La democrazia parlamentare va riformata

di Marco Mazzoldi.

“Roman Convergence” by cycomachead (Michael Ball)

In un interessante articolo, il senatore PD Giorgio Tonini individua un percorso di rilancio della vita politico-istituzionale italiana all’interno di un rinnovato sistema europeo. Il punto di partenza della sua analisi consiste nella presa d’atto di un sistema elettorale e rappresentativo affatto carente: in Italia, a cagione dell’indebolimento degli strumenti sinora ancora utilizzati; in Europa, per l’insussistenza di un governo quale effettivo strumento di rappresentatività, che garantisca maggiore democraticità rispetto all’attuale sistema di governance.

Gli strumenti suggeriti da Tonini per far fronte a tale bicefala “crisi di funzionalità delle istituzioni e di legittimazione della politica” sono condensati in un pacchetto di riforme che riguarda Costituzione, legge elettorale, regolamenti delle Camere, statuto giuridico e finanziario dei partiti, con il quale traghettare verso la Terza Repubblica, alla quale guarda come “democrazia compiuta” secondo la famosa espressione di Aldo Moro. In particolare, Tonini propone l’adozione del sistema presidenziale alla francese (il c.d. ‘semipresidenzialismo’) quale nuovo fulcro dell’edificio istituzionale italiano; nonché l’elezione diretta del Presidente europeo, come rilancio di un’effettiva democrazia dell’Unione – direzione verso la quale, come annotato nel mio precedente intervento, pare siano intenzionati a muoversi parallelamente Parlamento italiano e tedesco.

Peraltro, la mia analisi non intende incentrarsi sulla fattibilità della proposta di Tonini o su quale sia la migliore soluzione da adottare: valide alternative, con relativi pro e contro, al semipresidenzialismo possono essere il presidenzialismo all’americana, il premierato britannico, il cancellierato tedesco. E, d’altro canto, con il c.d. ‘governo del Presidente’ attualmente a capo dell’esecutivo italiano, in qualche modo avvicinabile al presidenzialismo francese, è facile notare come varie siano le forme con cui, concretamente, i sistemi reagiscono al deficit di stabilità e governabilità. Il vero nocciolo, a mio parere, riguarda semmai il modo in cui garantire assieme la stabilità e governabilità e la democraticità e rappresentatività.

Per far fronte a questo interrogativo, molte democrazie parlamentari hanno già inserito alcuni aggiustamenti per eliminare i difetti e le derive del parlamentarismo. In Italia, invece, tale aggiornamento sembra segnare ancora il passo, alla luce dell’instabilità cronica del suo sistema politico e di governo e del fallimento della Seconda Repubblica, in cui i due partiti a vocazione maggioritaria non sono riusciti ad imprimere la svolta, tanto che stando ai sondaggi di questi giorni assieme difficilmente raccolgono più del 40% dell’elettorato. Le proposte sinora pendenti in Parlamento – riforma della legge elettorale che associ sistema tedesco (collegi uninominali), sistema spagnolo (piccole circoscrizioni), Senato federale –, pur andando a mio avviso nella giusta direzione, non sono tuttavia in grado di garantire di per sé una democrazia effettiva ed efficace, ovverosia rappresentativa e al contempo stabile e capace di governare.

La risoluzione passa attraverso la presa d’atto di tre momenti concorrenti tra loro. Due di questi si ritrovano ancora nel citato articolo di Tonini, e sono la conclamata crisi dei partiti, ‘particolarmente accentuata in Italia, e il ‘progressivo slittamento della sovranità dagli stati nazionali verso un’Unione ancora priva di un’effettiva governance democratica’. Il terzo fattore ad ostruire e osteggiare il compimento della democrazia, secondo la mia teoria,  è l’eccessivo potere della c.d. ‘alta burocrazia’. Un caso recente, e profondamente significativo, è lo scontro verificatosi tra il Ministro Fornero e i vertici dell’Inps, in particolare Mastrapasqua. Il casus belli: la diffusione non autorizzata e poco chiara dei dati relativi al numero degli esodati. Il deficit democratico: l’accorrere di tutti i politici in difesa dell’alto burocrate e all’attacco di un ministro della Repubblica. Non  mi curo tanto di chi avesse effettivamente ragione sui dati numerici. La questione è un’altra: l’esecutivo ha la possibilità di governare, e quindi di controllare e cambiare i vertici della pubblica amministrazione, che altro non dovrebbe essere che emanazione dell’esecutivo stesso?

Evidentemente, in Italia la risposta è negativa. E questo è sintomatico e proprio di un sistema malato. Quel che manca è la cultura di un esecutivo che abbia i poteri e la responsabilità di guidare il Paese, che sia legittimato direttamente dal popolo, e che per questo possa amministrare, cioè cambiare le cose, senza compromessi o gioghi in favore di persone non scelte dall’elettorato, come i burocrati e molti degli stessi politici. Presidenzialismo, semipresidenzialismo, cancellierato, premierato, ciascuno con rimedi e modalità sue proprie, garantiscono invece la scelta di un candidato forte, nel senso di democraticamente eletto e assieme dotato degli strumenti giuridici democratici per portare avanti le decisioni politiche premiate direttamente dall’elettorato. Questi poi, quale capo dell’esecutivo, dovrebbe avere il potere di scegliersi in autonomia i propri collaboratori, sia nelle persone dei ministri quali capi politici dei dicasteri, sia nelle persone dei tecnici quali capi amministrativi dei dicasteri stessi.

