di Giulia Serio
Lungi dal potersi considerare una guerra civile, la rivoluzione siriana ha ormai assunto tutti i caratteri del conflitto regionale. In un’intervista rilasciata al quotidiano “Le Monde” sabato scorso, Kofi Annan, qui rappresentante speciale ONU, ammetteva il fallimento degli sforzi diplomatici.
La Primavera Araba ha portato alla sconfitta di vecchi autoritarismi, ma ciò non sembra facilitare i negoziati di pace nella regione. Il cuore dei combattimenti si è però adesso spostato verso le frontiere turche e libanesi, a prova che, ormai, in gioco non c’è più soltanto il regime di Bashar al-Assad.
Visti da Beirut
La dimensione regionale del conflitto si inscrive su linee di ostilità e diffidenza storica in Medio Oriente, esacerbate dalle tensioni confessionali e dalla persistenza dei giganti della Guerra Fredda. La rete di alleanze si estende infatti ben oltre i confini nazionali: il governo gode oggi non solo dell’appoggio di Hezbollah e dell’alleato Iran (che è stato completamente escluso dalle negoziazioni), ma anche del sostegno di un vecchio gigante della guerra fredda, che in questa regione del mondo sembra non essersi mai veramente conclusa. La vecchia Russia è oggi in prima linea per impedire all’Europa di ripetere gli errori commessi in Libia e agli Stati Uniti di aumentare le proprie basi missilistiche nella regione. Per dar prova dell’impegno dei Russi (e dell’arrivo delle loro armi), venerdì 22 giugno il governo di Damasco ha ordinato l’abbattimento di un caccia turco impegnato a sorvolare il confine.
La Primavera Araba non ha poi impedito ad Hezbollah, il partito sciita che ha fin’ora costituito il più grande gruppo armato in Libano, di appoggiare il governo di al-Assad. È’ impressionante notare che solo tre anni fa Sayad Hassan Nasrallah, attuale segretario generale di Hezbollah, era tra i leader più amati del Medio Oriente, insieme all’ormai tramontato Bashar al- Assad e al presidente iraniano Mahomoud Ahmadinejad. Ad accomunare questi grandi personaggi vi erano due linee politiche fondamentali: la lotta contro Israele e l’opposizione contro l’interventismo americano.
Oggi la Primavera Araba e lo scoppio del conflitto siriano potrebbero apportare un duro colpo al ruolo di Hezbollah. Un primo attacco al soft power del partito di Nasrallah era in realtà già arrivato con la Rivoluzione dei Gelsomini, nel momento in cui, per la prima volta, diritti civili, democrazia e giustizia sociale hanno preso il posto del pan-arabismo e dell’antiamericanismo tra le priorità dell’opinione pubblica in Medio Oriente.
Ma un eventuale collasso del regime siriano metterebbe anche a rischio l’approviggionamento bellico di Hezbollah (il cosiddetto hard power), le cui rotte prevedono che le armi persiane attraversino l’Irak sciita e la Siria nella strada verso Beirut. Nel caso in cui la crisi siriana dovesse poi prendere definitivamente i contorni del conflitto confessionale, Hezbollah perderebbe l’appoggio dei rifugiati palestinesi, che, malgrado le differenze religiose (i palestinesi sono sunniti), era stato riaffermato dopo la guerra contro Istraele nel 2006. L’ultimo fronte da considerare è poi quello israeliano: una guerra in Siria rappresenterebbe senza dubbio una buona occasione d’attacco per Netanyahu, per lanciare una nuovo tentativo di riconquista delle vette del Golan e del sud del Libano a pochi mesi dalle nuove elezioni.
Sul fronte turco
La guerra si combatte oggi così principalmente su due fronti, rispettivamente al confine libanese, dove i sunniti si oppongono alla linea di Hezbollah, e lungo il confine turco, dove le reti di alleanze possono più facilmente intervenire. Ad opporsi alle ambizioni dell’Iran, qui presentate sotto forma di aiuti bellici, vi sono infatti Arabia Saudita, Egitto e Qatar, che garantiscono tramite i Fratelli Musulmani il sostegno sunnita ai rivoluzionari siriani. Dietro di loro veglia un’America spaventata dai progetti atomici persiani, storicamente alleata della Turchia, ma a cui le elezioni in autunno impediscono di fatto alcun intervento armato.
Oltre il confine libanese, il secondo punto sensibile del conflitto è il Kurdistan Siriano. Qui, in caso di crollo improvviso del regime, Ankara rischierebbe di vedere avverato il suo più grande incubo: nel caos generale, una rivolta che veda uniti i Curdi di Siria, Iran e Turchia potrebbe infatti avere buone probabilità di successo. Sbrigandosi a schierare le forze lungo il confine, Erdogan mira oggi ad ottenere un accordo per una transizione controllata del regime di Assad, che non metta al rischio la stabilità regionale.
L’ultima soluzione proposta da Kofi Annan ben risponde agli interessi turchi. La proposta prevede la creazione di un governo di unità nazionale che comprenda membri del governo e rappresentanti dell’opposizione, ma che escluda la famiglia Assad e alcuni leader del Consiglio Nazionale Siriano, il partito dei rivoluzionari.
Tante dunque le linee di frattura che impediscono una veloce risoluzione della crisi. Come sempre in Medio Oriente, i confini tra politica estera e interna sono difficili da tracciare, cosicché le nuove rivendicazioni di democrazia, giustizia e diritti civili si sono iscritte nel solco degli storici antagonisti regionali, senza portare alcuna tregua al grande gioco delle nazioni.
Vyacheslav Dzirkaln, il direttore del Servizio Federale per la Cooperazione Militare russo, ha recentemente affermato di essere disposto a interrompere gli aiuti bellici in vista dei prossimi incontri tra Annan e al-Assad. Il successo dei negoziati dipenderà adesso da come si riposizioneranno gli antagonismi regionali, le tensioni storiche e le rivalità religiose di fronte ad un eventuale accordo tra Stati Uniti e Russia sulla proposta di Annan.
Vorrei ringraziare l’amico e collega Charbel el Khoury per aver voluto condividere con me alcune delle riflessioni presentate in questo articolo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Sulla vicenda del cacciabombardiere turco che ha ricevuto l’ordine di volare in cieli siriani ( nonostante la tensione fortissima fra siria e iran risaputa in questi mesi ) ho trovato un articolo nella pagina di vietatoparlare che chiarisce il contesto di esercitazione nato, e nel blog di antonio mazzeo si possono trovare numerosi articoli che riguardano i rifornimenti di armi ( vedi ad esempio lo shooping saudita, articolo del 31 dicembre ) ai paesi che si sono occupati di armare i ribelli siriani e rifornire le loro fila da persone provenienti da tutto il mondo arabo ( con ordini settari ) compromettendo così la valenza pacifica delle manifestazione antiregime e facendo della siria quanto programmato: una terra minacciata dalla guerra per gli interessi delle multinazionali occidentali e del golfo che la volgiono smembrare e dominare.
sul caccia bombardiere turco in piena esercitazione nato :
http://www.vietatoparlare.it/2012/07/07/la-verita-sullaereo-turco-abbattuto/
il link di antonio mazzeo :
http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/
E’ meglio fermarla questa guerra prima che inizi!
Annan ci sta provando, ma gli usa non glielo volgiono permettere.
Sosteniamo il piano di pace di Annan!