di Francesco Molica.
Ormai è lampante. La tenuta del progetto europeo non è solo minacciata da leadership imbelli e dissenzienti, dalla schizofrenia dei mercati o dal giogo dell’austerity. L’implosione dell’edificio comunitario potrebbe essere detonata o quanto meno accelerata “dal basso”. È una verità spiacevole. Ma quei processi di legittimazione democratica in cui molti federalisti vedono un unguento miracoloso per curare la lunga degenza dell’Unione europea potrebbero, anzi si stanno già tramutando in una fatale tossina. Gli appuntamenti elettorali degli ultimi mesi, per un verso, hanno gonfiato le vele dei movimenti euroscettici catapultandoli su livelli di consenso senza precedenti. Al contempo, in paesi quali Olanda e Belgio (la prossima vittima potrebbe essere l’Italia), le urne hanno ratificato e aggravato situazioni di severa instabilità istituzionale, i cui riverberi sono stati accusati sino a Bruxelles.
Non è una novità. La vicenda delle relazioni tra Unione europea e opinione pubblica è costellata di incomprensioni e tradimenti. Una vera e propria sintonia non c’è mai stata. Nell’immaginario popolare le istituzioni di Bruxelles hanno continuato a conservare lo stigma di poteri elitisti e tecnocratici, una mezza menzogna prosperata con l’avallo di molti governi e la compiacenza di molta stampa. Così, per puro paradosso, a misura che l’integrazione europea prendeva slancio e sia pure a piccoli passi s’incamminava sul sentiero della democrazia, l’appoggio dei cittadini si affievoliva. Dal 1979, anno delle prima elezione a suffragio universale del Parlamento di Strasburgo, la partecipazione alle urne europee ha incassato un record negativo dopo l’altro, sino al tonfo percentuale del 2009.
Tuttavia, fatta eccezione per alcuni paesi, il sentire popolare nei confronti dell’Ue in questi decenni ha in generale oscillato tra una placida indifferenza e forme di accettazione mitigata. La crisi, i suoi effetti nefasti e l’imperizia della classe politica nell’affrontarla hanno scardinato questo fragile equilibrio. Il terreno era già propizio, forse lo è sempre stato. Nel 2005, il fallimento dei referendum sulla Costituzione europea in Olanda e Francia ha adombrato una faglia che, talvolta impercettibile, attraversava l’integrazione europea sin dalla nascita. L’aver rimandato sin troppo a lungo decisioni ed azioni dirimenti per ricucire questo strappo congenito al progetto comunitario, noto come deficit democratico, si sta ormai rivoltando contro di esso con impeto devastante. I tentativi “autarchici” di spegnere l’incendio divampato in seno alla zona euro, con una sequela di piani di emergenza confezionati nei retrobottega del Consiglio europeo, hanno ulteriormente cristallizzato l’immagine di istituzioni distanti e sprezzanti dell’elettorato.
Bisogna allora venire a patti con un dato che la classe dirigente fa ancora finta di ignorare: siamo oggi al cospetto di una sfiducia e di un astio contro l’Ue mai toccati sino ad ora. Sentimenti che assumono incarnazioni e gradazioni differenti a seconda dei paesi. Ma che seguono una trama simile. Gli eurobarometri, i sondaggi d’opinione compilati periodicamente dalla Commissione europea, lo segnalano da tempo, seppure si forzino di camuffare la fitta pioggia di cifre sconfortanti con poche rilevazioni positive. Più schietta è una ricerca statistica pubblicata la scorsa settimana dal Pew Research Center’s Global Attitudes Project. Un’inchiesta lunga e accurata che già nelle premesse disegna uno scenario da brivido:
“In Europa, quella che è cominciata quattro anni fa come una crisi dei debiti sovrani, e si è poi tramutata in crisi della moneta unica portando alla caduta di molti governi, ha generato una vasta crisi di fiducia: nell’economia, nel futuro, nei benefici dell’integrazione economica europea, nella adesione all’Ue, nell’euro, nel mercato unico”.
Un bollettino di guerra, per intenderci. Si trattasse solo dell’euro… La sfiducia è in verità ben più profonda, estesa, radicata. La maggior parte dell’opinione pubblica non vede più alcun beneficio nemmeno nel mercato unico. In Italia, paese a forte vocazione europeista, il 61% del campione intervistato è persuaso che l’appartenenza all’Ue abbia indebolito l’economia nazionale. Venti punti percentuali in più rispetto al 2007. Un pericoloso quanto fallace pregiudizio condiviso, tra gli altri, con francesi (60%), greci (70%), spagnoli (50%). Solo il 34% degli europei continua a credere nei vantaggi del mercato unico.
