L’accordo UE e le ragioni dell’ottimismo. Prudente

di Luigi Marattin.

 

L’accordo raggiunto a Bruxelles il 29 giugno scorso ha provocato un’immediata ondata di entusiasmo nei paesi dell’Europa meridionale. “Sconfitta la Merkel”, “L’Europa è salva”, “Vince la crescita contro l’austerità” sono solo alcuni dei sobri titoli che hanno caratterizzato il weekend a cavallo tra giugno e luglio. Un notissimo talk show televisivo, addirittura, ha trasmesso in prima serata di venerdì uno speciale in cui si celebrava in pompa magna il “doppio trionfo dell’Italia sulla Germania”: quello calcistico (relativo alla semifinale degli Europei di calcio) e quello politico-economico (il vertice di Bruxelles). Per mia fortuna venerdì sera avevo di meglio da fare, e quindi non ho potuto seguire tutta la trasmissione. Posso tuttavia testimoniare che per i primi 60 minuti ho visto tifoserie ospitate in studio, toni trionfalistici, commenti da “bollettino della vittoria”. Ma non ho sentito esporre al pubblico a casa una sola delle misure approvate a Bruxelles quella notte. In altre parole, le decisioni che stavano provocando cori da stadio,ovazioni e festeggiamenti simili a quelli per i due gran gol di Balotelli, non venivano neanche vagamente menzionate.

A mio parere esistono due ragioni per questo peculiare atteggiamento che, con poche eccezioni, è proseguito anche nei giorni successivi. La prima è strutturale, ed estremamente preoccupante. La seconda è di merito, e non meno problematica nel breve periodo.

La ragione strutturale è la cronica incapacità che ha assunto il dibattito pubblico di questo Paese di concentrarsi sul merito dei fatti e non sugli slogan. Di guardare a quello che è, e non a quello che appare. Al reale, e non al percepito. Negli ultimi anni si è notevolmente aggravata la tendenza a far partire discussioni, movimenti di opinioni, campagne stampa e fior di analisi sociologiche sulla base di informazioni distorte, se non addirittura palesemente false. Abbiamo discusso per un anno abbondante sulla “privatizzazione dell’acqua”, quando l’unica cosa che era sul tappeto era l’abolizione dell’obbligo di gara per la gestione dei servizi pubblici a rilevanza economica, in un quadro in cui acqua e infrastrutture idriche sarebbero rimaste comunque patrimonio pubblico inalienabile. Per settimane si sono riempite pagine di giornali e talk show televisivi sull’aumento dei suicidi dovuti alla crisi, prima che qualche anima pia si decidesse a mostrare – dati alla mano – che in realtà nell’ultimo anno i suicidi nel nostro Paese sono diminuiti, e quelli per motivi economici sono addirittura crollati. Si fa così la politica in Italia, oggi. Si discute così. Conta il messaggio che passa, la percezione che viene veicolata. La realtà dei fatti è un inutile orpello, e poco conta se – addirittura – essa è in esatta antitesi col messaggio che mediaticamente passa.

La seconda ragione è di merito, e attiene ai contenuti dell’accordo raggiunto a Bruxelles.  Sono sostanzialmente cinque i fronti discussi. Il cosiddetto scudo anti-spread, la vigilanza centralizzata, la ricapitalizzazione delle banche, l’unione di bilancio e il piano crescita. Proviamo ad analizzarli brevemente uno ad uno.

