di Cecilia di Mario.
Incontro Yacouba Sebere Mounkoro in un torrido pomeriggio romano. Ho conosciuto Yacouba due anni fa alla Luiss. Un ragazzo disponibile e sempre sorridente cui oggi ho chiesto di raccontarmi la sua storia; la storia di un giovane malinese che, dopo essersi laureato in giurisprudenza nel suo Paese di origine e aver lavorato per tre anni in un Centro di Ricerca per lo sviluppo umano sostenibile e il miglioramento della qualità della vita in Mali, ha scelto di conseguire un Master all’estero ed è arrivato in Italia.
D: Come inizia la tua avventura in Italia?
R: Sono stato selezionato per un “Master of Science of Comparative Law, Economics and Finance” di due anni al collegio internazionale universitario di Torino . Il Master era suddiviso secondo lo svolgimento di un anno di studi a Torino e un anno in Cina. Dopo la conclusione del mio piano di studi sono entrato in contatto con un’ associazione italiana: i Lions. Con loro ho iniziato a lavorare su di un progetto chiamato “cittadinanza umanitaria”, che si occupa della sperimentazione dello sviluppo locale di un villaggio molto povero del Mali.
Yacouba si trasferisce quindi a Roma, quando i Lions decidono di finanziare i suoi studi alla Luiss per un master in International Relations di due anni.
Nonostante la permanenza in Italia, il giovane continua a recarsi in Mali sia per il coordinamento del progetto de i Lions sia perché la sua famiglia vi risiede. Yacouba mi offre un punto di vista sincero e attento sui recenti avvenimenti. Il punto di vista di chi il Mali lo conosce e lo ama; ma allo stesso tempo, di chi ha consapevolezza delle problematiche reali che la popolazione si trova costretta ad affrontare.
D: Il 22 marzo 2012 un gruppo di militari rovescia il governo del Mali. La Costituzione democratica è sospesa ed è dichiarato il coprifuoco. In che modo il colpo di Stato ha cambiato il volto del paese?
R: La situazione è molto complessa. Il colpo di Stato e la ribellione sono entrambi segni di un malessere. Ciò che è stato attaccato sia dai ribelli tuareg, sia dai militari è stato il malfunzionamento del sistema centrale malinese. “La primavera araba”, che ha oggi caratterizzato paesi quali la Tunisia, la Libia e l’Egitto, si è verificata in Mali venti anni fa. La democrazia è stata instaurata; il problema è capire che tipo di democrazia. Una democrazia “formale” che non ha portato alcun cambiamento in merito alla distribuzione della ricchezza; i poveri sono rimasti tali e i ricchi hanno accresciuto il loro patrimonio. Il Mali è stato definito dalla comunità internazionale come il paese africano maggiormente democratico, eppure rimane tuttora un paese poverissimo. Questo mi ha portato a pensare che la democrazia non sia l’unica precondizione per lo sviluppo; la ribellione è iniziata il 17 gennaio 2012; è una ribellione diversa da tutte quelle che si sono verificate precedentemente. Le prime rivolte chiedevano il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e uno sviluppo nel Nord del Mali, oggi si è arrivati a chiedere l’indipendenza del Nord. È una ribellione separatista.
D: Più volte hai fatto riferimento al concetto di ‘democrazia formale’ come una grave mancanza del sistema del Paese. Puoi specificare?
R: La democrazia nel Mali è un gioco per la comunità internazionale. Si tratta di un sistema istituzionale formale, in cui i dirigenti locali hanno completa libertà di manipolazione sulla vita della popolazione. I cittadini malesiani non hanno avuto la possibilità di comprendere in che modo funziona il sistema. Esistono 140 partiti, dei quali solo il 30% partecipa realmente alla vita politica del Paese. I governanti hanno ricevuto finanziamenti dalla comunità internazionale, dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dai paesi occidentali, Francia e Stati Uniti in primis. Il finanziamento è stato garantito secondo determinate condizioni. C’è stata una forte pressione affinchè le porte del Mali venissero aperte al mercato internazionale a fronte però di una bassissima capacità di competizione del Paese. Questo ha portato ad uno sfruttamento delle risorse malinesi senza che ci fosse un ritorno per la popolazione in termini di miglioramento delle condizioni di vita.
D: Quali sono state le reazioni della popolazione rispetto al colpo di Stato?
R: Il colpo di Stato è stato visto con speranza, come una necessità per un cambiamento richiesto e voluto dalla popolazione malinese. Quando la ribellione è iniziata, il presidente Amadou Toumani Toure ha dato l’ordine ai ribelli di giustiziare elementi dell’esercito. Giovani e donne ( figli, madri, spose, sorelle dei militari uccisi) hanno chiesto un chiarimento e hanno manifestato per avere giustizia. Quindi è seguito un ammutinamento dei militari che si è risolto in un colpo di Stato.
D: Pensi che i paesi occidentali abbiano il dovere di intervenire rispetto a ciò che sta accadendo?
R: Ritengo che essi debbano dimostrarsi sensibili. Il precedente governo francese guidato dal Presidente Sarkozi ha responsabilità nella crisi. Nel Nord del Mali, la Francia ha scelto la via del compromesso con i ribelli, con l’obiettivo di liberare ostaggi francesi. Il dialogo è stato incentivato da motivazioni anche economiche; il Mali è un paese ricco di minerali, gas e petrolio. La via del compromesso ha portato la Francia ad avere responsabilità rispetto ciò che sta ora accadendo. La crisi del Mali è una crisi mondiale, perché terroristica. Il terrorismo non è mai esistito nel mio Paese; tutto è iniziato con la guerra in Libia; qui i malinesi facevano parte della compagine amministrativa e militare di Gheddafi e una volta che Gheddafi è stato ucciso, si sono spostati in Mali, aiutati dai terroristi di Al Quaeda, con l’obiettivo di creare disordini nel Paese.
D: Un intervento della comunità internazionale potrebbe risolvere la situazione?
R: No. Un intervento del genere potrebbe peggiorarla, come dimostrano i casi di Afghanistan e Libia. Ritengo che il Mali debba tentare di uscire dalla crisi nella quale si trova attraverso la costruzione di una politica regionale con altri Paesi africani.
D: Il primo luglio scorso milizie legate ad Al Quaeda hanno distrutto a Timbuctu alcuni mausolei musulmani venerati dalla popolazione locale, in seguito alla decisione da parte dell’Unesco di iscrivere la città malinese nel registro dei patrimoni mondiali a rischio. Come hai reagito alla notizia?
R: La motivazione che ha portato i fondamentalisti islamici a fare ciò è quella secondo la quale la venerazione di santi e dei simboli ad essi dedicati si scontra con l’unicità di Dio. Dio è uno. I ribelli si sono fatti aiutare dai fondamentalisti, sebbene adesso gli islamisti (che si prodigano per la creazione di un unico stato islamico nel Mali), siano molto più forti dei tuareg.
D: Cosa speri per il tuo Paese?
R: Una democrazia reale che possa essere strumento per lo sviluppo del Mali. Io spero in un paese pacifico e libero. C’è la necessità di uno Stato che sia in grado di valutare i prodotti locali ed incentivare il consumo a livello locale; uno Stato che si fondi su una democrazia reale, vicina alla popolazione, perché lo sviluppo economico non può prescindere da uno sviluppo politico e culturale.
Ringrazio Yacouba per la disponibilità nel concedermi questa intervista. Lo vedo allontanarsi mentre la sera scende sui viali romani e spero davvero che ciò che lui desidera per il suo Paese possa realizzarsi.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




