Pensioni, diritti acquisiti e fallimenti istituzionali

di Maurizio Bovi.

I giovani hanno poche certezze riguardo il proprio futuro previdenziale (qui mi limito solo a questo, ho già scritto un articolo per imille in materia di giovani e lavoro). Quanto sarà consistente la pensione pubblica che riceveranno? Quanto dovranno risparmiare per integrare la pensione pubblica che gli spetterà in futuro? A chi affidare i soldi?

Mentre queste domande aleggiano come rapaci sul futuro dei giovani, si può fin d’ora sapere quanto stanno lucrando (uso questo termine non a caso) i giovani di ieri. Guardando ai dati dell’Inps, si può sapere quanti siano i baby pensionati italiani e di quale sia la spesa che noi contribuenti dobbiamo sostenere per pagare loro gli assegni cui hanno diritto. Un diritto acquisito, certo. Ma ce ne sono tanti altri che, invece, sono stati tranquillamente ridotti, per non dire eliminati. Insomma, volere è potere. Ma veniamo alle cifre.

Inps ed Inpdap ci informano che il numero delle pensioni erogate a lavoratori andati in pensione quando avevano meno di 50 anni sono circa 530 mila. L’Inps eroga circa 103 mila di queste pensioni, mentre la restante parte è erogata dall’istituto previdenziale per i dipendenti pubblici (di tutte le pensioni erogate circa 240 mila sono destinate alle ex lavoratrici donne, mentre 185 mila sono destinate agli uomini). Attualmente, viste le leggi precedenti che permettevano la fuoriuscita di questi giovanotti, i pensionati che rientrano in tale categoria hanno un’età media oscillante tra i 63 ed i 67 anni. Più in particolare, i baby pensionati che oggi hanno, in media, 63 anni hanno lasciato il lavoro tra 29 e 35 anni (!); quelli di 67 anni sono usciti dal mercato del lavoro a 45-49 anni.

Insomma, sono praticamente 15 anni che gli paghiamo la pensione e, data l’aspettativa di vita, lo dovremo fare per altri 20 anni circa. Inutile sottolineare che se fossero pagati sulla base dei loro contributi la pacchia sarebbe finita da tempo. Dato che i baby pensionati ricevono assegni mensili del valore medio di 1.500 euro, facendo qualche rapido calcolo si può dire che questi soggetti riceveranno almeno il triplo (!) di quanto versato in contributi. Una bella differenza col calcolo contributivo puro in vigore per i giovani di oggi. Va anche considerato che oltre la metà dei pensionati INPS riceve mille euro e il 75% ha più di 64 anni. Come a dire che i baby pensionati sono dei privilegiati, sia come età di pensionamento che come reddito da pensione, anche considerando i pensionati “normali”. Figuriamoci rispetto ai giovani.

In totale l’ammontare delle pensioni erogate a tale tipo di pensionati arriva a costarci circa 9,4 miliardi di euro all’anno (trascuro dal calcolo il fatto che i baby pensionati hanno anche probabilmente sottratto lavoro ai giovani). Sorprendentemente, le baby pensioni sono concentrate soprattutto nel produttivo Nord, per un totale del 70% per coloro che rientrano in regime Inps e 61% per quelli che rientrano in regime Inpdap. Le quote relative al Sud sono 16% (Inps) e 21% (Inpdap), mentre al Centro sono 14% (Inps) e 18% (Inpdap). Beh, almeno per una volta il Sud è quello meno sovvenzionato. Ma quale genio lungimirante ha consentito tutto ciò?

Una quota di baby pensioni sono state concesse nel 1973 (governo di centrosinistra, presieduto da Rumor), quando si consentì alle impiegate pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno. Agli statali, peraltro, era già consentito andare in pensione dopo 19 anni, sei mesi e un giorno e ai lavoratori degli enti locali dopo 25 anni. Tralasciamo poi che la pensione era molto simile all’ultimo stipendio percepito. Per dire, i militari venivano “promossi” un giorno prima di andare in pensione per poter percepire un vitalizio più pesante. Insomma, nei diritti acquisiti non si faceva mancare proprio nulla.

Curiosamente(?), fu proprio in quell’anno che venne varata la riforma tributaria che avrebbe portato, balzello dopo balzello, all’attuale livello di imposizione fiscale. Vale la pena ricordarlo: dato che il rapporto tra gettito fiscale e reddito nazionale “dichiarato” (quello, cioè, al netto dell’evasione fiscale che l’Istat riesce a misurare) è circa il 52%, il contribuente onesto medio lavora per lo stato fino alla fine di giugno. Solo in seguito si comincia a lavorare per sé e per la famiglia. Quando si parla di tasse, si può praticamente dire che la lungimiranza dei politici è inversamente proporzionale a quella usata per la spesa pubblica. Ma i nostri geniali governanti di quarant’anni fa sono in buona compagnia di tutti quei governanti e sindacalisti che hanno consentito e tuttora consentono il perpetuarsi di simili scempi. Salvo poi dire che i giovani sono il futuro del paese. Uno strabismo davvero niente male.

A proposito di pensioni e di “sviste”, forse non tutti conoscono la seguente “simpatica” situazione che è, almeno credo, tuttora in essere. La legge dice che, compiuti i 65 anni, se non si hanno redditi o se questi sono sotto la soglia dei 5.000 euro, allora si può fare richiesta di pensione sociale. Quando (in poco tempo) gli extracomunitari regolari si sono accorti di questa norma, non hanno fatto altro che presentare domanda di ricongiungimento familiare e far arrivare in Italia genitori o parenti anziani. L’extracomunitario, dopo aver fatto arrivare il parente, lo manda all’Inps. L’interessato autocertifica l’assenza di reddito, oppure dichiara la pensione dello Stato di provenienza. A questo punto l’Inps dovrà dargli 355 euro al mese di assegno sociale, più 155 euro di importo aggiuntivo. In pratica sono 7.156 euro l’anno. Senza  aver mai versato un contributo, ovviamente. Se poi il genitore, il nonno o il parente dello straniero decide di rientrare in patria, continua a ricevere l’assegno al nuovo domicilio. Non me la prendo di certo con gli extracomunitari che sfruttano i diritti acquisiti(?). Vorrei solo far notare la sottigliezza: gli extracomunitari sono più vigili e attenti del legislatore italiano. Credo che questa sia una delle lezioni più evidenti di come il privato possa essere incredibilmente più efficiente del pubblico. Ovvero, ricordando anche quanto detto in tutto il resto dell’articolo, di come il pubblico sia troppo spesso indecentemente fallimentare.

Concludendo, dovrebbe essere ben chiaro che ad ogni diritto acquisito corrisponde un dovere acquisito e che ogni politico serio dovrebbe assicurarsi che il saldo di diritti/doveri acquisiti a livello individuale deve essere il più equo e sostenibile possibile. In Italia, invece, i diritti acquisiti non si toccano. Almeno quelli dei pensionati. Fossero anche i parenti di extracomunitari. Per quanto riguarda i diritti/doveri dei giovani italiani, invece…

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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