8 73.7
Programmi multipli 129.5  137.7 188.8 141.7 186.2 176.2 177.8

Fonte: DG Allargamento – Cifre in milioni di euro

 

Come vengono spesi questi fondi? Sono cinque le voci principali di spesa su cui i Paesi candidati e potenziali candidati devono sviluppare un programma di spesa, approvato dall’UE e sottoposto a monitoraggio e valutazione da parte di quest’ultima: 1) Institution building; 2) Cooperazione frontaliera; 3) Sviluppo regionale; 4) Sviluppo risorse umane; 5) Sviluppo Rurale.

Ogni Paese ha la libertà di scegliere dove investire di più e a quali priorità dare maggiore urgenza. In Croazia, delle 5 priorità di investimento si è scelto di spendere di più sulla prima e sulla terza, come mostra la tabella e il grafico seguente:

Priorità

2007

2008

2009

2010

2011

2012

2013

 Institution Building

49,6

45,3

45,6

39,4

39,9

39,9

17,4

 Cooperazione frontaliera

9,6

14,7

15,8

15,6

15,8

16,4

9,7

 Sviluppo regionale

45,0

47,6

49,7

56,8

58,2

57,5

31,0

 Sviluppo risorse umane

11,3

12,7

14,2

15,7

16,0

16,0

9,0

 Sviluppo Rurale

25,5

25,6

25,8

26,0

26,5

26,1

27,7

TOTALE

141,2

146,0

151,2

153,5

156,5

156,1

94,8

Al di là dei numeri, nonostante la crisi finanziaria che ha messo in ginocchio parte dell’UE, l’entusiasmo per l’ingresso in Europa rimane alto. Si vede in questo ingresso la possibilità di far parte di un progetto economico, sociale e politico di lungo termine. Ovviamente tale positività non è unanimemente condivisa dalla popolazione croata, che, seppur ha votato “si” all’ingresso, lo ha fatto con una affluenza alle urne bassissima, la più bassa mai registrata in Croazia: a votare si sono recati soltanto il 43% degli aventi diritto.

Il Montenegro riceverà ora un aiuto concreto, materiale e immateriale, dall’UE, cioè dalle democrazie dei Paesi sviluppati dell’Occidente, al fine di costruire un Paese organizzato, basato sullo stato di diritto ed economicamente prospero. O almeno questo è ciò che credono. Ma la domanda che c’è da porsi è come può l’Europa garantire prosperità economica ai Paesi che aderiscono, quando non riesce a garantire stabilità ai Paesi che già ne fanno parte? È veramente catalizzatore di cambiamento? E dove dovrebbe avvenire questo cambiamento?

Se prendiamo per esempio il capitolo sulla libera circolazione delle persone, uno dei pilastri legislativi dell’Unione Europea, questo è stato preda di manipolazioni politiche da parte degli Stati membri. I timori di un’invasione da parte dei lavoratori dell’Est hanno fatto sì che Stati confinanti come la Germania e l’Austria ottenessero garanzie contro la minaccia di un flusso improvviso di immigrati provenienti da Paesi con alti tassi di disoccupazione e salari più bassi rispetto alla media europea. I nuovi arrivati nell’Unione Europea dovettero così rassegnarsi all’adozione di misure diverse a seconda dei vari Paesi membri, alcuni dei quali erano a favore di chiare restrizioni all’accesso (Germania e Austria), altri di uno schema di progressivo abbattimento delle barriere (Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Olanda) e altri ancora a un mercato del lavoro aperto (Finlandia, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna, Svezia, Regno Unito). Nonostante questo sia in contraddizione con uno dei principi fondanti dell’Unione Europea, quello della libera circolazione delle persone, i cittadini dei nuovi Paesi membri dovranno attendere la fine di un periodo di transizione fino a 7 anni prima che i loro lavoratori possano godere di una piena libertà di movimento all’interno dell’Unione. Va infine notato come tutti i Paesi membri, ad eccezione della Svezia e della Finlandia, si siano pronunciati a favore delle restrizioni all’accesso dei cittadini provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania.

Sulla base di questo esempio, forse vale la pena riflettere dove il cambiamento sia necessario. Nei paesi già dentro l’UE o nei Paesi Candidati? Questi ultimi sembrano dover rispettare una serie di regole che poi non necessariamente si applicano a tutti i paesi dell’UE.

 

 

 


[1] Dal 1957, quando  Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi firmarono il Trattato di Roma che istituisce la Comunità Economica Europea (CEE) e la Comunità Europea, gli altri allergamenti sono stati:

  • 1973 – Primo Allargamento: Danimarca, Irlanda, Regno Unito
  • 1981 – Secondo Allargamento: Grecia
  • 1986 – Terzo Allargamento: Portogallo e Spagna
  • 1995 – Quarto Allargamento: Austria, Finlandia e Svezia
  • 2004 - Quinto Allargamento ( 1a parte ): Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta,
    Polonia, Slovacchia, Slovenia e Ungheria
  • 2007– Quinto Allargamento ( 2a parte ): Bulgaria, Romania

 

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Perché nella tabella dei paesi tutti i nomi sono in italiano, ma Crozia e Bosnia-Erzegovina li avete lasciati in inglese?
    Saluti,
    Mauro.

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