Innocenti evasioni: dalla deterrenza alla fedeltà fiscale

di Matteo Rizzolli.


“La lotta all’evasione fiscale è una priorità assoluta per il nostro governo perché erode la legalità e mina il patto con i cittadini”. Così si è espresso il presidente del consiglio Monti nella sua visita alla Guardia di Finanza in occasione delle celebrazioni per il 238° di fondazione.

Questa frase, scontata otto mesi fa al momento dell’insediamento del governo, si rivela oggi molto più difficile da pronunciare. Siamo infatti passati in pochissimi mesi dalla caccia isterica all’evasore parassita alle bombe contro Equitalia. I partiti politici, sempre pronti a fiutare l’umore populista, che ieri gridavano all’untore evasore hanno virato a 180 gradi ed oggi puntano il dito contro il fisco che strangola. Come è avvenuto questo repentino cambiamento nell’umore del paese? Quali conseguenze avrà sulla (in)fedeltà fiscale degli italiani? Quali sbagli sono stati fatti e soprattutto cosa si deve imparare per il futuro? Nella parte finale dell’articolo ripercorriamo le tappe della lotta all’evasione (e della lotta alla lotta all’evasione) di questi otto mesi vorticosi.

Perché i cittadini pagano le tasse? La domanda sembra tanto banale quanto la sua risposta è invece complessa. Eppure se non si parte da una risposta convincente a questa domanda si rischia di fallire clamorosamente il tentativo di aumentare la qualità e la quantità delle tasse pagate (in inglese si direbbe la compliance).

Il contribuente è un ladro, lo stato il poliziotto. Gli studi economici sulla tax compliance partono negli anni ’70 seguendo gli studi sulla deterrenza del premio Nobel Gary Becker ed ipotizzando che individui “razionali” decidano di evadere le tasse se la sanzione moltiplicata per la probabilità di essere sanzionati sia sufficiente bassa (ovvero più bassa del guadagno atteso dall’evasione più qualche forma di premio al rischio).

Le misure messe in campo da questo e dai precedenti governi sembrano per la maggior parte ispirate da un approccio Beckeriano al problema. Aumentare le pene è una prima ovvia misura in questo senso. Ma anche lavorare sull’effetto “vergogna” dell’essere sanzionati, attraverso la pubblicità dei parassiti è un modo sofisticato di aumentare i costi non economici della sanzione. Anche la strategia dei blitz e l’uso di Serpico come velata minaccia di effettuare futuri controlli in effetti ottengono il risultato di aumentare la percezione della probabilità di essere controllati. Inasprendo abbastanza la sanzione attesa – così fila il ragionamento Beckeriano – tutti gli evasori saranno indotti a pagare le tasse. Ma siamo sicuri che aumentare la deterrenza basti?

Certo, le misure di deterrenza fiscale messe in campo già prima dell’arrivo di Monti hanno consentito un aumento delle entrate di 13 miliardi di euro per il 2011. Ma hanno anche velocemente mutato il clima fiscale che in pochi mesi ha prodotto una forte reazione nell’opinione pubblica, e si è arrivati fino agli attentati e ai primi cedimenti del governo in materia.

Il contribuente è un cliente, lo stato il fornitore di servizi. Fin dai primi anni, l’analisi Beckeriana dell’evasione si è da subito scontrata con il paradosso che il pagare le tasse non è praticamente mai razionale. Questo perché la probabilità effettiva di essere monitorati dall’agenzia delle entrate è stimata, nei paesi OCED, tra l’1 ed il 3% mentre la sanzione quasi mai supera il doppio della somma evasa. In altre parole, evadere le tasse per una persona neutrale al rischio implica un ritorno atteso che può anche raggiungere il 98%.

Una volta assodato che pagare le tasse non conviene, diventa molto più interessante domandarsi perché la gente paghi le tasse. Negli ultimi dieci anni la ricerca economica ha imboccato direzioni nuove: il rapporto stato-contribuente non è solo una gioco tra guardie e ladri ma qualcosa di molto più complesso che si basa su una decisione morale degli individui che pagare le tasse sia prima di tutto una scelta giusta. In gergo questa è la tax morale. Alcune conclusioni della ricerca possono essere però il punto di partenza per ripensare anche all’azione dello stato italiano nei confronti degli evasori.

