L’asilo nido, questo sconosciuto. Intervista a Raffaella Napoli

di Cristiana Alicata.

Di kiki follettosa

Raffaella vive a Roma. È un’imprenditrice. E viene da una famiglia numerosa, infatti è la quarta di sette fratelli. A guardarla bene è una cuspide perfetta tra il secolo scorso e il secolo che sta iniziando. Tradizione ed innovazione insieme. Ha aperto un asilo nido convenzionato, a Roma, dopo alcuni anni da consulente in una multinazionale. Ha aperto un asilo a Roma, dove la maggior parte delle famiglie romane non prova nemmeno ad entrare in graduatoria o ne resta fuori con conseguenze nefaste dal punto di vista economico e sul lavoro dei genitori, in particolare di quello delle mamme. Gli asili nido pubblici o convenzionati (quindi accessibili) non ci sono per tutti. Solo una percentuale tra il 10% e il 15% contro l’obiettivo europeo sancito a Lisbona (che è il 30%) trova posto. Tutti gli altri bambini o restano a casa con la mamma o i nonni con impatto sulla loro crescita “sociale”, oppure se hanno i soldi vanno ad un nido privato, per chi se lo può permettere. Sempre ammesso che sia un nido vero e non come lo definisce Raffaella: un babisitteraggio. Perché l’asilo nido non è un luogo dove parcheggiare i bambini.

Raffaella in questa intervista è un fiume in piena e tocca tutti i punti sensibili dei nostri giorni e della nostra generazione: la famiglia, la condizione della donna, le relazioni tra datori di lavoro e lavoratori, la questione tra servizio pubblico e privato. E poi ancora la politica romana e laziale e le cose, ancora, da fare a Roma per renderla una città a misura di famiglie coi bambini.

Raffaella, come ti è venuto in mente di aprire un asilo nido a Roma?

Ero consapevole solo in minima parte di quello che stavo tentando di costruire. Subito dopo la mia laurea in matematica (ormai nel lontano 2000) ho insegnato in una scuola privata, alla periferia di Roma. L’insegnamento era sempre stato il mio sogno sin da piccola, ma poi è arrivata l’allettante offerta di una società di consulenza informatica, multinazionale americana, che in quel periodo assumeva tantissimo. E così, dopo un mese di frustrante insegnamento (alcuni alunni avevano quasi la mia età e la scuola era riconosciuta pubblicamente come una di quelle scuole private dove paghi e vieni promosso), decisi di “cedere” alle lusinghe di uno stipendio fisso e ben più alto di quello di un’ insegnante.

L’esperienza di consulente è durata 6 anni. Ho imparato a lavorare a ritmi serrati, con il fiato sul collo, a raggiungere gli obiettivi proposti, a fare più cose contemporaneamente, a lavorare in team. Tutte esperienze utilissime per il lavoro attuale e in generale direi per la vita. Sicuramente, a parte questo aspetto positivo, non era certo l’azienda fatta per me! Alla fine, da lunghe discussioni con un amico su cosa fare “in proprio”, è arrivata anche questa idea: un asilo nido! Ho cominciato ad interessarmi e ho capito che questa attività racchiudeva la mia voglia di fare qualcosa “nel sociale”, insieme alla mia voglia di mettermi in proprio, e soprattutto avrei potuto mettere a frutto una delle mie migliori qualità: la capacità organizzativa. In 6 anni di attività l’asilo è cresciuto tantissimo dal punto di vista pedagogico. Grazie anche alla costante formazione ricevuta dal Comune di Roma a cui accediamo come asilo accreditato e convenzionato e a quella organizzata da me per i miei collaboratori in maniera indipendente. Voglio dirti che il mondo pedagogico del Comune di Roma è all’avanguardia. Così come sono all’avanguardia molti nidi comunali. Spesso i nidi convenzionati e quelli comunali vengono messi in competizione tra loro. Spero un giorno in un progetto comune per un unico obiettivo nella consapevolezza che la mela marcia può esserci tanto in un convenzionato quanto in un comunale.

Quanto ci hai messo a pensarlo e a farlo in termini di tempo? Raccontami la burocrazia, le frustrazioni, gli ostacoli. Anche quelli che sono venuti dopo, ad attività avviata.

Di fatto dal giorno di quella “illuminazione” (era il 2003) al giorno dell’apertura sono passati 3 anni. È stato molto complicato perché non possedevo il capitale per aprire un nido. Dopo un’aspettativa di sei mesi per valutare la possibilità che avevo intravisto in una rete di asili in franchising, sono tornata in azienda e mi hanno ovviamente spedito subito in trasferta. Ho provato a continuare a seguire contemporaneamente il progetto ma alla fine avevo deciso che se non avessi trovato nulla entro dicembre 2005 avrei abbandonato e mi sarei cercata un altro lavoro. La prima ricerca più complicata è quella della struttura, la prima di tante cose complicate. È necessario trovare una struttura grande – la legge nel 2006 chiedeva 10mq a bambino -, avevo capito che un nido piccolo (quello che in termini tecnici è chiamato micronido) fa fatica a sopravvivere, ma ovviamente più è grande la struttura, più è alto l’affitto. Volevo assolutamente il giardino, che credo sia il fiore all’occhiello per un nido. Ho setacciato Roma per mesi, poi ho capito che, essendo la città così grande, sarebbe stato meglio concentrarmi su una zona. Mi sono concentrata sulla mia, Roma Sud, anche in base ovviamente all’analisi del territorio, ossia dove era più lunga la lista di attesa per i nidi, anche se purtroppo a Roma quasi tutti i Municipi sono in sofferenza. Infine su un annuncio di Portaportese ho trovato questo posto. Con i proprietari della villa c’è stata subito una grande intesa, erano favorevoli al progetto e mi sono inizialmente venuti incontro con l’affitto. Era marzo 2006 e fino a settembre 2006, primo mese di apertura, avrei pagato meno. Così il mio stipendio (ero ancora dipendente) veniva completamente speso per l’affitto, ma almeno non andavo in rosso. Poi è cominciata la trafila per gli adempimenti burocratici, che sono talmente tanti che ora non saprei neanche elencarli. Mi ricordo una lista infinita di 17 documenti. Tra piantine, parere provvisorio ASL, parere definitivo, valutazione progetto pedagogico, chi più ne ha più ne metta. Posso raccontare quello che mi è rimasto impresso. Poiché vivevo nel Municipio XII, ma il nido per 100m si trova nel Municipio XI, mi sono rivolta ad un funzionario tecnico del XII che conoscevo per chiedergli un parere informale sulla struttura prima di firmare il contratto. Lui mi ha detto che andava bene. Dopo di che, a contratto firmato, quando ho iniziato le prime richieste, il funzionario dell’XI con lo stesso incarico tecnico di quello del XII  mi ha detto che, avendo due rampe di scale, non era possibile dare l’autorizzazione all’apertura. Mi ricordo quel giorno (di disperazione!) come se fosse ieri. Evidentemente quei 100m di distanza tra l’XI e il XII facevano sì che le regole fossero diverse. Forse dovevo immaginarlo, abitando da sempre a Roma, che è maestra in questo tipo di contraddizioni: è stata solo la prima di n-mila di cui sono a conoscenza ora, visto la rete di nidi in tutta la città a cui appartengo da un po’.

Alla fine l’autorizzazione, grazie ad una deroga, è arrivata e le scale sono un ottimo esercizio di psicomotricità per i bimbi.

Le iscrizioni ovviamente erano l’altro grande problema. Ho “volantinato”, con l’aiuto insostituibile di amici e/o sorelle, tutti i quartieri limitrofi, casa per casa, cassetta postale per cassetta postale. Mi camuffavo con cappellino e occhiali da sole perché non volevo che qualcuno mi potesse fermare per strada per chiedermi informazioni e poi mi riconoscesse al nido come titolare! Il volantino era cosa povera, stampato su A3, con carta colorata, il più semplice ed economico possibile. Oltre alle informazioni principali c’erano i primi contatti e l’orario di visita.

I genitori venivano a vedere il nido, che era nel pieno dei lavori. Eppure per settembre 2006 si iscrissero circa 13/15 bambini. Ho assunto un’educatrice con esperienza, una ragazza senza esperienza, giovanissima, che per il primo mese è stata disposta a non ricevere retribuzione (oggi lavora ancora qui assunta a tempo indeterminato ed è diventata nel frattempo mamma di 2 figli), e mi sono messa anche io ad aiutarle. Così facevo l’educatrice tutto il giorno, il nido era aperto allora dalle 7.30 alle 18. E il resto del tempo pensavo ad altri miliardi di cose… risultato: sono dimagrita 10 Kg.

Le iscrizioni aumentarono già da gennaio 2007 e nella primavera successiva ho firmato la convenzione con il Comune. Il contratto prevede che il nido venga “offerto” ai genitori come possibile scelta al momento del bando per le iscrizioni. In questo modo le iscrizioni sono più sicure. Inoltre la quota che il nido riceve (formata da una parte della famiglia in base all’ISEE e in parte dal Comune) è più alta di quella che si può chiedere alle singole famiglie. Quindi l’accordo sembrava essere conveniente anche da un punto di vista economico. Purtroppo negli anni le cose sono cambiate fortemente, hanno ridotto l’orario da 7.30/18.00 a 8.00/16.30 e con questa scusa ci hanno fortemente abbassato le rette (circa 50€ a bambino, che nel mio caso vuol dire più di 2.000€/mese, che, ovviamente, come qualsiasi imprenditore ma anche qualsiasi persona di buon senso sa, non sono recuperabili con quella riduzione di orario, che oltretutto ha fortemente danneggiato alcune famiglie che ne usufruivano).

L’attuale frustrazione più grande è proprio questa: l’accordo con il Comune ci richiede una qualità estrema, come è giusto che sia per i nostri piccoli utenti e per i collaboratori a cui è assicurato il CCNL, ma le tariffe che ci riserva sono al minimo per poterla garantire: basti pensare che sui suoi nidi comunali spende più di 2 volte tanto, dato certificato e pubblico. Oltretutto spesso e volentieri il Comune paga in ritardo: 60 giorni sono già previsti dal contratto, che è totalmente a loro favore. Quindi il nido eroga il servizio, a fine mese fattura e dopo 60 giorni dovrebbe incassare. Il che vuol dire 90 giorni dall’erogazione del servizio, che spesso diventano facilmente 120.

Le banche, come è noto, hanno smesso di fare facili prestiti, così ognuno di noi deve trovare delle soluzioni per affrontare tutti i costi, che oltretutto aumentano di anno in anno, di mese in mese (benzina, affitto, IVA, alimenti, ecc). È un discorso e una battaglia più che aperta con il Comune, sin da quando a luglio 2010 ci abbassò le rette. La nostra colpa è senz’altro quella di non riuscire ad essere uniti. Siamo circa 250 e avremmo una forza incredibile (basti fare delle semplici moltiplicazioni per avere il numero delle famiglie che usufruiscono dei nidi convenzionati e delle persone, quasi tutte donne, che lavorano in queste strutture). Purtroppo ognuno segue la sua corrente e non “spaventiamo” nessuno. Fare la lotta in pochi vuol dire, in Italia, avere paura delle ritorsioni (ispezioni, multe, ecc.). E questa è una realtà anche all’interno di ogni singolo nido. Le soluzioni che ci farebbero abbassare i costi ci sarebbero, anche immediate. Basterebbe ascoltarci. Anche un piccolo semplice contributo di 30€/mese da parte delle famiglie (la quota che pagano è la più bassa di Italia: ho famiglie che pagano 34€/mese per un servizio dalle 8.00 alle 16.30) o anche semplicemente fare controlli incrociati sulla dichiarazione dei redditi: le suddette famiglie sono le stesse che magari si presentano al nido con il SUV. Ma tutto ciò sarebbe impopolare e farebbe perdere voti ai nostri amministratori (siano essi di destra o di sinistra), e questa è storia.

Che impatto hanno sui bambini un asilo che funziona, delle educatrici preparate, un ambiente accogliente? Pensi che il sistema Paese abbia a cuore queste cose o in realtà, prevalentemente, le consideri una spesa inutile?

Un asilo che funziona ha un’importanza fondamentale nella vita dell’individuo. L’età 0-6 anni è l’età in cui il cervello è alla sua massima espansione. Fior fior di psicologi, dottori e ricercatori affermano che le abitudini e l’ambiente che l’individuo vive in questo periodo di vita sono fondamentali per il resto della sua esistenza (basti pensare all’approccio all’alimentazione) e, ancor di più, contribuiscono allo sviluppo di intelligenze più dotate e più creative.

Noi facciamo del nostro meglio affinché l’ambiente sia accogliente e il personale non solo preparato con adeguato titolo di studio, ma interessato alla costante formazione offerta: non è sufficiente che si partecipi alla formazione, bisogna anche vedere “come” ci si partecipa.

A proposito del personale credo sia importante far capire come sia fondamentale per un datore di lavoro scegliere adeguatamente il personale con cui collaborare ed avere la possibilità di cessare la collaborazione in caso non sia adeguato ad un lavoro così delicato come quello con i nostri piccoli utenti. Sono cosciente che purtroppo molti imprenditori in altri settori abusano di questa possibilità, ma mi troverei estremamente in difficoltà se non potessi allontanare un collaboratore per motivi imposti dalla legge, o dovessi comunque ricorrere a vie legali ed iniziare infiniti processi, anche se questi si comporta in modo non consono con i piccoli. E purtroppo di queste situazioni ce ne sono tante, ad esempio nei nidi comunali, dove gli educatori sono tutelati da un contratto a mio giudizio troppo “blindato”. Come proprietaria di un nido posso assicurare che la prima persona sconfitta nella sostituzione di un educatore è proprio il datore di lavoro, che ha speso soldi, tempo e fatica nella formazione di una persona e dovrà ricominciare con una nuova. Questo per dire che non è interesse dell’imprenditore, se si tratta di un imprenditore onesto, ricorrere alla cessazione del contratto, anzi il contrario.

