“Ichino va fermato”. La sinistra italiana e la solitudine dei riformisti

di Raoul Minetti.

Sono comparse sul nostro sito in questi giorni parole da brividi. Scrive il lettore M.S. a proposito di Pietro Ichino, in un commento all’articolo “Il lavoro non è un diritto ma una libertà

Foto di udaberri17

Ed ecco perchè, visto il gigantesco pericolo sociale, culturale, economico e umano che la riforma liberista del lavoro implica, e visto che personaggi come Ichino divorano come un cancro la cultura di sinistra, allora posso (tongue-in-cheek! ho un penchant per il dark humour) anche invocare le BR, ebbene sì. Non nel senso che veramente vorrei tornare agli anni di piombo. Non lo dico nel senso letterale. Ma nel senso che persone come Ichino vanno *fermate*, e io vorrei venissero fermate democraticamente e legalmente. Ma se si perde ogni alternativa democratica allo status quo, e se la disoccupazione continua ad aumentare e i diritti a diminuire, cosa vi aspettate che accada? Qualcuno si incazzerà. E qualcuno si incazzerà un po’ troppo.

Le parole sono da brividi, dicevamo. Sono scritte bene, senza errori o farneticazioni. Abbiamo seguito un link per capire chi le ha scritte, e abbiamo trovato un bel blog, di una persona di sinistra chiaramente attenta al – e impegnata nel – dibattito politico sulla rete. E allora i brividi invece di diminuire sono aumentati. Perché sarebbe paradossalmente più facile leggere queste parole se venissero dalle “frange estreme”, sempre presenti nella società italiana e più che mai attive in questo momento di profonda crisi economica e sociale per il nostro paese. Mentre è molto difficile farsi una ragione di queste parole se vengono da un militante della sinistra come tanti, di quei militanti che nelle tranquille sere d’estate partecipano in platea ai dibattiti alla Festa dell’Unità con una pizza in mano e tanta bella passione civile nel corpo.

Un caso isolato? Mi va la memoria a due episodi. Uno personale, una mia partecipazione ad un dibattito sul lavoro con Pietro Ichino e Giovanni Bachelet, in una libreria in Trastevere a Roma un paio di anni fa. In platea un nutrito gruppo di lettori e militanti di sinistra, attenti e preparati. Una discussione finale da gelare il sangue. Una persona si alza dalla seconda fila accusando Ichino di “fare il gioco dei padroni”. Pietro Ichino, persona di grande compostezza, è visibilmente turbato. Io rimango in silenzio e mi aspetto che altre persone della platea stigmatizzino queste parole. Invece la parola “padroni” riecheggia altre due volte negli interventi immediatamente successivi, in un’atmosfera sempre più pesante. Non dimenticherò facilmente quel dibattito, in quel momento capii quanto lunga e impervia fosse la strada del riformismo nella sinistra italiana. Un secondo episodio, di dominio pubblico, sono invece le dichiarazioni di novembre 2011 del Responsabile Economia del PD, Stefano Fassina. Certo, parole molto più composte di quelle usate dal nostro lettore. Tuttavia parole che lasciarono il segno: Pietro Ichino definito come “il rappresentante del 2 per cento” non fu un momento alto della storia recente del PD, forse oggi lo stesso Stefano Fassina lo ammetterebbe.

Ci si chiede allora: quanti nella sinistra e soprattutto nel PD si sentono rappresentati da queste parole? Quanto è grande quest’area che vuole fermare “Ichino e quelli come lui” a tutti i costi? E, in ultima istanza, la sinistra e soprattutto il PD possono essere anche la casa del riformismo liberale? Se non si risponde a queste domande è difficile capire come si possano seriamente prospettare alleanze con forze moderate che delle idee del riformismo liberale sono espressione.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti