Innovazione sociale. Fra retorica e realtà

di Elisa Martellucci.

DSC_1137 di mrchrisadams

Uno degli aspetti tipici della storia della nostra società è l’ impulso costante verso  la creazione, adozione e diffusione di innovazioni. L’innovazione tecnologica è forse uno degli aspetti più noti, ma innovazione può anche significare  trasformazione nel modo in cui interpretiamo la realtà attraverso un cambiamento dei nostri modelli di pensiero (innovazione culturale) o toccare più da vicino il sistema di produzione economica (business innovation).

Negli ultimi anni e con sempre maggior frequenza i Policy makers europei fanno riferimento alla cosidetta “Innovazione Sociale” (social innovation). Lo scorso 25 Giugno László Andor, Commissario europeo responsabile della Direzione Generale lavoro, affari sociali e inclusione, in una conferenza tenutasi a Copenaghen, ribadiva come l’innovazione sociale rappresenti una nuova strada  capace di trovare e diffondere nuove soluzioni nel campo delle politiche sociali.

Nel marzo 2011 il Presidente della Commissione Barroso lanciava l’ iniziativa “Social Innovation Europe” con  l’obiettivo di mettere in comunicazione fra loro i migliori soggetti innovativi. Nel quadro della ben nota strategia Europa 2020,  l’Innovazione Sociale è chiamata a stimolare simultaneamente tre iniziative: creare un’Unione dell’innovazione, costituire una  piattaforma europea contro la povertà e stabilire un’agenda per le nuove competenze e per l’occupazione. È semplice retorica o il concetto racchiude una vera prospettiva di cambiamento?

Vediamo più da vicino di cosa veramente si tratta. La Young Foundation, una delle più attive organizzazioni del settore, definisce la Social Innovation come idee (ovvero prodotti, servizi, strutture) capaci contemporaneamente di soddisfare i bisogni e di creare nuove interazioni all’interno della società. Secondo l’OCSE la Social Innovation ha alla sua base la ricerca di risposte alternative ai problemi sociali, identificando e offrendo servizi in grado di migliorare la qualità della vita dell’individuo. L’implementazione di nuovi processi di integrazione nel mercato del lavoro, nuove competenze e nuove forme di partecipazione sociale rappresentano elementi chiave della definizione.

A questo punto appare chiaro che il concetto non è poi cosi recente. Facendo un salto nella storia inglese del primo Ottocento, Robert Owen ad esempio, acquistando quattro industrie tessili nella città di New Lanark (Scozia) vietò ai bambini sotto i dieci anni di lavorarci, costruendo contemporaneamente scuole che garantissero ai fanciulli un livello minimo di istruzione. Owen provvide anche alla costruzione di asili e alla creazione di corsi di formazione serali. Lo spirito innovatore di Owen ebbe successivamente una forte influenza sul movimento cooperativo e  rappresentò un  interessante anticipazione delle moderne teorie di management. Esempi più recenti e forse più celebri di innovatori sociali sono quelli di Mohamed Yunus e la sua banca di microcredito Grameen, o Wendy Koop, fondatore di Tech for America.

L’innovazione sociale può quindi nascere dall’ingegno di un singolo, ma può anche generarsi dal settore privato, da quello pubblico o dal terzo settore. Sono proprio le partnership fra governo, capitale privato e impresa sociale a rappresentare i topics in discussione all’interno di alcuni governi nazionali. David Cameron qualche anno fa dichiarava che, per garantire innovazione e diversificazione, i servizi di assistenza sociale devono aprirsi al settore privato, alle charities, nonché alle imprese sociali.

Che l’appello alla social innovation rappresenti forse l’ennesima prova del deterioramento del welfare state e della crescente difficoltà dei governi di fornire servizi essenziali ai cittadini? Nel Luglio 2010 Obama stanziava 50 M di dollari per il Social Innovation Fund  per finanziare le più virtuose ONG d’America, in modo da espandere ulteriormente il loro supporto nella sfera sociale. Ma come possiamo capire se un innovazione funziona davvero? E sopratutto, come facciamo a misurarne l’impatto? Nel prossimo articolo alcune risposte.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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