di Ilaria Maselli.
Mi prendo una pausa momentanea dal tema della disuguaglianza per intromettermi nel dibattito tra Pietro Ichino e Massimo Sandal a proposito del riformismo e del mercato del lavoro.
Partiamo da un’osservazione poco discutibile: il mercato del lavoro italiano funziona male. Lo caratterizzano bassi tassi di occupazione (specie femminile), lavoro nero, elevato grado di dualizzazione tra insider e outsider e la mancanza di tutele universali. Pertanto è difficile dissentire sulla necessità di fare qualcosa per cambiarlo. Ma cosa?
Nel rispondere a questa domanda bisogna tenere conto della realtà: il “sistema Italia” è dominato da manodopera poco qualificata e poco produttiva, dal nanismo dell’apparato produttivo e dall’inefficacia degli investimenti. Vale la pena notare che il legame fra questi tre elementi è stretto, anche se è difficile stabilire il rapporto di causalità.
Tornando a cosa bisogna fare, si può escludere lo status quo. L’attuale modello non è un’opzione in quanto pensato per gli anni in cui l’Italia cresceva trainata dal settore manifatturiero, dal basso costo della manodopera e dalle esportazioni (come la Cina oggi).
Oggi il costo del lavoro in Italia è elevato (più che in Germania), l’industira impiega solo 4 dei 22,5 milioni di lavoratori italiani (pari al 19%) e il current account è in rosso. Sì, non è una svista: il costo del lavoro è più elevato in Italia che in Germania (nella figura è riportata la media per lavoratore del salario lordo più i contributi pagati dal datore di lavoro).
Fonte: AMECO – Commissione Europea
Se la necessità è quindi di muoversi da questo punto, la domanda è per andare (verso) dove? Qual è il modello economico a cui ci ispiriamo? Perchè il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro va discusso in questo contesto prima ancora che in termini di ideologie.
Due sono i modelli da cui si può trarre ispirazione: la Danimarca e la Germania. Gli Stati Uniti sono esclusi dal discorso perché il modello economico e di welfare americano è troppo lontano dall’economia sociale di mercato che accomuna i paesi europei.
Per cui, tornando a Danimarca e Germania, si può sintetizzare dicendo che il primo paese è caratterizzato da una forza lavoro altamente qualificata, da un’economia trainata dai servizi e con un mercato del lavoro dinamico e sexy sia per i lavoratori che per i datori di lavoro; la Germania è invece il paese campione di esportazioni e con una buona parte dell’economia legata all’industria. Nessuno dei due modelli è perfetto ma va decisamente meglio del nostro: il tasso di occupazione è al di sopra di quello italiano di circa 15 punti percentuali e il current account è in attivo.
| Italia | Germania | Danimarca | |
| Tasso di occupazione (15-64) | 56.9% | 72.5% | 73.1% |
| Current account (% del PIL) | -3.1% | 5.3% | 6.5% |
Fonte: Eurostat, AMECO – Commissione Europea. I dati si riferiscono al 2011.
L’ideologia entra nel discorso solamente a questo punto, per scegliere se vogliamo essere una Danimarca o una Germania. Questa sì che è una scelta ideologica. Non lo è invece restare ancorati a un modello vecchio in cui ci si aspetta di mantenere lo stesso lavoro per tutta la vita mentre la tecnologia permette di spostare capitali nel giro di nanosecondi.
Fatta questa scelta (Danimarca o Germania?) si puo decidere che tipo di regolamentazione è più appropriata per il mercato del lavoro, senza però dimenticare tutto quello che vi gira intorno. Per essere la Germania bisogna consumare di meno e risparmiare di più, bisogna rilanciarsi con scelte difficili ma lungimiranti, come tagliare il costo del lavoro e trovare il modo per aumentare la produttività.
Per essere la Danimarca bisogna mettersi tutti a studiare, perché non ci si può stupire di fronte all’impossibilità di trovare lavoro se non si è capaci di usare google. Persino per i lavori poco qualificati sono ormai richieste certe competenze. E bisogna anche lavorare tutti per finanziare la tutela del reddito in caso di licenziamento, asili e assistenza a lungo termine per gli anziani. E anche accettare maggiore flessibilità.
Qualunque sia la strada scelta, è importante tenere a mente che non è gratis: sono necessari sacrifici che daranno frutti solo tra qualche anno. Ma questi sacrifici restano comunque inferiori a quelli che ci aspettano se si continua a difendere lo status quo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Altro bell’articolo!
ottimo articolo!
due cose tecniche intanto: 1) “current account”, ovvero ? 2) mi pare manchi una tabella o grafico …
Precisazione: “Qual è il modello economico a cui ci ispiriamo? Perchè il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro va discusso in questo contesto prima ancora che in termini di ideologie.”
Nel momento in cui ti vuoi ispirare a un modello economico, automaticamente stai parlando di ideologie.
(Ah ok, vedo che dopo lo riconosci esplicitamente. A posto, scusa, avrei dovuto aspettare prima di commentare)
Ok, due cose:
1) “Due sono i modelli da cui si può trarre ispirazione: la Danimarca e la Germania.”
Domanda onesta: perchè esplicitamente solo questi due? Anche Ichino nel suo “Inchiesta sul lavoro” sembra ossessionato dalla Danimarca, ma non ho visto confronti complessivi paneuropei per cui scegliere la Danimarca. Sono sicuro ci siano ottimi motivi, ma…
2) “e con un mercato del lavoro dinamico e sexy sia per i lavoratori che per i datori di lavoro”
Ecco, queste sono affermazioni-fuffa che ritengo assai pericolose, perchè introducono un (ridicolo: “sexy”?) giudizio di merito senza spiegare effettivamente di che si tratta.
3) “Nessuno dei due modelli è perfetto ma va decisamente meglio del nostro: il tasso di occupazione è al di sopra di quello italiano di circa 15 punti percentuali e il current account è in attivo.”
Correlation is not causation.
Come si può che il tipo di mercato del lavoro sia *direttamente* responsabile del tasso di occupazione? Sicuramente ha un ruolo *all else being equal*, ma non credo sia possibile dire che è l’ *unico* fattore. Inoltre: è un tipo di occupazione che vogliamo?
4) “E bisogna anche lavorare tutti per finanziare la tutela del reddito in caso si licenziamento, asili e assistenza a lungo termine per gli anziani. E anche accettare maggiore flessibilitá.”
E perchè non si può avere la prima senza la seconda? (mi rendo conto che sembra un discorso botte piena moglie ubriaca, ma vorrei sapere perchè sono mutualmente esclusive)
Ok, il mercato del lavoro italiano ha molte storture.
Ma mi pare che sia passata l’idea, e mi sembra che l’articolo implicitamente la confermi, che siano queste storture l’unica causa del declino economico italiano. La colpa non è forse anche di un’industria che non innova e che fa prodotti a basso contenuto tecnologico, su cui sconta la concorrenza di Paesi con costo del lavoro infinitamente più basso?
Mi pare che questa benedetta riforma del mercato del lavoro (necessaria, per carità) stia abbacinando tutti e sia diventata la panacea per tutti immali. Ma del resto viviamo in un Paese che crede negli uomini della Provvidenza.
Corrado
O forse magari ci sono ragioni per cui investire in tecnologie in Italia è un problema.
Sarà pur vero che i nostri industriali hanno ancora i baffoni alla sparviera e ragionano in termini ottocenteschi, ma com’è che neanche i moderni industriali stranieri vengono ad aprire fabbriche o centri di ricerca da noi, anzi, se ne vanno?
Vogliamo dire che il mercato italiano del lavoro, confuso e vessatorio per tutti, non c’entra niente? O forse fa parte del quadro, foss’anche solo in termini di mancate risposte?
Degli altri problemi dell’Italia, poi, direi che si discute abbondantemente. Questa cosa che ogni volta che si parla del mercato del lavoro bisogna uscirsene con “c’è ben altro!” ha un po’ scocciato: no, adesso qui si parla di questo.
Infine: le considerazioni di quest’articolo, come di altri usciti su Imille e che condivido, diventeranno presto senso comune: presto lavoro non ce ne sarà più per nessuno o quasi e il problema non sarà più come garantire i soliti pochi, ma come trovarlo, il lavoro.
Certo, se anziché fare lotte solo di retroguardia, a questa domanda avessimo cominciato a rispondere anni fa, sarebbe tutto più semplice. Ma no, eravamo troppo occupati a combattere col neo-liberismo dei miei stivali.
>Questa cosa che ogni volta che si parla del mercato del lavoro bisogna uscirsene con “c’è ben altro!” ha un po’ scocciato: no, adesso qui si parla di questo.
Il punto è che se vuoi curare il mal di piedi tagliando le mani, continueremo a dire “guarda che devi preoccuparti dei piedi, non delle mani”, anche se ti scoccia.
>Infine: le considerazioni di quest’articolo, come di altri usciti su Imille e che condivido, diventeranno presto senso comune
Ogni volta che si dice “senso comune” un essere razionale muore. Fermate la strage degli esseri razionali!
Cari amici,
vi ringrazio per i commenti. Cerco di rispondere a tutti in ordine:
@ Massimo: non sono andata nel dettaglio di cosa e’ la flexicurity perche’ l’avevo gia’ scritto in un altro articolo: http://www.imille.org/2012/03/lavoro-flexicurity-oltre-larticolo-18/.
E’ vero, esistono diversi modelli di mercato del lavoro, per esempio quello duale (tipicamente spagnolo), quello piu’ liberale americano ma non li ho inclusi nella lista perche’ non migliorerebbero la situazione italiana.
Quanto alla flexicurity, c’e’ una letteratura vasta che si e’ sviluppata negli ultimi anni che dipinge il modello come una specie di compromesso perfetto tra le esigenze diverse degli attori del mercato del lavoro. Alla luce di questa, la flexicurity e’ diventata parte della Strategia Europea per l’Occupazione.
La tutela del reddito non ‘serve’ in un sistema in cui non puoi essere licenziato: o sei protetto con l’impossibilita’ di essere licenziato (job security) o se ti licenziano sei sicuro di avere un reddito comunque (income security) e buone probabilita’ di trovare lavoro (employment security). Il modello scelto dall’Italia, piu’ o meno consapevolmente non lo so, e’ quello di preferire la job security e un welfare basato sugli uomini che lavorano e le donne a casa (bread-winner model).
@ Corrado: il mercato del lavoro non e’ assolutamente l’unico problema del ‘sistema Italia’. Il messaggio che volevo passasse con questo articolo e’ che secondo me non bisogna guardare al mercato del lavoro in modo separato rispetto al sistema produttivo. E’ in questa chiave che bisogna pensare a che tipo di regolamentazione e’ utile per il mercato del lavoro.
@ Riccardo: hai ragione, e’ il saldo delle partite correnti! Grafico re-inserito!
@ Uqbal, grazie!
>La tutela del reddito non ‘serve’ in un sistema in cui non puoi essere licenziato
Già, ma in Italia puoi essere licenziato eccome.