di Giovanni Biava e Ernesto Gallo.
Per la prima volta dalla sua adozione, a partire dal 2011 l’Euro ha rischiato di crollare e mandare a fondo l’intera costruzione europea. Destabilizzati dalla speculazione finanziaria internazionale (proveniente principalmente da Wall Street), un certo numero di paesi UE (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Belgio, Cipro e a tratti persino Francia e Austria) sono stati travolti da una drammatica crisi debitoria, che di fatto è soltanto la punta di un iceberg di problemi più profondi e strutturali. Al di sotto della superficie troviamo infatti i segni di una crisi economica di lungo periodo, in particolare in termini di disoccupazione persistente e bassi tassi di crescita. Anche prima dell’inizio della crisi, lo sviluppo economico della zona euro era modesto in paragone agli USA, alla Cina, agli altri BRICS e ad alcuni paesi non-Euro, con una misera crescita del 2.2% negli anni ’90 e 1.1% durante gli anni 2001-2009 (Klaus, 2007). I tassi di disoccupazione hanno raggiunto l’11.1% nel maggio 2012 (Eurostat, 2012), con punte del 24-25% in Spagna e Grecia e circa il 15% in Portogallo ed Irlanda. Come era prevedibile, questo ha innescato una terza fase della crisi, principalmente sociale, con proteste e disordini, soprattutto tra i giovani, il cui tasso di disoccupazione in Spagna ha superato un incredibile 50%. Gli effetti di tale crisi non sono ancora chiari, in particolare alla luce dell’aumento dei partiti e dei gruppi xenofobi e razzisti in più paesi (si pensi ai neo-nazisti greci di ‘Alba Dorata’) e al generale invecchiamento della popolazione europea.
In che modo l’Europa ha affrontato la crisi? Finora, piuttosto male. I suoi sforzi sono stati deboli e orientati al breve periodo. È mancata una chiara direzione politica, anche perché i leaders francesi e tedeschi si sono soprattutto concentrati sulle scadenze elettorali, ed ha prevalso una logica di interesse nazionale di breve periodo. L’Italia, la terza economia della zona Euro, è stata troppo occupata a cercare di risolvere i propri problemi di debito. Paesi dell’Europa orientale quali Polonia e Repubblica Ceca hanno perseguito politiche euro-scettiche e a volte contradittorie (WSJ, 16 marzo 2012). Le soluzioni a livello europeo, come lo EFSF (European Financial Stability Fund), adottato nel maggio 2010 per aiutare i paesi in difficoltà finanziaria, hanno contribuito poco e sono arrivate troppo in ritardo. Il budget dello EFSF, $500 miliardi, è approssimativamente equivalente alla capitalizzazione di mercato della sola Apple! Dopo un recupero temporaneo, i mercati finanziari in effetti hanno reagito negativamente e la crisi si è approfondita. Considerazioni simili valgono per il ‘fiscal compact’ adottato nel dicembre 2011: questi strumenti possono fornire soltanto un sollievo limitato e temporaneo. Ancora nessuno di essi ha realmente fornito risposte al problema cruciale dell’economia europea: un tasso di crescita terribilmente lento ed anemico.
Paradossalmente ha fatto di più’ la Banca Centrale Europea, con le sue ‘Long Term Refinancing Operations’, iniziate a dicembre e finalizzate ad introdurre ulteriore liquidità nel sistema, anche se una volta ancora per breve tempo e con risorse limitate.
Tutto ciò significa che gli Europei non hanno trovato un modo di superare divergenti interessi nazionali, soluzioni tecniche di breve periodo e sostanziali differenze di politica economica. C’è qualcuno pronto a tirare fuori l’Europa dai suoi guai? Nel passato, un ruolo simile fu giocato dagli USA, che contribuirono all’integrazione europea soprattutto con l’obiettivo di fermare l’avanzata sovietica. Oggi che la minaccia sovietica non è più all’orizzonte, e Washington ha diretto la propria attenzione sulla regione del Pacifico, sarà forse la Cina il prossimo ‘cavaliere bianco’? In che modo?
La soluzione ai problemi dell’Eurozona va cercata in Europa, e come potrebbe essere altrimenti? Come osservato da numerosi esperti, la Cina è intervenuta sul mercato del debito europeo, ma solo entro certi limiti. La Grecia è collassata, dopo essere stata malamente ‘aiutata’ sia dalle autorità europee che da quelle nazionali. Il debito portoghese è troppo rischioso. Spagna e Italia, per demografia ed economia, sono ‘pesi massimi’, almeno in ambito europeo, e gli investimenti cinesi in esse possono essere compresi solo all’interno di una strategia economica più ampia. Ciò che importa, nella prospettiva di Pechino, è un approccio più ampio e di lungo termine al commercio e agli investimenti nella zona euro, all’interno del quale energia ed infrastrutture fanno la parte del leone. Così almeno se andiamo a vedere i più recenti investimenti cinesi nell’Unione Europea, culminati nell’acquisto di circa il 9% di Thames Water da parte del fondo sovrano di Pechino.
Per riassumere, la Cina intende investire in progetti di lungo termine in settori quali industria, energia, telecomunicazioni, infrastrutture, tutti profondamente strategici; gli stati nazionali europei tendono ovviamente a tenerli tutti sotto controllo. Tuttavia, ci sono ragioni più profonde che spiegano perché un ‘cavaliere bianco’ cinese difficilmente si materializzerà.
In primo luogo, la Cina si trova ad affrontare importanti sfide interne, e dare una mano ai ricchi e (per qualcuno) ‘pigri’ Europei non sarebbe bene accetto in un paese con un Pil pro capite di $8,394, a fronte di una media UE di $31,548. In secondo luogo, un’Unione Europea caotica, finanziariamente ed istituzionalmente, appesantita da complesse procedure legali e divisa in una miriade di stati nazione spesso assai piccoli, sembra avere poco da offrire ad ogni cavaliere bianco che si rispetti.
Solo una casa europea in ordine può offrire alla Cina buone prospettive di scambio e cooperazione; e una casa di questo tipo dovrebbe essere organizzata in modo federale. La Commissione Europea diventerebbe così un autentico governo europeo, responsabile di fronte ad un Parlamento più forte; stati, regioni e città manterrebbero le proprie prerogative laddove la loro iniziativa è più efficace, secondo il principio di sussidiarietà.
Un tale quadro semplificherebbe l’architettura legale europea e prevederebbe regole molto più chiare sia per i cittadini europei che per gli investitori internazionali. Inoltre, istituzioni più semplici e chiare ridurrebbero i rischi legati a investimenti diretti e indiretti, in particolare in quei paesi piccoli più esposti alle fluttuazioni e alle speculazioni del mercato globale. In altre parole, gli scambi tra Unione Europea e Cina possono giovare ad entrambe le parti solo se l’Unione europea diventa un attore politico forte. Ciò sarebbe possibile solo con un’UE federale, che avrebbe regole ed istituzioni più chiare e meglio definite, e offrirebbe strumenti più potenti per promuovere crescita e innovazione, due aree in cui l’attuale e divisa Unione è particolarmente debole.
Uno Stato federale europeo potrebbe poi migliorare la qualità dei rapporti con la Cina in molti altri modi. Darebbe stabilità all’Euro, che è attualmente indebolito dall’assenza di una politica di bilancio europea. Attualmente l’Euro è la seconda valuta di riserva più usata, con una quota di circa il 26%. La Cina e gli altri BRICS sono in cerca di alternative all’egemonia del dollaro, ma è improbabile che nel breve periodo emerga una nuova valuta di riserva. L’Euro sarebbe un candidato ideale, se godesse di un forte sostegno politico da parte di un’Europa più unita. Da un punto di vista geopolitico, inoltre, una UE più forte beneficerebbe la Cina anche in altri modi.
Attualmente non ci sono importanti dispute internazionali tra Cina ed Europa, e l’UE potrebbe diventare un significativo contrappeso all’ascesa del potere militare USA nel Pacifico. Oltre agli USA, anche la Russia si è lanciata nella regione, come è dimostrato da missioni diplomatiche in Nuova Zelanda e nelle Figi. Mosca non ha mai nascosto l’intenzione di raggiungere le ‘acque calde’ degli oceani. Un’Europa federale avrebbe la forza e l’autorità per mediare e negoziare interessi ed aspirazioni così differenti.
C’è chi potrebbe pensare che un’Europa federale tenderebbe a comportarsi nella stessa maniera aggressiva degli stati nazione europei del passato. Ciò pare altamente improbabile perché il federalismo è fondato su un’idea di pace tra gli stati, ed un’Europa federale rappresenterebbe una forza ‘gentile’, secondo una fortunata espressione di Tommaso Padoa-Schioppa.
Uno stato federale europeo rappresenterebbe una vittoria sia per gli stati europei in difficoltà sia per gli investitori cinesi in ascesa. È ora. La tradizione cinese di pensiero ed azione ha costantemente illustrato l’importanza di una visione di lungo periodo; uno stato federale potrebbe finalmente costituire un contributo europeo ad una visione di ampio raggio, ed un successo per ciò che riguarda i rapporti UE-Cina, la pace e la stabilità internazionale.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Questo articolo mette più che mai in evidenza una esigenza peraltro giò sentita da decenni: la federazione europea,l’Europa politica, l’Europa dei popoli. E probabilmente dalla crisi attuale scaturiranno le iniziative per andare in questa direzione, come dalla crisi del secondo dopoguerra è finalmente stata realizzata per la prima volta una seria cooperazione tra Paesi tradizionalmente rivali. Ma allora gli USA auspicavano ciò. Ora non sembrerebbe. E’ triste constatare che i passi più importanti della storia d’Europa derivino dalla volonta di superare momenti negativi.bisogna avere l’acqua alla gola, bisogna essere in procinto di crollare per trovare la forza di individuare un accordo?
Non e’ ben chiara nell’articolo la struttura di Stato federale come l’autrice vedrebbe l’Europa e inoltre non vedo perche’ essa dovrebbe essere salvata da un’invasione di capitali cinesi. Forse non ha ben analizzato quali sarebbero le conseguenze drammatiche di tali eventi.