Lo scudo anti-spread (il trofeo più rilevante che sarebbe stato ottenuto da Monti) è in realtà la seguente frase del comunicato ufficiale: “Affermiamo il nostro forte impegno a compiere quanto necessario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro, in particolare facendo ricorso in modo flessibile ed efficace agli strumenti EFSF/ESM (cioè il fondo Salva-Stati nelle sue due versioni) al fine di stabilizzare i mercati per gli Stati membri che rispettino le raccomandazioni specifiche per paese”. Ci vuole un bel po’ della nostra proverbiale fantasia italica per leggere in queste cinque righe l’esistenza di un tetto automatico (c’è già chi spara cifre…..si favoleggia di 200 punti base) oltre il quale la BCE stamperebbe denaro illimitatamente per sostenere la domanda di titoli di Stato. La verità è che – a parte le resistenze che anche solo quelle poche parole hanno provocato in 25 dei 27 paesi membri dell’Unione – in Italia si sta favoleggiando di uno scenario che non solo non esiste, ma che non potrà mai esistere: dati i livelli attuali dei rendimenti sui debiti sovrani di Spagna e Italia, l’attivazione di un meccanismo che riportasse automaticamente gli spread sotto i 200 punti base implicherebbe l’attivazione di centinaia di miliardi di euro da qui a fine anno. E svariati multipli di quella cifra nel 2013. Pensare che la BCE, che col Securities Market Programme finora ha acquistato poco più di 200 miliardi di euro di titoli di Stato, possa o voglia adempiere a tale sforzo è un considerevole atto di fede. E pensare che, data la credibilità delle istituzioni comunitarie (si pensi al naufragio del Patto di Stabilità e alla famigerata soglia del 3%), un qualsivoglia annuncio di “tetto invalicabile” agli spread possa arginare i mercati finanziari è invece pura illusione.

Le decisioni prese in merito alla vigilanza bancaria sono forse quelle più chiare e cogenti. Nel comunicato infatti si legge che “la Commissione presenterà a breve proposte relative ad un meccanismo di vigilanza unico fondate sull’art.127, paragrafo 6. Chiediamo al Consiglio di prenderle in esame in via d’urgenza entro la fine del 2012”. Parole chiare, che tuttavia prefigurano uno scenario in cui una vera vigilanza unica non sarà verosimilmente operativa prima della fine del 2013. Nessuna parola invece sugli altri due fronti della cosiddetta “unione bancaria”: un meccanismo di liquidazione comune delle banche e un fondo europeo di garanzia dei depositi. Strettamente connessa a questo tema è la questione delle ricapitalizzazioni bancarie da parte del fondo Salva-Stati. I mortaretti sparati in tv e sui giornali su questo aspetto dimenticano due questioni fondamentali. La prima riguarda i tempi: nel comunicato ufficiale si lega l’attivazione del meccanismo al momento in cui sarà operativa la vigilanza unica, non prima; parliamo quindi di almeno 18 mesi, e gli istituti di credito spagnoli non hanno così tanto tempo. La seconda riguarda le modalità e le risorse: tra le decisioni del vertice non vi è la concessione della licenza bancaria al fondo Salva-Stati, che gli avrebbe consentito di approvvigionarsi di liquidità direttamente alla fonte della BCE… significa quindi  che i soldi a disposizione sono, gira e rigira, sempre i 500 miliardi attualmente nelle disponibilità dell’European Stability Mechanism.

Gli ultimi due punti (unione di bilancio e piano crescita) sono quelli più deboli. Sul primo punto, aldilà dei voli pindarici di alcuni giornali italiani, non vi è assolutamente nulla. E per quanto riguarda il “piano crescita”, da quanto si è capito esso dovrebbe basarsi su due pilastri: una ricapitalizzazione di appena 10 miliardi della BEI, che dovrebbe ampliare  (sotto l’ipotesi di una leva finanziaria pari a sei) la capacità di prestito di circa 60 miliardi, pari a meno dello 0,5% del Pil dell’Unione, e poco più di 4 miliardi (lo 0,03% del Pil) di investimenti attivabili dai cosiddetti project-bond. Fine del piano crescita, se ci aggiungiamo un generico richiamo ad utilizzare meglio i Fondi Strutturali.

Viviamo tempi molto difficili, e non è certamente il caso di demolire l’ottimismo (e persino l’entusiasmo) che può legittimamente derivare da un vertice europeo che, quantomeno, ha riaffermato la volontà politica dei leader dell’Unione di agire con decisione per salvare il progetto della moneta unica e conferirgli nuovo vigore. Ma, per favore, lasciamo le fanfare e i cori da stadio al calcio. Senza dimenticare che, anche in quel caso, magnificare e idolatrare una vittoria in semifinale poi ti porta a perdere 4-0 una finale.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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