di Giulia Serio.
Sotto i fondali del Canale di Sicilia potrebbero nascondersi le più grandi riserve di petrolio dell’Europa continentale, e le grandi multinazionali, con il benestare del governo, sono intenzionate a triplicare a breve il numero delle trivelle al largo delle coste meridionali della Sicilia.
Una vera e propria rivoluzione per la produzione d’idrocarburi europea sembra prendere piede nel secolo della green economy. Tuttavia, mentre la costruzione di un nuovo gasdotto costringeva al confronto Democratici e Repubblicani, in Italia nessuno sembra essere preoccupato all’idea che il Canale di Sicilia si trasformi nella nuova El Dorado delle compagnie petrolifere europee.
I più vasti giacimenti dell’Europa Continentale.
Lontane dalla resource course, negli ultimi 50 anni le riserve petrolifere italiane recuperabili sono quasi triplicate, raggiungendo gli 1,4 miliardi di barili equivalenti petrolio (boe) nel 2011 (grafico 1). Per non parlare dei giacimenti di cui si deve ancora valutare la recuperabilità, che sono valutati fra un minimo di 1,2 miliardi e un massimo di 4 miliardi di boe. Oggi la capacità di produzione di greggio italiana, seppur trovandosi al terzo posto in Europa subito dietro Gran Bretagna e Norvegia, non supera i 330 mila boe al giorno.
Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico
Anche se in termini assoluti le previsioni sulla stima delle riserve rimangono contenute (non potendosi paragonare con i giganti del Medio Oriente), il dato più interessante è sicuramente il reserve to production ratio [R/P]. Questo indicatore fornisce un’immagine delle risorse ancora da sfruttare e mostra che l’Italia presenta il più alto R/P ratio d’Europa, pari al 34,3 e di poco inferiore a quello di giganti degli idrocarburi come il Kazakhistan (grafico 2). Insomma c’è ancora tanto petrolio da estrarre, e sembra che la maggior parte sia offshore, al largo delle coste occidentali della Sicilia.
Fonte : BP Statistical Review 2012
L’appoggio del governo.Tra gli attori interessati, la prima azienda per numero di autorizzazioni di esplorazione richieste è la Northern Petroleum, una piccola compagnia inglese specializzata nella ricerca d’idrocarburi liquidi e gassosi e che qui opera come partner di Shell Italia. La Northern ha già presentato più di 12 richieste di autorizzazione per attività di esplorazione offshore al largo delle coste siciliane.
Così presentata, l’oro nero italiano potrebbe facilmente diventare una delle più importanti opportunità d’investimento attualmente presenti in Europa. Il Ministro Passera sembra ben interessato a sfruttare al massimo questo nuovo asset italiano, tanto da aver inserito nel DEF (Documento di Economia e Finanza) presentato al Consiglio dei Ministri il 18 aprile 2012 uno specifico capitolo sulla produzione d’idrocarburi. Il Documento definisce, infatti, tra gli obiettivi prioritari per la ripresa economica del paese “la necessità di rilanciare la produzione d’idrocarburi, e inserisce delle misure di semplificazione della normativa in termini di autorizzazione e concessione“. A garanzia della tutela ambientale, nello stesso testo è poi previsto che (1) il limite minimo di distanza dalla costa per attività di prospezione, ricerca e coltivazione venga uniformato a 12 miglia, e (2) che si disponga la creazione di un fondo per le attività di salvaguardia del mare e di sicurezza delle operazioni offshore, finanziato tramite l’aumento delle royalties.
Con questa un po’ tardiva passione per gli idrocarburi, il governo ha quindi concesso ben 29 autorizzazioni di ricerca. L’entusiasmo è stato giustificato richiamando la possibilità di poter soddisfare potenzialmente circa il 20% della domanda energetica nazionale. Il Ministro Passera, in una recente intervista ad Assomineraria, ha anche stimato nell’arco dei 15 miliardi di euro gli investimenti attivabili e ha anticipato la creazione di più di 25.000 posti di lavoro, calcolando nuove entrate fiscali nella misura di 2.5 miliardi e riduzioni della bolletta energetica di oltre 6 miliardi, per un impatto totale di un punto e mezzo del PIL sull’economia nazionale.
Le questioni da affrontare: impatto ambientale, sviluppo del territorio e rischi.
Così presentata, in un tale stato di crisi economica e perenne precarietà energetica, la rivoluzione degli idrocarburi sembra quasi una benedizione insperata. Eppure i numeri del governo rischiano di essere un po’ ottimisti visto il carattere poco job-intensive del settore petrolifero, i bassi gettiti derivanti dalle royalties per le comunità locali coinvolte (in Italia si richiede il 10% onshore e il 4% offshore – recentemente aumentato a 7% dal DEF 2012) e il generale scarso impatto in termini di sviluppo del territorio che normalmente generano le attività estrattive.
Di sicuri, finora, ci sono solo i rischi. Negli ultimi anni i disastri ambientali riconducibili ad attività di estrazione petrolifera si sono susseguiti a una cadenza annuale, mostrando come, seppur meno impressionanti degli incidenti nucleari, i più alti rischi per l’ambiente siano proprio legati alla produzione d’idrocarburi. Alla tragedia della DeepWater Horizons nel Golfo del Messico nell’aprile 2010 ha seguito la falla della piattaforma petrolifera offshore Gannet Alpha nel Mar del Nord lo scorso agosto. E una brutta coincidenza vuole che la piattaforma scozzese sia di proprietà della Royal Dutch Shell, la cui filiale italiana è in pole position per le concessioni offshore. Inoltre, le preoccupazioni maggiori sono poi legate alle forti correnti sismiche che normalmente attraversano la zona, in vista delle quali anche le semplici attività esplorative potrebbero rappresentare un pericolo.
Un recente rapporto di Greenpeace denuncia poi i danni ambientali che deriverebbero da una rivoluzione del genere in un ecosistema delicato come quello mediterraneo, che per il suo carattere di “mare chiuso” presenta veri hotspot di biodiversità e importanti risorse per la pesca commerciale. Il comitato Greenpeace, con la nuova campagna “Meglio l’oro blu che l’oro nero”, chiede che il Canale di Sicilia diventi un’area protetta (come tra l’altro previsto dallo Specially Protected Areas and Biological Diversity in the Mediterranean Protocol, di cui è parte l’Italia).
Il nuovo interesse per il Canale di Sicilia e lo sforzo del governo per sostenere le attività produttive meritano senza dubbio le attenzioni del dibattito pubblico e una vera riflessione di opportunità, che vada oltre vaghe dichiarazioni legate alle interviste. Il rischio è adesso che il confronto si blocchi tra l’intransigenza degli attivisti e l’ignoranza dell’opinione pubblica, impedendo di esaminare i caratteri economici, geopolitici e ambientali di questa piccola rivoluzione energetica.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Aggiungerei ai rischi giustamente elencati nell’articolo, anche il padre di tutti i rischi, il cambiamento climatico indotto dall’uso degli idrocarburi.
Se proprio dobbiamo rischiare trivellazioni off-shore, io lo farei per cercare di usare il calore delle zone calde sottomarine ben diffuse nei nostri mari. Ma, si sa, la geotermia non va di moda ….