Sul potere deformato dei partiti, che paralizza l’attuazione di una democrazia effettiva ed efficace, non c’è molto da aggiungere rispetto a quanto già noto: giochi col bilancino, poltrone, veti incrociati, anche all’interno del medesimo partito, sono tutti fattori che imbrigliano la vita delle istituzioni, e che hanno causato la spaccatura e la lontananza dal paese reale, con le conseguenti crisi economica e sociale, e quindi democratica.

Lo stesso vale anche per l’alta burocrazia, peraltro perfetto pendant alla logica partitica: nomina di amici e di amici degli amici, spartizioni e lottizzazioni in favore di questa o quell’altra corrente, per ottenere in cambio un appoggio altrove; gente che rimane sempre al suo posto, con vecchia mentalità, incapace di ammodernarsi, con la tentazione e la propensione a mettersi di traverso rispetto alle innovazioni per non intaccare lo status quo. Com’è possibile, ad esempio, che cambino i tempi, i colori politici, le scelte di governo, le strutture istituzionali, ma spesso non cambino i consulenti giuridici dei ministeri o le persone a capo delle pubbliche amministrazioni, delle agenzie, degli enti pubblici e parapubblici? È un potere alternativo, non democratico, non responsabile, in quanto non risponde a nessuno, se non forse a logiche di mero scambio di favori e vantaggi. E non permette allo Stato e alla società di cambiare.

Max Weber ravvisava questi pericoli già nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale. Il problema della democrazia moderna, che porta alla centralizzazione e all’estensione del potere degli apparati, secondo il sociologo trova soluzione in meccanismi che permettano la formazione e l’individuazione di leader, democraticamente scelti, che siano autorevoli e cioè statisti capaci, ma anche dotati dall’ordinamento di quegli strumenti democratici che consentano loro di imporsi agli apparati di partito e di guidare gli apparati pubblici. Per Weber, infatti, la ‘sovranità popolare’ porta necessariamente al dominio degli apparati dei partiti di massa, i soli in grado di controllare i meccanismi elettorali del suffragio universale; e a loro va dunque contrapposta una leadership autonoma da questi apparati, ma in grado di controllarli [1].

La riflessione teorica di Weber si inserisce nel solco delle analisi di Tocqueville, il quale, ben più lungimirante e realista di Montesqueieu, aveva corretto il principio della separazione dei poteri di quest’ultimo con l’altro principio del bilanciamento: una separazione non solo funzionale – e quindi a ciascun potere la sua competenza esclusiva – ma una suddivisione dei poteri, ciascuno dei quali possa controllare l’altro in quanto nessuno di loro è detentore esclusivo della competenza assegnatagli.

Ecco, dunque, che un esecutivo direttamente scelto e legittimato dal popolo, al pari del potere legislativo, da un lato è direttamente responsabile nei confronti di entrambi questi due, dall’altro, però, ha la legittimazione ad agire su mandato elettorale, senza rimanere ingabbiato dal Parlamento e dalle logiche partitiche. Lo stesso valga a livello europeo, dove la tecnocrazia e l’assenza di un’efficace rappresentatività democratica, con poteri effettivi, comportano disaffezione verso il progetto dell’Unione e non consentono un dialogo né un rapporto tra istituzioni e popoli. Con il conseguente insorgere di movimenti antieuropeisti e nazionalisti. È dunque necessario creare anche a livello europeo un potere esecutivo chiaro, noto, capace, dotato dei necessari poteri, ‘che possa incarnare – è ancora Tonini – sulla base della logica del governo diviso, insieme al parlamento dei popoli e al consiglio degli stati, la nuova sovranità europea’, non soggiogata ai Paesi più forti ma davvero rappresentativa degli interessi generali di tutti, e in grado di interloquire autorevolmente con il mondo.

È tempo di abbandonare i timori che un potere esecutivo forte sia sinonimo di dispotismo, se è invece bilanciato da un potere legislativo intento alla difesa della costituzione e delle norme fondamentali e alla promozione delle libertà fondamentali e non agli interessi di bottega o al perseguimento di appoggi lobbistici o degli apparati. È tempo di ricordare, invece, che la nascita dei due grandi dispotismi fascista e nazionalsocialista fu facilitata dalla crisi lunga e conclamata – com’è di questi tempi – della democrazia parlamentare divenuta democratismo partitico incapace di governare e di rappresentare il popolo e di dare risposte concrete e di ampio respiro alla società.

 


[1] Max Weber, Politica come professione

 

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti