Perché il capitalismo italiano non cresce più. Appunti del dibattito

di Cecilia di Mario.

Di Paolo Margari

A San Lorenzo in Lucina a Roma, il 10 luglio scorso, si è svolta la presentazione del libro -Senza alibi. Perchè il capitalismo italiano non cresce più-, di Marco Simoni, edito da Marsilio, nella collana I Grilli. Marco Simoni fa parte del Comitato Editoriale de IMille (le cose cambiano), rivista online di attualità, politica, cultura ed economia. La presentazione del libro si è tenuta in una piccola sala, al terzo piano di uno splendido edificio nel cuore di Roma. Sono intervenuti l’autore Marco Simoni, il Ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca e il giornalista e politico Antonio Polito.

Quest’ultimo, che ha poi coordinato il dibattito successivo alla presentazione, ha preso per primo la parola, elogiando la robustezza della teoria sostenuta da Simoni e sottolineando la chiarezza con cui sono state affrontate le tematiche del libro. “L’autore”, ha affermato Polito, “è stato in grado di far emergere come il declino italiano sia stato un fenomeno costante e grave, consapevolmente contrastato solo fino al 1998. In tal senso, il delitto di cui si può accusare la classe dirigente italiana è di aver fatto in modo sbagliato, senza un disegno, o almeno avendo ciascuno un proprio disegno”. “Ciò”, ha continuato il giornalista, “ha portato alla nascita di una forma di capitalismo ‘ibrido’, a metà strada tra il mercato flessibile e con pochissime barriere, proprio degli Stati Uniti d’America, e l’economia tedesca, in cui le interazioni tra i diversi attori economici sono basate su rapporti strategici di lungo periodo, cui prendono piede anche logiche non di mercato. Questa forma ‘ibrida’ di capitalismo non è stata un frutto casuale di incertezze ed ignoranza; è necessario piuttosto riconoscere le responsabilità individuali e l’inadeguatezza delle riforme adottate dai governi di questo Paese negli ultimi 20 anni, che hanno portato a svuotare di senso e significato il concetto di ‘stesso di ‘riforma’”.

La parola passa al Ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca, il quale afferma di trovarsi pienamente d’accordo con Simoni quando questi nel libro sottolinea come la classe dirigente italiana abbia guardato troppo ai propri privilegi, senza occuparsi adeguatamente della res publica. “Mi trovo d’accordo con Simoni”, ha detto il Ministro, “anche quando l’autore afferma la necessità che esista una visione condivisa affinché le norme possano adottarsi. Nonostante una conflittualità tra visioni contrapposte tra il 1945-1955 si è resa possibile la condivisione di un compromesso; a quel tempo gli USA hanno accettato di non chiudere l’IRI perché consapevoli che la capacità dell’Italia di sopravvivere dopo la seconda guerra mondiale sarebbe dipesa dall’esistenza degli enti pubblici. In questi ultimi venti anni non c’è mai stata, in Italia, una visione proiettata al futuro. Nel mercato del lavoro la conflittualità è ideologica, pertanto non produce”. Chiamato a pronunciarsi sul suo ruolo nel Governo Monti e sulle manovre adottate dai ‘tecnici’, Barca ha poi aggiunto: “Noi non abbiamo bisogno di una visione di lungo periodo. La missione è quella di riportare condizioni di fiducia nella capacità dello Stato”.

In ultimo è il turno di Simoni, il quale innanzitutto tiene a fare una precisazione su quanto detto dal Ministro Barca in relazione alle due tesi proposte nel suo libro e fortemente elogiate dal Ministro. “Io ritengo serva una posizione ‘partigiana’”, ha detto a tal proposito l’autore, “io credo nella capacità d’azione degli uomini che si impongono con una propria visione”. Non solo condivisione e compromesso, ma anche forti iniziative individuali. Continua Simoni: “ Lo scopo del mio libro è quello di far discutere sulla concretezza dei vari temi trattati. L’idea del libro mi è venuta in mente durante i festeggiamenti del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. In questa circostanza sono rimasto fortemente colpito dalla reazione di uno storico di Cambridge di fronte alla pubblicazione di un’edizione dell’Economist la cui copertina recitava, in riferimento all’Italia, ‘The Sick man of Europe’. Lo studioso inglese ha ricordato come negli anni ‘70 del ventesimo secolo era stato il suo popolo ad essere definito allo stesso modo. Questo mi ha portato a riflettere sul fatto che noi italiani abbiamo la tendenza a considerarci sempre speciali; dobbiamo avere bene chiaro come non esista nessuna condanna al declino, né alla prosecuzione del declino. Dobbiamo spogliarci degli alibi che abbiamo indossato per anni”.

A conclusione dei tre interventi ha luogo un vivace dibattito in cui si susseguono domande dal pubblico presente in sala. Riporto brevemente le più interessanti:

Qual è il motivo per cui in Italia le riforme vengono sempre fatte in maniera sbagliata? Sulla questione del federalismo sembravano trovarsi tutti d’accordo, sembrava esistesse una visione comune”. Risponde Simoni: “Da anni riforme quali il Federalismo vengono inserite nella carta programmatica di ogni partito ed è stato ciò che ha consentito all’elite di rimanere tale per venti anni. Le continue incertezze sulla legislazione hanno reso stabile la flessibilità. Il Federalismo è stato l’unica riforma su cui tutti si sono trovati d’accordo, eppure non è mai stata applicata in maniera convincente”.

Un progetto comune non è stato forse rappresentato dall’adesione all’Euro? Come mai l’Italia non ha saputo abbracciarlo allo stesso modo della Germania?”. Risponde il Ministro Barca: “L’adesione all’Euro per me ha rappresentato un’ancora di salvezza ma anche il vizio originario. Le riforme fatte in vista di quell’entrata sono state imposte dall’esterno; Bruxelles è un luogo dove muore ogni opinione. Il nostro attuale governo sta facendo delle riforme per l’Italia, per la nostra stabilità”.

Penso che in Italia ci sia una politica di gestione ma manchi una politica di esecuzione; quanto questo è dovuto alla presenza di mafia, camorra e familismo?”. È sempre Barca a rispondere con fermezza: “ La Mafia rappresenta un abuso estremo della lesione della concorrenza; è figlia della debolezza del nostro Stato”. Continua Simoni: “Anche dove c’è un alto tasso di criminalità, ci sono comunque condizioni necessarie per lo sviluppo: capitale e concorrenza. Ma in questo Paese il merito non è più premiato; ciò ostacola l’innovazione e porta i giovani a fuggire. Nel mio libro cerco di spiegare come l’incoerenza dei partiti politici italiani abbia sviluppato nei cittadini l’idea secondo cui i partiti stessi siano ormai incapaci di portare alcun beneficio per la popolazione. Tentare di spiegare questo meccanismo è ciò che ho chiamato la ‘presunzione’ del mio libro”.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti