di Francesco Molica.
Quando il primo luglio scorso Cipro è salita al soglio della presidenza Ue, a Bruxelles si è alzato il sipario su uno di quei paradossi istituzionali di cui il progetto europeo ha già scritto negli anni un’assortita casistica. Quasi che la coazione a ripetere di bizantinismi così originali da essere la letizia e al contempo l’incubo dei costituzionalisti di mezzo mondo costituisca una caratteristica congenita all’edificio comunitario. Un’ineluttabile conseguenza della sua architettura barocca.
Nel caso di Cipro, addirittura, il paradosso si sdoppia. L’appartata isola del Mediterraneo, a lungo teatro di epici scontri militari e occupazioni straniere, eredita infatti dalla Danimarca il timone dell’Unione proprio mentre si accinge ad accogliere il “commissariamento” della Troika in quanto beneficiaria del quinto prestito erogato dall’Ue a stati in difficoltà. Una presidenza “travicella”, in pratica. Che si presenta a Bruxelles zavorrata da un ulteriore, tonante controsenso.
Benché sull’onda del pletorico allargamento del 2004 il territorio cipriota sia stato ammesso al club europeo per intero, nei fatti lo spettro d’azione della legislazione comunitaria si estende solo all’area meridionale del paese, arrestandosi dinnanzi al muro che taglia in due la capitale Nicosia: una sorta di Berlino mediterranea. Il nord dell’isola rimane per sua parte sotto lo schiaffo di una trentennale occupazione militare per mano della Turchia. Forzando un po’ il tratto interpretativo, se ne potrebbe inferire che oggi una minuscola frazione del suolo comunitario è presidiato dall’esercito di una forza straniera, la quale tuttavia figura anche nel novero di paesi candidati all’ingresso nell’Ue. Un paradosso nel paradosso.
Last and certainly least – anche se ai nostri occhi non costituisce una pregiudiziale – vale la pena rammentare che l’attuale primo ministro cipriota, che nei prossimi mesi indosserà i panni di gran cerimoniere dei lavori del Consiglio, è anche il leader di un partito di stretta obbedienza marxista-leninista. Demetris Christofias è un politico mite e di buon senso, ma il substrato ideologico dal quale attinge la sua formazione fa apparire le invettive di Melenchon, i “niet” di Tsipras e i ragionamenti alati di Vendola alla stregua di “chiacchiere” da social-democratici.
Partiamo dal bail-out comunitario. L’economia di Cipro, a tutta dirla, è piantata su fondamentali non particolarmente drammatici, anzi sino a non molto tempo fa godeva di piena salute – tant’è vero che il paese aveva chiuso il 2007 con un avanzo di bilancio pari al 3,3% del PIL (ed ancora 1,1% nel 2008). Ma gli stretti legami economici e finanziari con la Grecia, dopo che quest’ultima è stata risucchiata nella doppia spirale recessione-austerità, hanno speditamente mandato in frantumi l’idillio. Le banche cipriote, in anni recenti, hanno prodigato prestiti spericolati per oltre 18 miliardi di euro ai cugini ellenici. Una cifra che ormai, complice la recente ristrutturazione del debito greco, potranno recuperare solo in minima parte.
Nel frattempo il contagio s’è allargato a macchia d’olio, accelerato dalle sofferenze dell’eurozona: quest’anno Cipro dovrebbe accusare una contrazione pari all’1,3% del PIL. Il tasso di disoccupazione è volato oltre la soglia psicologica del 10%, con picchi del 30% per i più giovani. Christofias, vedendo la tormenta profilarsi all’orizzonte, ha in un primo tempo cercato la sponda della Russia, con la quale intrattiene rapporti diplomatici molto cordiali. Così, Mosca ha offerto una pezza d’appoggio di circa due miliardi di euro. Troppo poco e troppo tardi per colmare una voragine le cui dimensioni si sono in breve rivelate ben maggiori. Alla fine, quasi all’unisono con l’sos lanciato dalla Spagna di Rajoy, anche Cipro ha dovuto in tutta urgenza domandare l’intervento del fondo Salva-stati. Un boccone amaro che sarà ingoiato a fatica. Christofias ha a più riprese impiegato toni sprezzanti all’indirizzo della Troika, bollandola come una “forza coloniale”. Il timore è che il trittico BCE, FMI e Commissione lo costringa a intervenire su pensioni e statali.
Quali che saranno le condizioni del prestito, la “messa sotto tutela” dell’economia dell’isola ne accantona le fioche speranze di esprimere una presidenza Ue ascoltata e incisiva. I margini di manovra sarebbero stati in ogni caso strettissimi. Anche se avesse avuto le mani libere, Cipro avrebbe comunque penato a imporre i propri indirizzi ai 27, in un momento in cui l’agenda di Bruxelles è monopolizzata dalla crisi dell’euro e dominata dalle principali economie della moneta unica, Germania in testa. Polonia, Ungheria e Danimarca, avvicendatisi alla presidenza negli ultimi diciotto mesi, possono confermare.
Di certo, il senso d’imbarazzo che serpeggia tra i ranghi dei diplomatici ciprioti a Bruxelles, dopo che Christofias nei giorni scorsi pare abbia rinegoziato anche un secondo aiuto dalla Russia, è solo pari allo stupore che molti provano al cospetto di una situazione decisamente surreale. Mentre non tanto e non solo surreale, ma segnatamente assurdo, è il fatto che l’ingresso di Cipro nell’Ue abbia trascinato e perpetuato dentro i confini comunitari uno dei più complicati rompicapi geopolitici degli ultimi quarant’anni.
L’epopea ha radici lontane, i primi insediamenti turchi nell’isola risalendo al 1600. L’attuale scissione è tuttavia figlia dei fatti del 1974: quando la giunta dei Colonnelli greci cercò di mettere in atto un colpo di stato contro l’allora presidente Makarios con l’obiettivo di unire Cipro alla “madrepatria” ellenica, Ankara reagì con violenza invadendo e occupando con le sue truppe la parte nord dell’isola (il 37% del territorio), dove risiedevano in maggioranza ciprioti turchi. L’effetto della divisione fu catastrofico. Migliaia di ciprioti greci e turchi rimasero uccisi o feriti, addirittura 200.000 persone furono sfollate.
I numerosi tentativi di riconciliazione succedutisi negli anni seguenti, sovente sotto gli auspici dell’Onu, si sono tutti infranti contro un inestricabile groviglio di rivendicazioni territoriali, dissidi istituzionali, sospetti e interferenze internazionali. Il quadro è rimasto immutato rispetto a trent’anni fa: la parte settentrionale dell’isola continua ad oggi ad ospitare circa 40mila militari turchi e dall’inizio degli anni ottanta si è costituita in un mini-stato indipendente la cui legittimità a livello internazionale è riconosciuta dalla sola Turchia.
Non che nel 2004 l’Unione europea fosse impaziente di integrare tra i propri ranghi questa piccola “guerra fredda” in salsa mediterranea. I più tra gli stati membri di allora avrebbero preferito condizionare l’ingresso di Cipro alla risoluzione del conflitto e dunque alla riunificazione dell’isola. Ma non ebbero altra scelta che capitolare di fronte alle minacce della Grecia di porre il veto sull’ingresso degli altri nove stati in corsa per l’allargamento. Prendere o lasciare.
L’ombrello comunitario poteva comunque rappresentare una formidabile chance per rafforzare e rendere più efficace un ipotetico processo di pace. Bruxelles, al contrario, ha fatto da allora poco o nulla sul fronte diplomatico, nonostante la questione cipriota venisse a creare un’antipatica anomalia nell’applicazione del diritto europeo. Peggio, l’ostilità di Germania e Francia all’ingresso della Turchia nell’Ue non è stata d’aiuto. Poco importa ormai. Il semestre di presidenza cipriota, come molti dei precedenti, è destinato a non lasciar traccia. Se non fosse che esso, su piccola scala, rammenta quanto la struttura istituzionale europea sia irta di falle e storture.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Ottima analisi. Ed e’ vero che il problema di Cipro pare sia stato messo dalla UE nel dimenticatoio sin dall’inizio.
Il che e’ un peccato anche in ragione dell’attuale crisi. Se le relazioni con la Turchia si rilassassero un po’ (ed affrontare la questione cipriota potrebbe essere in questo senso determinante), la Grecia potrebbe finalmente tagliare la sua esorbitante spesa militare e investire i pochi fondi a disposizione in progetti piu’ utili ed intelligenti.
Tutto molto vero Filippo. Il fatto che la Grecia mantenga un deterrente militare costosissimo (3% del PIL nazionale, il più elevato d’Europa) nonostante sia piagata da un quinquennio di profonda recessione ha dell’assurdo. Per altro, se negli anni scorsi l’Ue avesse aperto con più decisione alla Turchia probabilmente il caso Cipro sarebbe stato non dico risolto ma per lo meno messo su un binario giusto.
Diciamo che nell’inutilità generale delle presidenze di turno dell’UE, quella di Cipro poteva rappresentare un viatico per il dialogo con Ankara. Un po’ tirato per i capelli, ma ci poteva stare, poteva essere un’occasione. E invece Cipro dovrà passare i prossimi sei mesi a parlare del proprio bail-out e della crisi finanziaria, etc. etc. La solita manfrina di lavoro sulla contingenza senza visione di M-LP. Certo, mica colpa di Cipro, ci mancherebbe, ma di un sistema, quello della presidenza di turno, obsoleto e insensato: ma che si pensa di fare in sei mesi se spesso i leader politici si lamentano di non avere sufficiente tempo per le riforme nell’arco di una legislatura di 4-5 anni?