di Emidio Picariello
e Denni Romoli (Psicologo, Psicoterapeuta).
Ci sono una serie di cose che accadono e che sono fra loro collegate nella società italiana. Tracciare le linee, vedere che cosa si collega con che cosa è abbastanza semplice ma vogliamo farlo, casomai a qualcuno fossero sfuggiti questi tratti. Perché a prima vista, possiamo dire “a un occhio disattento”, la crisi economica, la famiglia tradizionale, le parole di Cassano sui gay in Nazionale e i 74 femminicidi che si sono verificati in questi mesi sono eventi senza alcuna relazione fra loro.
Abbiamo paura a scrivere “‘l’ultimo femminicidio riguarda”, perché passa un po’ di tempo fra la stesura degli articoli e la loro pubblicazione, e temiamo perché, qualora l’infame pratica dovesse accadere nuovamente in questi giorni, sarebbe una memoria di quanto frequente è diventata nel nostro Paese. Nel 2010 ci sono stati 127 femminicidi, 101 nel 2006 . Anzi, rifacendoci ad un consiglio di Erri De Luca, centoventisette e centouno. Non sono numeri, sono persone. Il trend è preoccupante. L’ultimo, dicevamo, ci restituisce una storia di degrado sociale e di agghiacciante asimmetria relazionale. Una donna, incinta di 9 mesi, madre di tre figli, uccisa e bruciata a seguito di una lite che verteva sull’amante di lui, la quale si era trasferita a vivere con loro.
Non ci soffermeremo su che cos’è il femminicidio, e su perché non lo chiamiamo omicidio e basta, ci sono dei siti dove si può bene approfondire l’argomento. Ci soffermiamo solo su un fatto: il femminicidio è uno dei modi che l’uomo ha di riportare la donna al suo ruolo tradizionale, quando tutti gli altri metodi sono falliti. Ed eccoci alla famiglia tradizionale, tanto invocata dai detrattori del matrimonio omosessuale e dell’adozione omosessuale. Nella famiglia tradizionale, che è alla base della nostra società secondo alcuni, ovvero nella famiglia per come era regolata prima della riforma del diritto di famiglia del 1975, l’uomo provvedeva alla moglie secondo le sue possibilità e i suoi bisogni. Solo se l’uomo non ce la faceva allora la moglie contribuiva al sostentamento. Il marito aveva la potestà sulla moglie e sui figli.
È evidente che questo modello non può più funzionare. Anche dopo il ‘75 la cultura ha continuato a prevedere che l’uomo provvedesse ai bisogni della famiglia. Nella nostra cultura non si è formata solidamente la figura del “casalingo”, vuoi per motivi fisiologici – solo le donne possono fare i figli e quindi hanno bisogno di un periodo di sospensione dal lavoro – vuoi per motivi psicologici legati alla crescita sana del bambino. In tal senso, la psicologia ci ha detto per lungo tempo che i bambini hanno bisogno di una figura stabile di riferimento, la madre. Punto e basta, il padre era comodamente accessorio. Comodamente per i maschi, intendiamo. Ad oggi tale assunto è stato, così come la cultura, rivisto e corretto: il bambino ha bisogno di figure stabili di riferimento, che la nostra cultura individua in prevalenza nei genitori, siano essi madre e padre, madre e madre, padre e padre. Peraltro, per soprammercato, la donna è stata anche notoriamente colpevolizzata da tanta cattiva letteratura di matrice psicoanalitica. Non le abbiamo fatto mancare niente: o troppo vicina ai figli e troppo lontana dal marito, o troppo vicina al marito e troppo lontana dai figli. E magari, come qualcuno vorrebbe, affibbiandole anche una psichiatricissima diagnosi di “disforia premestruale”. Se sono in ansia per la partita della mia squadra del cuore, però, nessuno pone una diagnosi di disforia pre-90° minuto.
Ma oggi c’è anche un’altra esigenza – tiriamo il primo filo – causata dalla crisi economica e dall’abbassamento del potere d’acquisto dei salari. Un solo stipendio non è più sufficiente, e anche se le donne guadagnano ancora meno degli uomini, il loro stipendio è indispensabile per far andare avanti un nucleo familiare. Le famiglie monoreddito diminuiscono e faticano ad arrivare a fine mese. Il ruolo sociale dell’uomo come “cacciatore” che provvede da solo ai bisogni della famiglia e della prole si è di fatto estinto. Ma la mentalità non è cresciuta di pari passo, nel frattempo. Il maschio che si confronta con questo modello e non accetta il fatto di essere parte di un sistema di pari, nella famiglia, si sente fiaccato nella sua virilità. Non siamo i primi a dirlo, certamente: filmicamente parlando, possiamo ricordare tutta l’opera di Kubrick, ma anche “L’ultima donna”, splendido film di Ferreri del 1976, nel quale Depardieu si evira con un coltello elettrico o “9 songs” di Winterbottom, dove la donna raggiunge l’orgasmo con un vibratore, mentre l’uomo la osserva seminascosto. E molto altro ancora, per dire che siamo, ad oggi, figli di padri e madri cresciuti in un clima culturale che nel frattempo è mutato, come a dire che, alle spalle, abbiamo un panorama di relazioni tra uomo e donna che, guardando di fronte, è ben diverso.
Sempre rimanendo in ambito di cultura, c’è Cassano. La cosa che abbiamo trovato veramente dolorosa delle parole di Cassano è stato il coro di “ma andate a chiedere queste cose proprio a Cassano” che si è levato anche da dove non ci aspettavamo. Poniamo che abbiano ragione e che Cassano sia il punto zero della cultura italiana. Poniamo che sotto non ci sia niente, che non ci sia possibilità di essere più rozzi, meno colti, meno open-minded. Non crediamo sia vero, ma poniamo lo sia. Non è da qui che si deve misurare la maturità di una società? Dal suo punto zero? Da quello che è riuscita a insegnare a coloro ai quali non è stato possibile insegnare niente? Non è quello che sa chi si è informato che fa uno società, è quello che sa chi non si è informato, la cui mente è nutrita da quello che trapela, dalla mentalità nella quale le strade sono immerse.
Avrebbe detto Cassano che uccidere l’avversario è giusto? No, e non ce l’aspettavamo, perché che l’omicidio sia sbagliato è un dato acquisito della nostra società e un rispettabile punto zero. Nonostante il fatto che l’omicidio sia una soluzione contemplata dalle strade in cui è cresciuto, la società non l’accetta. L’omicidio non sta nel punto zero della nostra società. Invece il mito del maschio virile fa parte di questo punto zero. L’atteggiamento di Cassano è indicativo, il frocio – “floscio” è una possibile etimologia – è il terrore di qualunque uomo. Fallire la prestazione sessuale perché si è flosci, fallirla perché ci piacciono gli uomini invece delle donne, come è “normale”, è quanto di peggio possa capitare. Ancora una volta mettere in discussione la virilità come valore non è un fatto contemplato. E qui entra in ballo il tema dell’identità di maschi. Alle spalle abbiamo i nostri nonni e i nostri padri, con la lunga carovana di maltrattamenti subiti dalle donne e più o meno tacitamente approvati dalla società. Una società che, per quanto “maschiocentrica”, dava riconoscimento e importanza all’esserlo, maschi. Fino a qualche giorno fa abbiamo avuto (usiamo il passato prossimo come forma di speranza!) il berlusconismo: sospettiamo che abbia così lungamente governato il nostro disastrato paese anche in virtù della tanto sbandierata virilità, del turpiloquio come forma dialogica, dell’aver saputo cogliere, nell’immaginario collettivo, quanto non è stato possibile riformare con leggi e sentenze: la negazione della fragilità, l’esaltazione del fallocentrismo, la diminuzione valoriale della donna, il priapismo come Weltanschauung. Garantendoci ancora un po’ di mussoliniano afflato virile, a noi poveri maschi in macerie. Se i modelli culturali che hanno sostenuto la nostra crescita vengono a perdersi, su cosa possiamo appoggiarci? Cosa resta del Padre, per usare le parole di Recalcati, quando l’ex-premier era il Papi?
Ecco che abbiamo tracciato il secondo filo rosso, quello fra le parole di Cassano e il femminicidio: condividono lo stesso humus culturale e sociale, quello che è terrorizzato – ancora – dallo svilimento della figura maschile come soggetto virile, che guida la famiglia, che ne dispone. Questo bell’articolo di Ceronetti sull’argomento, che vi consigliamo, finisce con la parole del poeta Hernandez che riportiamo qui sotto. Solo accettare il proprio lato femminile – presente in tutti, anche nel più virile degli uomini – ci rende davvero mascolini, o forse meglio uomini, capaci di responsabilità e non di violento possesso:
Sotto la fronte tragica e tremenda, / un solitario toro, sulla riva, piange;/ dimenticandosi che è toro e mascolino.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Articolo eccezionale. Continua cosi’ – in Italia nessuno parla di questi argomenti
Eccellente! Pienamente condivisibile.
Bell’articolo!
Denni, smetti di loggarti con nomi diversi per dire che ti è piaciuto l’articolo!
Scherzi a parte sono contento che l’articolo vi sia piaciuto e penso che approfondiremo il concetto di “punto zero culturale” in prossime puntate.
Un po’ in ritardo ma grazie, Emidio e Denni. Dàje così.
Scusa Emidio, è colpa del sondaggista che mi ha malamente consigliato di fare come Fede alle regionali del 95…
e’ veramente bello e ben fatto, corretto senza sbavature.. e scritto da due uomini, sono sempre più convinta che per affrontare il cuore del problema bisogna lavorare sulla vostra metà del cielo…