Il che non equivale ad un rigetto integrale dell’Ue, che è ancora sostenuta nella maggior parte dei paesi membri, seppur con maggioranze sempre più risicate. In Spagna e Italia, in appena tre anni, il tasso di coloro che giudicano positivamente il progetto europeo è addirittura crollato dall’80 al 60%. E non c’è ragione di credere che questa soglia di per sé già critica non continui ad abbassarsi. Del resto, tutti gli altri dati snocciolati nello studio segnano profondo rosso, dalle opinioni sulle prospettive economiche per l’Europa sino al giudizio sui leader politici (ne è stato dato solo un assaggio, chi è interessato può trovare la versione integrale dello studio qui). Solo la Germania esprime percentuali agli antipodi, ma non è detto che esse durino.
Tutto ciò mette i leader europei di fronte ad un’aporia irrisolvibile. Se essi oggi cercassero di tamponare l’emorragia di diffidenza verso l’Ue, sottoponendo ad esempio le decisioni prese a Bruxelles allo scrutinio popolare, otterrebbero una sequela di bocciature clamorose (l’esito del referendum irlandese sul Fiscal Compact non fa testo perché svoltosi sotto il ricatto di bloccare l’erogazione degli aiuti europei).
D’altro canto, continuando a ignorare e usurpare le istanze dell’opinione pubblica, rafforzano in essa un profondo senso di disaffezione che si sta già traducendo in forza letale per l’Europa. L’impasse è esplosiva. Conviene incrociare le dita.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Non ho capito qual è il punto dell’articolo. Che con la crisi la fiducia nelle istituzioni più distanti cali e “tenga” quella nelle istituzioni di prossimità è vero in tutte le crisi. Non solo l’UE, ma il sistema dei partiti, la Repubblica, Senato e Camera crollano nei consensi.
Mi pare invece molto significativo che, nonostante la crisi, la maggioranza (e se il 60% è risicata immagino cosa sarebbe il 52%…) dei cittadini è ancora a favore del processo di integrazione europea.
Oltretutto con una prova elettorale molto significativa come quella del referendum irlandese di qualche settimana fa che ha visto un successo delle posizioni filoeuropee in un paese dove un referendum si era perso e dove la crisi ha colpito più duro.
Insomma, a piangersi addosso si fa sempre in tempo, al momento l’UE è l’unico appiglio che ci rimane per rimanere tutti a galla. Non spariamo sul pianista.
Non conviene affatto incrorciare le dita, conviene fare qualcosa.
La politica europea (visto che l’articolo esplicita così tanti punti di vista come veritá assolute, espliciteró anche le mie) è bloccata dai veti incrociati dei governi nazionali e dal fatto di essersi arenata sul solco dell’unione monetaria e (solo parzialmente) economica.
A mio modo di vedere i cittadini sono delusi dallo stallo delle istituzioni e non dalla politica di integrazione europea.
Se i governi avessero la legittimitá e la lungimiranza politica di fare uno scatto in avanti, sacrificando parzialmente i propri interessi personali, di non accettare il ricatto dei sondaggi, dei mercati o di forze politiche che remano contro, di ridare dignitá alla politica e ad un progetto che resta pur sempre valido, in poche parole di tornare a far sognare le proprie popolazioni, disegnando una Unione aperta, libera e costruita sulle opportunitá per le proprie popolazioni, sono convinto che l’opinione pubblica tornerebbe ad essere europeista come un tempo.
Ma la crisi dell’Unione è la crisi delle leadership politiche, non di un progetto che benchè, minato sotto molti punti di vista, resta una necessitá storica irreversibile.
La verità dell’articolo è che oggi manca in Europa una visione per il futuro. Ma questo non vale solo rispetto all’Europa come istituzione, vale anche per i singoli stati (con l’eccezione appunto della Germania). L’Italia ne è un esempio clamoroso: quanti di voi non hanno amici, spesso giovani, che non hanno detto “ma tanto noi non avremo mai la pensione…”. Che vuol dire? Che moriremo tutti prima di arrivarci, alla pensione?
