Il mercato del lavoro in Italia. Riforme e ideologie

di Ilaria Maselli.

Foto di Gianluigi Calcaterra

Mi prendo una pausa momentanea dal tema della disuguaglianza per intromettermi nel dibattito tra Pietro Ichino e Massimo Sandal a proposito del riformismo e del mercato del lavoro.

Partiamo da un’osservazione poco discutibile: il mercato del lavoro italiano funziona male. Lo caratterizzano bassi tassi di occupazione (specie femminile), lavoro nero,  elevato grado di dualizzazione tra insider e outsider e la mancanza di tutele universali. Pertanto è difficile dissentire sulla necessità di fare qualcosa per cambiarlo. Ma cosa?

Nel rispondere a questa domanda bisogna tenere conto della realtà: il “sistema Italia” è dominato da manodopera poco qualificata e poco produttiva, dal nanismo dell’apparato produttivo e dall’inefficacia degli investimenti. Vale la pena notare che il legame fra questi tre elementi è stretto, anche se è difficile stabilire il rapporto di causalità.

Tornando a cosa bisogna fare, si può escludere lo status quo. L’attuale modello non è un’opzione in quanto pensato per gli anni in cui l’Italia cresceva trainata dal settore manifatturiero, dal basso costo della manodopera e dalle esportazioni (come la Cina oggi).

Oggi il costo del lavoro in Italia è elevato (più che in Germania), l’industira impiega solo 4 dei 22,5 milioni di lavoratori italiani (pari al 19%) e il current account è in rosso. Sì, non è una svista: il costo del lavoro è più elevato in Italia che in Germania (nella figura è riportata la media per lavoratore del salario lordo più i contributi pagati dal datore di lavoro).

Fonte: AMECO – Commissione Europea

Se la necessità è quindi di muoversi da questo punto, la domanda è per andare (verso) dove? Qual è il modello economico a cui ci ispiriamo? Perchè il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro va discusso in questo contesto prima ancora che in termini di ideologie.

Due sono i modelli da cui si può trarre ispirazione: la Danimarca e la Germania. Gli Stati Uniti sono esclusi dal discorso perché il modello economico e di welfare americano è troppo lontano dall’economia sociale di mercato che accomuna i paesi europei.

Per cui, tornando a Danimarca e Germania, si può sintetizzare dicendo che il primo paese è caratterizzato da una forza lavoro altamente qualificata, da un’economia trainata dai servizi e con un mercato del lavoro dinamico e sexy sia per i lavoratori che per i datori di lavoro; la Germania è invece il paese campione di esportazioni e con una buona parte dell’economia legata all’industria. Nessuno dei due modelli è perfetto ma va decisamente meglio del nostro: il tasso di occupazione è al di sopra di quello italiano di circa 15 punti percentuali e il current account è in attivo.

Italia Germania Danimarca
Tasso di occupazione (15-64) 56.9% 72.5% 73.1%
Current account (% del PIL) -3.1% 5.3% 6.5%

Fonte: Eurostat, AMECO – Commissione Europea. I dati si riferiscono al 2011.

L’ideologia entra nel discorso solamente a questo punto, per scegliere se vogliamo essere una Danimarca o una Germania. Questa sì che è una scelta ideologica. Non lo è invece restare ancorati a un modello vecchio in cui ci si aspetta di mantenere lo stesso lavoro per tutta la vita mentre la tecnologia permette di spostare capitali nel giro di nanosecondi.

Fatta questa scelta (Danimarca o Germania?) si puo decidere che tipo di regolamentazione è più appropriata per il mercato del lavoro, senza però dimenticare tutto quello che vi gira intorno. Per essere la Germania bisogna consumare di meno e risparmiare di più, bisogna rilanciarsi con scelte difficili ma lungimiranti, come tagliare il costo del lavoro e trovare il modo per aumentare la produttività.

Per essere la Danimarca bisogna mettersi tutti a studiare, perché non ci si può stupire di fronte all’impossibilità di trovare lavoro se non si è capaci di usare google. Persino per i lavori poco qualificati sono ormai richieste certe competenze. E bisogna anche lavorare tutti per finanziare la tutela del reddito in caso di licenziamento, asili e assistenza a lungo termine per gli anziani. E anche accettare maggiore flessibilità.

Qualunque sia la strada scelta, è importante tenere a mente che non è gratis: sono necessari sacrifici che daranno frutti solo tra qualche anno. Ma questi sacrifici restano comunque inferiori a quelli che ci aspettano se si continua a difendere lo status quo.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Tags: ,