di Francesco Carnesecchi.
Lo scorso 4 luglio il Parlamento Europeo ha respinto con 478 voti contrari, 39 voti favorevoli e 165 astensioni il controverso trattato internazionale contro la contraffazione denominato ACTA, acronimo inglese di Anti-Counterfeiting Trade Agreement. Che cos’è esattamente l’ACTA? Il processo di stesura del trattato è noto anche grazie alla pubblicazione da parte della Svizzera delle informazioni principali riguardanti le tappe fondamentali ed i contenuti di questo accordo. Le votazioni informali sono cominciate tra Giappone Stati Uniti nel 2006, quelle formali due anni più tardi e hanno incluso l’Unione Europea, oltre a diversi paesi, fino alla firma.
Questo trattato, a differenza dei TRIPs, non è legato a questioni commerciali, ma si concentra esclusivamente sulla protezione della vita intellettuale, aspetto sicuramente rilevante. Infatti il trattato funzionerà comunque al di fuori delle organizzazioni internazionali esistenti. Si tratta di un segnale di discontinuità fortissimo rispetto all’attività portata avanti finora all’interno dell’organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (WIPO) in ambito ONU ed i TRIPs in ambito Organizzazione Mondiale del Commercio.
Il segno quindi della disaffezione profonda di alcuni paesi, gli Stati uniti ma anche i paesi membri dell’Unione europea, rispetto al sistema di protezione contro la pirateria e la contraffazione esistente.
Senza entrare nei dettagli del trattato, di cui è stata sottolineata da più parti la possibile incompatibilità con il quadro normativo europeo, è stato il percorso semi segreto a suscitare fortissime critiche nei confronti dell’atteggiamento della Commissione Europea da parte del Parlamento Europeo e di parlamenti nazionali. Tanto che con la risoluzione del 2010 il Parlamento Europeo chiedeva la commissione di rendere pubblici immediatamente tutti i documenti collegati alle trattative internazionali per l’ACTA. Si è trattato di una strategia simile a quella attuata alla fine degli anni ’80, quando nelle ultime fasi dell’Uruguay round si cominciò a delineare la proposta di uno strumento che regolasse la proprietà intellettuale al di fuori dei trattati esistenti per venire incontro alle pressioni di alcuni paesi, Stati Uniti in primis, rispetto al fenomeno della contraffazione in rapida crescita. Collegando la regolazione di questo settore con un accordo commerciale globale sarebbe stato più facile coinvolgere in un regime comune i paesi cosiddetti emergenti.
Oggi che molti di quei paesi che vent’anni fa erano considerati “emergenti” sono cresciuti fino a diventare potenze di rilievo globale, capaci anche di esercitare un’effettiva forza decisionale all’interno dell’organizzazione mondiale del commercio, ecco che si cerca di nuovo un tavolo di trattativa.
La bocciatura di questo trattato internazionale da parte del Parlamento Europeo rappresenta un vero e proprio naufragio delle trattative, visto che l’assenza dei paesi pregiudica al momento ogni possibilità di efficacia.
Perché si è arrivati a questa scelta? Il voto in Parlamento consente di trarre due riflessioni molto importanti. La prima riguarda la capacità di gruppi di pressione nati nella società civile sui temi della conoscenza e della libertà d’informazione di organizzarsi e fare pressioni sulle istituzioni nazionali e sovrannazionali come il Parlamento europeo. Contro il trattato ACTA sono stati raccolti in pochi mesi quasi 3 milioni di firme, il risultato di una mobilitazione dell’opinione pubblica che diviene sempre più difficilmente ignorabile dalle élites politiche. Inoltre l’attività di lobbying diviene efficace proprio nel campo di azione tradizionalmente appartenente al business organizzato. La bocciatura del trattato può essere spiegata in maniera simile alla bocciatura della Direttiva europea sulla Brevettabilità dei Software (SWPAT), il primo grande successo dei gruppi di interesse legati alla società civile nel trovare alleanze anche tra i rappresentanti delle piccole e medie imprese e riuscire così ad influenzare le decisioni del Parlamento Europeo.
La seconda osservazione, altrettanto importante, riguarda il posizionamento dei partiti politici tradizionali rispetto ai temi della proprietà intellettuale e della regolazione della conoscenza. Se è vero che il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulzt si è affrettato a dichiarare che il voto dello scorso 4 luglio non rappresenta affatto una rinuncia dell’Europa alla tutela della proprietà intellettuale, il processo legislativo avvenuto nelle settimane precedenti ha visto nelle commissioni competenti del Parlamento Europeo una netta divisione tra forze socialiste liberali e verdi da una parte e i rappresentanti del partito popolare europeo dall’altra.
Quattro le votazioni separate avvenute nelle commissioni libertà civili, industria, affari legali, fino al voto contrario della commissione commercio, il 21 giugno, in cui il trattato veniva respinto nonostante il forte sostegno espresso dalla Commissione. Nel voto in commissione dunque, a differenza del Parlamento, dove molti rappresentanti delle forze conservatrici e popolari hanno comunque votato per respingere il trattato, si è assistito ad una vera e propria polarizzazione, un processo che come abbiamo ricordato qui va ben oltre l’affermazione dei partiti pirati in Europa, e comincia a segnare la nascita di una nuova divisione tra i conservatori liberali rispetto ai temi della regolazione della proprietà intellettuale, dell’informazione e della conoscenza.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