Il difetto dell’articolo è che esso stesso manca completamente di visione. I problemi non si risolvono incrociando le dita e sperando che arrivi il Deus ex machina a risolverli. Si risolvono dandosi da fare. Ad esempio, iniziando a cambiare il clima dell’opinione pubblica contrastando certe argomentazioni disfattiste. Ad esempio, domandando a chi oggi vede il futuro così nero: cosa avrebbero dovuto dire i nostri nonni, che hanno vissuto la guerra (e qualcuno pure due)? E quante altre crisi sono state superate in passato – la grande depressione, lo shock petrolifero etc. etc.?
Purtroppo uno dei problemi dell’Europa è la mancanza di giovani; è provato statisticamente che più una società è anziana, meno è ottimista. A questo punto tocca anche a chi così giovane non è colmare il gap di ottimismo!
@Stefano
Il punto dell’articolo è segnalare un pericoloso spostamento nel modo in cui l’opinione pubblica vede l’Europa. La crisi ha amplificato un problema che c’era già: il difficile rapporto tra istituzioni di Bruxelles e cittadinanza. Non mi pare sia una notizia positiva che la maggior parte degli europei (il 60% in Italia) siano ancora favorevoli all’Ue, se poi sono in maggioranza contrari a tutte le sue principali conquiste (mercato unico ed euro anzitutto). Quanto all’Irlanda, non c’è nulla da festeggiare, come mi pare di aver scritto nel pezzo il referendum era condizionato dalla minaccia che in caso di sconfitta l’Ue avrebbe sospeso gli aiuti economici al paese. La gente ha quindi votato turandosi il naso.
@Puntuto e @Daniele
Quell’”incrociamo le dita” serve a segnalare che la situazione è piuttosto grave e non è per nulla un invito all’immobilismo. Io mi sono limitato a sollevare un problema, a fotografare quella che secondo me è una deriva molto pericolosa. Se volete le mie di risposte a questi problemi, potete rileggervi alcuni dei miei precedenti articoli. Ma non capisco, proprio non capisco, cosa c’è di sbagliato nello spiegare con dovizia di dati che il già flebile rapporto tra opinione pubblica e Ue si sta ulteriormente sfilacciando.
L’articolo non induce all’ottimismo, ma purtroppo mi pare fotografi la realtà.
L’Euro ha portato l’Europa letteralmente dentro le tasche di ciascuno di noi ed è’ naturale, perciò, che la sua crisi sia vissuta come la crisi dell’Europa.
La cosa più incredibile è che in buona parte si tratta di una crisi di (s)fiducia che le lentezze e le contraddizioni dei leaders europei autoalimentano in una spirale sempre più perversa.
L’importante è non farci prendere dallo sconforto.
Certo è necessario sottolineare sempre – ciascuno come può e dove può – le conseguenze di una crisi dell’Unione, ma dobbiamo cominciare a pensare seriamente a come riportare l’Europa oltre che dentro le tasche anche nei cuori e nei cervelli degli europei. Una possibilità, sicuramente ambiziosa, potrenbbe essere l’elezione diretta del Presidente della Commissione
Francesco,
“When in trouble go big”
Io questo credo… mai come per l’Europa di oggi, il vecchio adagio mi pare calzante.
Ma riguarda i nostri governanti, non l’opinione pubblica.
O implodiamo o ci diamo una missione europeista di quelle davvero grandi.
Oltretutto non credo che il rapporto tra cittadini e UE si stia sfilacciando.
Io personalmente vivo a Madrid, lavoro con Londra, ho una sorella a Parigi e amici dappertutto; credo che si possa anche alzare la testa e fotografare, soprattutto in un periodo grigio come questo, cose differenti.
Non esiste solo l’Europa della Markel.
L’Europa è un’immensa opportunità per tutti
@Francesco: non trovo niente di male nel fare un’analisi dettagliata e precisa della realtà. Però il messaggio che (almeno a mio avviso) esce da questo articolo è un messaggio di rassegnazione, sentimento al quale secondo me non bisogna cedere mai, e a maggior ragione in un momento come questo.
Comunque ti credo quando dici che anche la chiusura sull’incrociare le dita non era un invito alla rassegnazione, ma ti segnalo che l’impressione che se ne può ricevere è quella.
@Daniele
Ammetto che la chiusa si presta a differenti interpretazioni. E vi ringrazio per la segnalazione.
@Francesco np