Incentivi e punizioni spiazzano le motivazioni intrinseche. La legge prescrive che le tasse debbano essere pagate e molte persone sono disposte a seguire il dettame della legge a prescindere, semplicemente perché è la giusta cosa da fare. Se non ben disegnati, gli interventi esterni nella forma di incentivi e/o punizioni possono sostituire le motivazioni interne delle persone con effetti controproducenti. Questo non significa abolire le sanzioni tributarie, ma essere consapevoli degli effetti controintuitivi che un loro inasprimento comporta sulla tax morale.

La presunzione che il contribuente sia un evasore, l’inversione dell’onere della prova e gli errori di giudizio sui contribuenti in buona fede minano la tax morale molto più di quanto non facciano gli errori nei confronti degli effettivi evasori. Quindi è bene concedere al contribuente il beneficio del dubbio, rispettando il principio consolidato del diritto penale che è sempre meglio perdonare molti evasori piuttosto che condannare un singolo contribuente fedele.

La procedura conta. Essere trattati bene, con rispetto e dando al contribuente l’importanza che un fornitore dà ad un cliente aumenta la tax morale.

Le minacce servono solo nel breve periodo. Degli studi condotti in Svizzera su delle lettere simili a quelle di Equitalia inviate ai contribuenti con profili di spesa non coerenti sembrano dimostrare che queste possano indurre un piccolo aggiustamento nell’anno successivo nelle dichiarazioni dei redditi ma l’effetto svanisce nel corso del tempo. In altre parole, gli evasori effettivi stanno più attenti a come spendendo i soldi piuttosto che alle tasse che pagano. Le minacce quindi non sembrano incidere affatto sulla tax morale.

Equitalia: dov’è l’equità nello scambio fiscale? Un’ultima parola va spesa per la madre di tutte le questioni fiscali, ovvero la percezione dell’equità dello scambio fiscale tra i servizi ricevuti dallo stato e le tasse pagate. Gli studi empirici dimostrano che la tax morale dipende ampiamente dalla percezione della qualità nello scambio fiscale ed anche, in un’ottica di federalismo fiscale e tasse di scopo, da quanto le tasse siano trasparenti rispetto ai servizi erogati. Lo scadimento dei servizi pubblici, la percepita asimmetria di diritti e doveri tra pubblico impiego e settore privato e sopratutto la questione dei privilegi della classe politica minano la tax morale in maniera significativa. Certamente queste variabili non sono nelle mani dirette di chi è deputato a raccogliere le tasse ma riguardano il miglioramento di medio e lungo periodo della macchina statale nel suo complesso.

Ripercorriamo le tappe di questi ultimi mesi per documentare quello che è forse un cambio significativo della percezione della questione dell’evasione fiscale nell’opinione pubblica.

In principio fu la lotta all’evasione. L’evasione riguarda poco meno del 20% del PIL italiano. Nello scorso autunno, quando l’Italia sembrava sull’orlo del baratro per aver perso le redini della finanza pubblica ed il capo dello stato affidò a Monti il compito di formare un nuovo governo, la lotta all’evasione era una delle chiavi di volta del progetto di consolidamento della finanza pubblica. Per la verità ogni governo che si sia insediato al potere negli ultimi vent’anni ha fatto della lotta all’evasione una sua bandiera, almeno a parole. Ma a questo giro sembrava diverso. La lotta all’evasione sembrava la formula magica che ci avrebbe salvato dal baratro dello spread: bastava recuperare il nero ed il gioco era fatto, il deficit rimpianto ed il debito pagato. Ai tempi del decreto Salva Italia tutti i giornali dedicarono paginate alle misure anti evasione, dalla riduzione a zero del contante utilizzabile (il governo ha poi abbassato la soglia di utilizzabilità a 1000 euro) fino alla completa deducibilità delle spese intermedie per favorire il contrasto degli interessi (misura introdotta solo in parte su alcune spese, anche perché di dubbia efficacia).

Poi venne l’inasprimento delle pene. Nel decreto Salva Italia di dicembre sono contenute una serie di misure che inaspriscono le sanzioni amministrative e penali per alcuni illeciti e reati tributari.

Poi vennero i blitz. Le prime misure del governo furono subito accompagnate dalle retate dell’agenzia delle entrate e della guardia di finanza. Dopo quello di Cortina a Natale, gli interventi più eclatanti sono arrivati a Roma, Napoli, Viareggio, Sanremo e Courmayeur, e poi ancora nei locali di Milano ed in altre località turistiche. Dapprima accolti tra un tripudio di folla, questi blitz sono stati via via accompagnati da critiche e freddezza. Da rivalsa sociale contro gli evasori in vacanza Cortina, questi blitz vengono sempre più percepiti come inutili vessazioni contro le imprese.

Poi venne lo spot dell’agenzia delle entrate sul parassita della società che mostrando un evasore fiscale concludeva “Chi vive a spese degli altri danneggia tutti. Battere l’evasione fiscale è tuo interesse. Chiedi sempre scontrino o ricevuta fiscale”. Youtube si è però presto popolata di varianti dello spot che aggiungono altri soggetti alla lista dei parassiti, a cominciare dalla classe politica, il cui parassitismo viene percepito ormai come problema molto maggiore di quello dell’evasione (e forse non a torto).

Poi fu il turno di Serpico, il super computer dell’agenzia delle entrate che incrociando svariati database scova delle anomalie tra le spese ed i redditi dichiarati dai contribuenti. Con le informazioni di Serpico, l’agenzia ha da poco iniziato ad inviare delle lettere in cui si fa sapere al contribuente di “aver rilevato spese apparentemente non compatibili con i redditi dichiarati”. In queste lettere vi è anche scritto che esse hanno “finalità esclusivamente informative e pertanto non è necessaria, da parte del contribuente, alcuna risposta”. Insomma, un bell’avvertimento a mettersi in regola per gli anni a venire, pena controlli praticamente certi. Tanto da far commentare ad Oscar Giannino che la lettera “suona innazitutto come una minaccia, punto e basta. Paternalistica. Uno Stato padrino alla Coppola, prima che padre”.

Poi arrivarono le bombe. Dapprima furono le lettere esplosive a Roma, poi i manichini impiccati di fronte alle sedi e gli ordigni artigianali di Napoli, le molotov di Livorno e i cortei accesi di Pisa. Infine il sequestro di 15 persone a Bergamo. In mezzo una serie preoccupantemente lunga di attentati ed intimidazioni ad Equitalia e all’Agenzia delle Entrate.

E finì che la politica voltò le spalle alla lotta all’evasione? Mentre il Ministro dell’interno si dice preoccupata per questa escalation, qualche politico ammicca chiedendo comprensione per questi gesti. Che parte dell’arco parlamentare sia da sempre comprensivo con l’evasione è cosa abbastanza assodata. Memorabile fu l’uscita dell’ex presidente del consiglio nel 2008 sulla moralità dell’evasione quando la tassazione supera il 33% .

Ma l’insofferenza ha ormai trovato terreno fertile presso altre forze politiche che strizzano l’occhio al populismo, a cominciare da Grillo e dal movimento cinque stelle, tanto da costringere  Monti nel suo discorso alla Guardia di Finanza di cui abbiamo parlato in apertura a sostenete che “saremo intransigenti con i più forti e comprensivi con i più deboli”, ammettendo quindi implicitamente che vi sia un’evasione buona ed una cattiva, e quindi degli evasori perdonabili ed altri imperdonabili. In una situazione di recessione economica così complicata come l’attuale, è inevitabile che in pochi possano essere ascritti alla seconda categoria e che molti contribuenti che oggi anche a fatica le tasse le pagano potrebbero finire per sentirsi legittimati a ricadere nella prima.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti