di Manuela Sammarco.
Prima la bozza sul merito, ormai affossata, ora i provvedimenti contro i fuoricorso: ma davvero Profumo non ne azzecca una? Sembrerebbe così a leggere la stampa di centrosinistra. In realtà, quando si toccano alcuni nodi di cultura politica intorno ai quali bisognerebbe fare chiarezza e – perché no – formare i propri quadri, le forze progressiste, soprattutto in prossimità delle elezioni, preferiscono prendere la strada più facile e dichiararsi contrarie. “Tanto presto arriveremo noi e le cose cambieranno”. Toccando ferro.
Scelte discutibili da parte di questo Governo in ambito di ricerca e istruzione ce ne saranno pure state. Ma, senza entrare nel merito dei singoli provvedimenti, non si può mostrare un atteggiamento sempre ostile davanti agli stimoli per il cambiamento di mentalità, perché è questo che volevano fare, a mio parere, le proposte appena ricordate. Lasciamo da parte la questione del merito nelle scuole, sulla quale pure concordavo, e concentriamo l’attenzione sull’intervista di Profumo relativa ai fuoricorso. Il ministro non ha bestemmiato prospettando la ricerca di uno strumento di contenimento del numero spropositato dei fuoricorso e stigmatizzato un fenomeno, è vero, tipicamente italiano. Come del merito, dei fuoricorso se ne parla da decenni. In qualche modo le riforme degli ordinamenti universitari (la 509 del 1999 e poi la cosiddetta riforma Gelmini del 2010) hanno giovato in questo senso. Ma la situazione rimane assai poco incoraggiante se in alcuni atenei questa categoria costituisce più del 60% della popolazione studentesca (divertitevi a incrociare i dati sull’Anagrafe studenti del MIUR o leggete le stime del Sole dello scorso agosto). Un costo elevato per lo Stato sia in termini di spesa annua procapite sia in termini di mancato arricchimento di competenze per il mercato della conoscenza e del lavoro. Ogni volta che si tocca questo nodo però ritornano i soliti argomenti: gli studenti lavoratori, le storie singole (tutte comprensibilissime, ma singole), le tasse universitarie. Hanno tutti ragione. Il risultato è la stasi e la lunga durata del problema.
Sebbene d’accordo con l’obiettivo di fondo di Profumo, anch’io, come Meloni, sono scettica sullo strumento proposto dal ministro. Non sono convinta cioè che aumentare le tasse per gli studenti fuoricorso sia un incentivo alla rapidità. Piuttosto aumenterebbero gli abbandoni degli studi, già alti, contribuendo all’allontanamento dai sempre citati obiettivi di Lisbona. Ma se lo strumento non sembra quello giusto, si deve concordare sulla necessità di intervenire sul problema di fondo sollevato e anche su quella di definire apertamente i fuoricorso come un fenomeno da contrastare. Basta con l’apologia del “debole”: andare fuoricorso non “fa figo” e non è sempre e solo colpa dello confusione dell’Accademia italiana e dello Stato che taglia le borse di studio (verità purtroppo insindacabili). Dare questo messaggio è a mio parere diseducativo perché spinge alla deresponsabilizzazione. Dov’è finita la fatica della ricerca, la disciplina dello studio? È chiaro che nel mirino non ci sono i protagonisti di quelle splendide storie raccontate un po’ tendeziosamente da alcuni quotidiani in questi giorni (gli operai che si laureano in vent’anni con tante fatiche o simili). E nemmeno gli studenti lavoratori per cui esiste uno status accademico a parte. Il fuoricorso cui si riferisce Profumo non è il lavoratore laureato a 40 anni e immatricolato a 34. È piuttosto un altro: quanti ne conosciamo di ventenni che danno pochi esami l’anno e che campano sulle spalle dei genitori? Quanti interpretano l’Università come un parcheggio? Di sicuro non i capaci e meritevoli che per conseguire le borse di studio sono perfettamente in regola con tutti gli esami. E a questo punto sento già l’obiezione: e gli idonei non vincitori? E vi rispondo: il loro numero coincide con quello dei fuoricorso?
Allora il problema è complesso e richiede un’analisi delle sue numerose cause e non solo un rimedio parzialmente correttivo. Senza voler cadere nell’argomento diffuso e fatalista – “la colpa è di un sistema accademico fallimentare e irriformabile” – pur auspicando, ovviamente, un intervento che cambi radicalmente l’università italiana, proviamo a proporre alcune possibili dinamiche di malfunzionamento che contribuiscono alll’ipertrofia dei fuoricorso:
- Un orientamento poco efficace, soprattutto all’ingresso, e una mancata valorizzazione dei percorsi post secondari non universitari.
