di Marco Campione.
Come cambierà lo scenario politico dopo la crisi della Lega? Periodicamente il tema torna d’attualità. Stando all’ultima tornata elettorale (la prima successiva alla crisi leghista), l’elettorato deluso dal Carroccio si è sostanzialmente diviso tra l’astensionismo e il voto al MoVimento 5 Stelle. Entrambe le collocazioni sono però molto volatili: le cose potrebbero cambiare in vista delle politiche, elezioni molto diverse dalle amministrative.
Il Pd può aspirare a conquistare parte di questo elettorato? Può aspirare a rappresentare le sue istanze meno becere? E a prescindere da chi si è affidato in passato a Umberto Bossi, il Pd è in grado di rappresentare questi territori? La tesi di chi scrive è che può farlo a patto che mantenga le proprie caratteristiche originarie. Quelle di essere una forza post-ideologica e contemporanea. Questa è per me la vocazione maggioritaria: non una vocazione al martirio, ma la scelta di abbandonare in modo irrevocabile l’idea di una politica novecentesca, fatta di partiti che rappresentano blocchi sociali ben definiti e dunque – per loro natura – ristretti.
Esiste ancora quel Pd? Per scoprirlo si poteva curiosare lo scorso 30 giugno a Milano. Il Pd ha riunito le proprie assemblee delle cinque regioni del Nord a statuto ordinario (Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto). Il titolo del convegno, “Da Nord, per la ricostruzione nazionale”, era abbastanza esplicativo. E i diversi interventi lo hanno chiarito: non l’embrione di un Pd del Nord, ma una giornata di lavoro per valorizzare la dimensione collettiva del Pd al Nord come area omogenea e compatta nel proporre soluzioni ai problemi dell’Italia intera.
Si prenda ad esempio il discorso di Errani. Un intervento forse eccessivamente auto assolutorio, che però lo ha confermato come uno dei più lucidi esponenti del Pd settentrionale. Il Presidente dell’Emilia-Romagna ha evidenziato – molto meglio di Bersani, duole constatarlo – quelle che dovrebbero essere le parole d’ordine che dalla parte più produttiva del paese possono parlare a tutta l’Italia. Cito a memoria: smontare un sistema politico inefficiente e autoreferenziale; interpretare il cambiamento storico di cui questo paese ha bisogno; “impresa e lavoro sono la stessa cosa” (a Fassina devono essere fischiate le orecchie); definire un nuovo welfare a cui partecipano non solo soggetti pubblici, ma anche privati accreditati; riforma della funzione pubblica all’insegna della responsabilità.
Ragionando della cosiddetta “questione settentrionale”, il centrosinistra ha dato nel tempo risposte molto diverse. Si è passati dalla negazione del problema al suo opposto: la teorizzazione del “partito del Nord”. Personalmente ho sempre rifiutato quest’ultima soluzione, considerandola una scorciatoia poco utile. Ricolfi descrisse tempo fa qual è il partito che non c’è e di cui avrebbe bisogno il paese. “Un partito di uomini del nord e uomini del sud che riconosca che la frattura oggi non è tra nord e sud, nemmeno tra destra e sinistra, ma tra i tanti produttori che lavorano duro e rispettano la legge e i troppi parassiti che dissipano le risorse comuni e disprezzano le regole del gioco”.
Ho affermato che l’unico partito del centrosinistra che può candidarsi a quel ruolo è il Pd del Lingotto e con la crisi della Lega una proposta coraggiosa e innovativa che aggiornasse quelle parole d’ordine potrebbe raccogliere risultati inimmaginabili. Purtroppo però, proprio la crisi della Lega potrebbe agevolare anche la reazione opposta. Chi ha sempre rifiutato di riconoscere l’esistenza della questione settentrionale potrebbe considerare il “pericolo” ormai scampato, assecondando o promuovendo un ritorno al passato, che consideri l’esperienza dei governi dell’Ulivo una parentesi. Si è formato a sinistra un blocco che vuole derubricare le scelte regionaliste e autonomiste di quei governi a cedimento culturale alla Lega. Saldandosi così con chi sostiene teorie analoghe sulle politiche economiche di quegli stessi anni, che sarebbero state niente di più che un cedimento al pensiero unico neo-capitalista o altre bestialità del genere.
La posta in gioco dunque è alta, in particolare al nord. Se la sinistra torna a rappresentare le sue roccaforti e i suoi insediamenti tradizionali (pubblico impiego, lavoratori subordinati sindacalizzati, pensionati), la conseguenza sarà quella di perdere il consenso che ha guadagnato nei settori più innovativi. Che non sono solo al Nord, ovviamente, ma che qui esprimono la propria egemonia culturale.
Alcuni segnali purtroppo sono già arrivati dagli esponenti del gruppo dirigente del Pd. Cito solo i primi che mi vengono in mente, tra i più recenti: la chiusura sui seppur timidi provvedimenti sul merito del ministro Profumo, la promozione del lavoro subordinato a “baricentro delle politiche del Pd”, l’annuncio che sui cosiddetti esodati “interverremo”, vanificando in quel caso gli effetti di redistribuzione tra le generazioni della riforma pensionistica. Non a caso distinguo dal governo che si sostiene che riguardano proprio le categorie enumerate prima: pubblico impiego, lavoratori subordinati e pensionati.
E Bersani? Che siano dirigenti con poca memoria e molto pelo sullo stomaco a voler condannare all’oblio i governi dell’Ulivo e cavalcare un’onda che sperano possa portarli a governare il partito, passi. Che Bersani consenta loro di farlo pur sapendo che così si potrà forse governare il Pd, ma non certo il Paese è sorprendente. Un Bersani che fu peraltro uno dei protagonisti di quella stagione riformatrice.
Un’occasione per capire se il messaggio da Milano riuscirà ad arrivare a Roma sarà la Carta d’intenti che il Pd sottoporrà ai propri alleati (quali?) in vista delle per ora fantomatiche primarie. Bersani ha annunciato contemporaneamente documento e consultazione; rinviata la seconda discussione a non meglio precisati tempi migliori, chissà se almeno l’Assemblea Nazionale del 14 luglio chiarirà come si pensa di redigere la Carta.
Il mio auspicio è che il punto di vista dei partiti regionali riunitisi a Milano abbia un peso reale. Il segretario considera la Carta più importante delle primarie stesse. Sarebbe ben strano che chi considera per sé un punto di distinzione l’essere a capo di un’associazione che si definisce “Partito” oltre che “Democratico” si scordasse di tenere nel giusto conto i territori nella definizione di un passaggio così fondamentale.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Ma perchè essere una forza “post-ideologica e contemporanea”, cosa che senz’altro posso sottoscrivere, implicherebbe essere d’accordo con Errani se afferma, ad es., che “impresa e lavoro sono la stessa cosa”? Portare il cervello nell’ammasso della spazzatura non torna bene né al Partito né alla capacità di comprendere l’impresa e il lavoro in modo “post-ideologico e contemporaneo”.
“Smontare un sistema politico inefficiente e autoreferenziale” si fa in un solo modo o “in molti modi possibili”, e quindi valutabili a seconda degli obiettivi e dei valori sottesi? Perché uno si può preoccupare anche di possibili cambiamenti in peggio, si parva licet.
Produrre “esodati” è il modo corretto di intervenire sul pensionamento? Premiare il merito significa dare soldi come premio o accertare il merito in modo più corretto da come si fa oggi?
Se c’è un motivo dominante, poi, di tutte queste “spending review” – e dell’opera del commissario revisore Bondi – è che il Male è consustanziale all’autonomismo e al regionalismo all’Italiana, laddove la proliferazione dei centri di spesa e delle competenze locali ha moltiplicato le bocche pigolanti, i malaffari, e in definitiva prodotto un danno grandissimo al cittadino italiano, talché adesso arrivano in massa le varie Consip, i costi standard nazionali, i tagli alle autonomie stesse, le ulteriori briglie di spesa. Ora, io non sono per la filosofia del “cupio dissolvi”, ma cos’hanno detto a riguardo i Partiti Democratici Regionali?
>”Se la sinistra torna a rappresentare le sue roccaforti e i suoi insediamenti tradizionali (pubblico impiego, lavoratori subordinati sindacalizzati, pensionati), la conseguenza sarà quella di perdere il consenso che ha guadagnato nei settori più innovativi.”
Massì, chissenefotte del 70% del paese, inseguiamo lo zero-virgola nei “settori più innovativi” (che la destra rappresenta già, e meglio).
Massimo, che la destra rappresenti gia’ e meglio i settore piu’ innovativi mi sembra opinabile.
Ti sono sfuggite le virgolette su “innovativi”
Ma che comunque la destra rappresenta (o rischia di rappresentare) comunque meglio, questo sì. Ma lo vedete chi votano i piccoli imprenditori in Veneto? Vi pare che votino Veltroni? Ecco.