- Un’aspettativa di job placement post accademico sempre più bassa. È vero: l’Istat ci dice che sul lungo periodo i laureati hanno più possibilità di collocazione professionale rispetto ai diplomati. Ma ci sono notevoli variazioni settore per settore e soprattutto un lento e sfiancante ingresso nel mondo del lavoro che toglie ambizione di rapidità anche ai più bravi: chi si laurea prima, infatti, può spesso veder vanificato il suo sforzo in un’attesa interminabile o in impieghi con contratti svantaggiosissimi e funzioni dequalificanti. In questo senso, l’Università non garantisce più una salita sicura su un ascensore sociale.
- Una carenza di strutture, sia per la didattica sia per gli alloggi, che costringe in particolare i fuorisede a soluzioni che spesso non favoriscono, diciamo così, l’unità di concentrazione necessaria allo studio, e anzi spesso, purtroppo, anima un mercato illegale, proliferato con la collusione di politiche amministrative dello struzzo a riguardo.
- Una sempre più diffusa carenza nel metodo di studio.
- La mentalità su ricordata che tenta di assolvere i fuoricorso a ogni costo e un sempre più labile rispetto delle regole e dei tempi, come ricordava Profumo.
Sui primi tre punti il Ministro potrebbe intervenire con strumenti più efficaci di quello dell’aumento delle tasse. Il quarto lo mettiamo da parte perché richiederebbe un capitolo corposo. Ma sull’ultimo punto a chi tocca? Profumo ha fatto la sua. Le reazioni che hanno confuso l’attacco allo strumento proposto (l’aumento delle tasse) con la dinamica da colpire (l’abnorme numero di fuoricorso) non aiutano. La vera rivoluzione copernicana, mi sembra dire questa vicenda, è quella di provare a pensare – magari non sempre, magari solo alle volte – che quando qualcosa non va non è sempre e solo colpa degli altri e di un sistema che tutte le agenzie di rating declasserebbero, ma forse un po’ anche colpa del singolo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





“[...] A simple Google search of the words “Time to degree completion” produces
an endless series of documents suggesting that throughout the world there is
a generalized concern for the fact that a large fraction of students remains in educational programs beyond their normal completion times. Moreover, in many cases this tendency appears to have increased in recent years.”
da:
Garibaldi, P., F. Giavazzi, A. Ichino, and E. Rettore
Working Paper 12863
http://www.nber.org/papers/w12863
Menziono questo paper [grazie a G. De Nicolao], perché è la prima volta che vedo F. Giavazzi firmare (o co-firmare) un articolo accademico in materia di – latu sensu – istruzione, politica dell’istruzione (o “economia dell’istruzione”), e mi sono chiesto se ci fosse qualche speranza che in futuro si scodellassero meno “fole” nel dibattito politico-giornalistico italiano. Certo, il loro approccio, che è simile a questo articolo quando si assume – cosa che non mi è chiara – che vi sia un “costo elevato per lo Stato” (?), andrebbe discusso a parte, ma non approfondiamo qui.
Comunque sia, i fuori-corso ci sono sempre stati sia in USA sia in gran parte dell’Europa (forse qualcuno, preso dalla fregola di leggere sempre e solo di UK, dove vige un regime di iscrizione diversificato, si è fatto prendere la mano).
In Olanda hanno pensato di fare come vuole Profumo (e come hanno fatto alla Bocconi): hanno aumentato loro le tasse. In Francia hanno fatto una cavolata più grande: hanno consentito la possibilità di passare gli esami annuali anche con una insufficienza sulla sessione di un semestre, se nell’altro semestre la media riporta ad una sufficienza globale (accordo del precedente Ministro, UMP, con il principale Sindacatro degli Studenti, l’UNEF).
Detto questo, ci sarebbe parecchio (altro) da scrivere, a partire dal tipo di requisiti, cioè di competenze richieste negli esami di profitto italiano, e sulla capacità didattica dei docenti, su cui ho sempre avuto opinioni decisamente negative. Ma si va ben oltre il perimetro di un commento…
Non ho capito l’obiezione. O meglio una l’ho capita, ma poco c’entra con questo articolo e le se conclusioni (che non sono sui costi ma sulle responsabilità, sul fatto che solo accennare al fatto che andare fuori corso non è il massimo della vita si viene condannati all’oblio come il “povero Martone). L’obizione che ho colto è quella sul fatto che secondo te non è vero che un fuori corso costerebbe tanto allo Stato
Basta intendersi sul “tanto” ovviamente. Se pensi al costo per studente siamo sotto la media OCSE (ma OCSE somma finanziamento statale a quello non statale sia pubblico che privato e in Italia è soprattutto quest’ultimo ad essere carente). Se pensi al costo per laureato invece siamo a cifre impressionanti: circa 25.000 Dollari (vado a memoria, ma non dovrei sbagliare di molto)
Ma è soprattutto un altro l’argomento del quale mi piacerebbe si tenesse maggiormente conto: la differenza tra costo reale e costo della retta viene coperta con la tassazione. E siccome all’università ci vanno prevalentemente i figli dei “ricchi”, sono i figli dei “poveri” a pagar loro il lusso di starsene parcheggiati in attesa di tempi migliori (o di essere cooptati in parlamento come qualche leader studentesco)
Mi ero perso la polemica. Davvero qualcuno contesta a Profumo di voler metter mano al problema? se così no nci siamo proprio.
tornado al merito del discorso, non cpaisco perché escludere lo strumento delle tasse come incentivo a stare in corso. A me sembra perfetto se annunciato ex-ante. Ovvero.
1. Per gli attuali fuoricorso pensiamo ad un regime transitorio diverso ma
2. Per i nuovi iscritti da questo settembre il messaggio deve essere: Caro studente, sappi che tu costi allo stato 10.000 e rotti euro all’anno. Siccome pensiamo che la tua istruzione sia un investimenti ti abbattiamo la retta a 1500 euro l’anno ma solo per gli anni previsti dal tuo piano di studi. se vai fuoricorso dovrai pagare per intero il costo della tua istruzione.
http://scuoleinvisibili.wordpress.com/2012/07/19/su-profumo-e-sulla-sfortuna-che-ha-ad-essere-a-capo-del-miur-11-2/
Non ho capito le obiezioni, o le polemiche. O, meglio, si vede che non ho espresso bene le mie osservazioni.
V’è una osservazione che riguarda un giudizio di fatto, e poi un giudizio di valore.
Il giudizio di fatto era quello riguardante la presunta “singolarità” del caso italiano, rispetto al problema c.d. “time-to-degree”. Ora, ciascheduno potrà venire a citarmi o a fornire una lunga lista di regole in vigore nei vari sistemi nazionali di istruzione e di formazione con riferimento – che so – al numero di anni in cui è possibile rimanere iscritti oltre la “durata prevista”, o il numero di possibili “resit” di un esame, o ancora alle diverse modalità di iscrizione consentite. Sta di fatto che queste situazioni sono in maniera arrogante saltate a piè pari nella esposizione del problema, da parte di Profumo. Nulla di strano, per l’Italia – una simile arroganza e disconoscimento dei fatti è tipico, per il dibattito politico-giornalistico italiano.
Poi vi è un “capitolo” sulla valutazione da dare a questo fenomeno. In generale io non posso criticare “in linea di principio” ogni possibile valutazione, perché sono un relativista, ma mi inquieto quando si cerca di far passare l’idea che una certa valutazione sarebbe (1) “condivisa ampiamente” quando non lo è, (2) “naturale, ovvia”, quando la Natura non porge, né cortesemente né violentemente, alcun valore, (3) scagliata nel dibattito contro qualche “avversario”, piuttosto che “proposta” nel contesto di una discussione che potrebbe, tipicamente e tradizionalmente, condurre a risultati più fruttuosi se argomentata con vari pro e contra, condividendone le problematicità.
Quindi non posso che ribadire le mie critiche a dei giudizi “tranchant” su “costi” e “responsabilità”. Curiosamente, io sono tra quelli che intendono (spesso, oggidì, e purtroppo) sostenere il rilievo della responsabilità dell’”agente-studente” nel processo formativo quando i produttivisti-mercatisti vorrebbero caricarlo del tutto sull’”agente-insegnante”, ma _se_ non vedo descritto correttamente il peso dell’attività di insegnamento e del contesto dell’offerta formativa non posso evitare di inquietarmi, a mia volta.
Sul fatto che l’istruzione terziaria debba o non debba essere erogata in regime di servizio pubblico a carico della fiscalità generale pregherei quantomeno di ricordare gli importantissimi contro-esempi di tutti quei Paesi avanzati che mantegono una posizione favorevole in toto o in larga parte ad una opzione diversa da quella dei Profumo, dei Giavazzi, degli Ichino – che in Europa sono una minoranza molto molto molto esigua (anche dei liberali come il belga Dewatripont o il catalano Mas-Colell si vergognano ad appoggiare l’approccio inglese).
tutto ‘sto po’ po’ di commento solo per dire che concordi sul fatto che i figli degli operai paghino il parcheggio ai figli di papà…
RR, Io non discuto (almeno non qui) se sia il caso di caricare sulla fiscalità generale il costo dell’istruzione terziaria in generale. Discuto se sia il caso di caricare sulla fiscalità generale l’istruzione la permanenza a bassa produttività nell’università dei fuoricorso. Insomma, il prezzo artificialmente basso dell’istruzione è una sovvenzione diretta agli studenti. A quelli bravi ed a quelli meno bravi. Ci sono ottime ragioni per concedere questa sovvenzione a tutti, almeno all’inizio (quando in sostanza non sappiamo distinguere bravi da meno bravi).. dico solo che dopo 3-4 anni di permanenza i bravi hanno probabilmente finito la triennale i meno bravi no. non vedo ragioni rilevanti di public policy per continuare a sovvenzionare i secondi.
A margine, e scusate l’autopromozione, qualche anno fa avevo proposto di ridurre drasticamente le sessioni d’appello e stroncare la pratica che si può rifiutare il voto d’esame (pratica peraltro non stabilita dalla legge) proprio per contenere i tempi di laurea (e quindi il numero dei fuoricorso).
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000622-351.html
Matteo R.
Il tuo discorso sarà giusto quando lo Stato avrà la “coscienza a posto” riguardo i servizi che offre. Oggi troppi studenti potenzialmente meritevoli mollano o ritardano perché abbandonati a sé stessi. I punti citati dalla Sammarco sono validi.
MR, non stiamo discutendo di sovvenzioni dirette come le borse di studio o i posti-letto in Case dello Studente pubbliche – mi risulta (anche se non ho un polso direttissimo) che non siano mai state concesse a fuori-corso (con eventuali eccezioni per un anno), ed è giusto così.
Ma “che male fa” una iscrizione continuata della gran parte dei fuori-corso, nella situazione di ampia disorganizzazione che regna nella erogazione dei corsi di studio delle università italiane? Mordono? Vabbè occupano qualche sedia. Ripetono esami. Fa così schifo ricercare la qualità, o bisogna solo fare più contenti gli statistici?
Ripeto: dovremmo aprire un capitolo a parte sulla formulazione e gestione dell’offerta formativa, ma non lo faccio qui. Voglio solo concludere con un discorso “pragmatico”: lo sai quale sarà l’unica conseguenza dell’aumento delle tasse ai fuori-corso? Avrai una diminuzione di iscritti ed un nullo incremento di entrate per le università, che è ciò che materialmente interessa con questa campagna d’odio, scatenata sull’anello ritenuto più “appetibile”. Avrai una “ripulitura” delle statistiche, e forse qualche minimo effetto sugli studenti in corso: non voglio vestirmi con il sajo da frate, visto che la società ammaestrata a riconoscere l’Odore dei Soldi reagirà comunque, entro certi limiti “fisici”, come un branco di Cani di Pavlov. Non so che vantaggi globali ci sarebbero per la società italiana, e per il livello della formazione acquisita.
La visione produttivistica che si applica ai lavoratori non si applica agli studenti, neanche nel resto del mondo. Dopodichè ci si può sempre sedere ad un tavolo per discutere di tutti gli aggiustamenti e i miglioramenti che si vogliono, posto che Profumo abbia prima studiato quello che succede altrove.
Renzino: la sedia non è una cosa da poco. Una cosa è seguire un corso in 20 persone (con la possibilità quindi di fare domande, interagire, ascoltare con comodo), una cosa è seguirne uno con 200 persone.
La visione produttivistica si applica eccome agli studenti, quel che va evitato (e rimando al mio commento precedente) è che l’università diventi, ancora di più, un campo di selezione pseudo-darwniana sociale, in cui, come al solito, se hai la famiglia alle spalle vai avanti anche se sei un ciuccio, e te ne vai a casa se invece hai un retroterra meno solido.
Per favore, siamo seri: la frequenza ripetuta ai corsi è un fenomeno che riguarda solo marginalmente i fuori-corso.
Per favore, siamo seri: gli studenti non pruducono ALCUNCHE’ di valore economico per l’Università. Stanno lì per produrre una TRASFORMAZIONE su se stessi, una acquisizione di apprendimenti attesi rispetto al programma del corso.
BASTA con le pagljacciate economiciste e produttivistiche – vi state facendo male da voi stessi, poi.
Questo pensa il prof Piga. Mi sembra degno di nota http://www.gustavopiga.it/2012/milioni-di-farfalle-in-piu-nel-cielo-universitario-italiano/
Il provvedimento del Governo che prevede l’aumento delle tasse per i fuori corso è inutile e ingiusto, e conferma una visione ottusamente aziendalistica dell’Università e degli studi. I fuori corso sono statisticamente importanti solamente per le valutazioni di produttività, che purtroppo impazzano con la loro logica quantitativa, e a volte alterano il mercato delle vere eccellenze e della qualità. Ma i fuori corso non costano affatto quelle cifre che – sempre su base statistica – vengono di solito riportate. Essi non frequentano, dunque non esigono spazi laboratori strutture, si limitano a qualche colloquio e poi a tentare gli esami. La loro invisibilità copre le inadempienze di un sistema che non ha mai saputo offrire condizioni di studio adeguate a un’università di massa.
Inoltre i fuori corso sono quasi sempre studenti part time, abbiano o non abbiano un vero e proprio lavoro. Nell’incertezza del futuro sono tantisssimi i ragazzi e le ragazze che cercano un piccolo reddito in diversi settori, per garantirsi una qualità di vita accettabile in un paese dove le borse di studio e la garanzia di servizi di alloggio e mensa sono al punto in cui sono.
La vergogna del nostro sistema universitario è piuttosto quella di continuare a non fissare in generale l’obbligo e il diritto di frequenza, che vige in tutti i paesi civili del mondo, e ad applicare per la categoria degli studenti part time regole distinte e distinte (più basse) tassazioni. Insistere sulla volontà di penalizzare chi va fuori corso significa fare semplicemente un’operazione di lifting, o meglio di pulizia interna. Credo che il dottor Meloni abbia perso un’altra buona occasione per riflettere, prima di accodarsi a una proposta di apparente razionalizzazione che mira a fare cassa e a convalidare la trasformazione delle Università italiane in esamifici ad orario continuato.
mi correggo al rigo secondo del secondo capoverso: “a non applicare per la categoria ecc ecc”
4. Una sempre più diffusa carenza nel metodo di studio
E come fai a saltare questo punto! E’ questo il punto cruciale. Perché qui si capisce se parliamo di approccio di sinistra o di destra. E’ un problema individuale, “morale”? Ci sono persone che studiano poco e male, e che meritano la forca, come i Giavazzi suggeriscono? O ci sono scuole secondarie d’elite e scuole non d’elite – in senso di tipologia (licei vs. tecnici) ma soprattutto geografico (nord vs. sud, centro vs. periferia, grandi città vs. campagna)? E’ un problema individuale o sociale? Fare la riforma dell’università con una scuola media e superiore ferma a Gentile – o parzialmente arretrata – questo è veramente impossibile.
E inoltre: i fuoricorso un costo? Per chi? Pagano 1000-2000 euro di tasse per non usufruire di lezioni e servizi di base e magari dare 2-3 esami l’anno. Non è che l’università pubblica sta a galla solo grazie a loro?
Condivido l’approccio (non guardare ideologicamente alla realtà, non esaltiamo i fuoricorso), e credo che il grosso del problema sia istituzionale (perché solo da noi esistono tre sessioni di laurea tre appelli a sessione e la possibilità di rifiutare il voto? Per me partendo da qui rispondiamo a molte domande..), ma non facciamoci abbindolare di chi persegue, purtroppo, interessi non certo universali..
Il liceo non ti orienta, l’università ti abbandona, la società non ti biasima.
Anticipare l’ingresso all’università con preiscrizioni e prestage all’ultimo anno di liceo (avere coscienza di ciò che si sta andando a fare). Ristrutturazione dei corsi universitari con attività di studio e verifica costanti (studiare è un lavoro, non un hobby semestrale). Rafforzamento delle attività di placement da parte delle università (se la laurea non mi porta soldi qualcosa dovrò pur fare).
L’unica verità da studente fuoricorso è che per fare l’università serve un reddito troppo alto e non tutti possono permetterselo con tutte le conseguenze, perfino in Romania ormai l’univesità è più efficiente
alziamo le tasse ai fuoricorso cioè a tutti? Se 3/4 sono fuoricorso forse c’è qualche problemuccio