Lo scoglio più importante da superare è il pregiudizio da parte di quei genitori che vedono il nido come un posto di “babysitteraggio”. Questo ovviamente dipende tanto anche da noi, da quanto siamo in grado di trasmettere l’enorme lavoro che c’è dietro tramite una programmazione pensata e ben definita che, con la modalità costante di lasciare il bambino autonomo e libero di scegliere cosa fare e con chi, riesca a dargli le regole giuste fondamentali per la sua crescita. Non c’è cosa più sbagliata che pensare che i bambini non abbiano bisogno di regole, che invece li contengono e creano una base solida per il loro equilibrio.

Come è stato il rapporto con la politica in questi anni?

Non so nel cuore del singolo politico che sentimento esista verso i piccoli utenti. Quello che è certo è che tutti, destra, sinistra, centro, si sono riempiti la bocca con tantissime promesse per gli asili nido in campagna elettorale, ma di fatto una volta al potere niente cambia. Basta leggere l’ultima legge della Regione Lazio, scritta malissimo, da persone che evidentemente non hanno mai messo piede in un nido, che ha avuto bisogno di due circolari di chiarimento e che ancora oggi, nel Comune di Roma, non viene applicata a causa delle proteste dei  sindacati: qualcuno un giorno mi spiegherà perché i sindacati sono più potenti di una legge. Una legge che è stata falsamente interpretata da tutti gli educatori comunali che il 1 settembre 2011 si sono presentati al lavoro con il lutto al braccio nella paura si trovarsi a lavorare in “asili pollaio”, come li definiva qualche giornale.

A conti fatti moltissimi nidi, come il mio ad esempio, non solo non aumenterebbero i posti con questa legge, ma li perderebbero: hanno portato i mq per bambino da 1/10 a 1/6 al netto però di moltissimi locali secondo loro non utilizzati dai bambini, quali ad esempio i corridoi (perché ovviamente abbiamo bambini che volano) e i bagni (perché è noto che i bambini non ne usufruiscono: se solo penso a tutto il delicato lavoro psicologico del passaggio dal pannolino al waterino, che solitamente si trova guarda caso in bagno. O a tutti i giochi con l’acqua che si fanno in bagno, anche nel “far finta” con la cura delle bambole).

Ci tengo a precisare, visto che attualmente alla Regione c’è la destra, che la legge è stata promulgata da loro, ma che, avendo partecipato ai tavoli di lavoro promossi dal PD per la proposta della stessa legge, anche lì il lavoro da fare era veramente ancora lungo per far capire al politico di turno certe cose.

Un politico del Comune di Roma, senza fare nomi, ultimamente ci ha anche detto, ero presente io e l’ho sentito con le mie orecchie, che non dobbiamo fare troppo rumore perché i nidi non sono un livello di istruzione obbligatoria nel Paese, quindi il rischio è anche che tutto il sistema vada in fumo! Non aggiungo altro.

Il Paese investe abbastanza secondo te per consentire alle donne di tornare presto al lavoro e ai suoi nuovi nati di crescere bene?

Non essendo una mamma mi è difficile dare il mio giudizio in merito a quanto il Paese tuteli le neo-mamme, nel senso che credo che una cosa sia dare un giudizio un’altra sia sperimentare le cose sulla propria pelle. Sono però convinta di una cosa: aspettare un bambino non vuol dire “avere una malattia”. Spesso vedo future mamme con il pancione che improvvisamente diventano incapaci di fare qualsiasi cosa, dalla spesa ai piccoli lavori domestici. Se la gravidanza è serena dal punto di vista medico e clinico, credo che certi atteggiamenti siano esagerati, per non parlare di chi si mette sotto ispettorato da subito con ginecologi consenzienti. In questi casi credo che sia addirittura eccessivo l’investimento del Paese, ma ovviamente mi rendo conto che è difficile “stanare” chi vuole fare solo il “furbo”. Il discorso ovviamente vale, con le dovute eccezioni, anche per il post-partum. Su questo sono un po’ di parte perché so bene che il bimbo in un buon nido sta benissimo, e che quindi la mamma può tornare serena a lavoro sin dal quarto mese. Mi rendo conto che ci sono tante correnti di pensiero su questo argomento, ad esempio generalmente i pediatri sconsigliano il nido così presto.

Il Paese dovrebbe investire molto di più, come già detto, per permettere innanzi tutto, ma questo è scontato, l’esaurimento delle liste di attesa, inoltre che tutti i nidi siano di ottima qualità (non serie A e serie B, che poi NON è direttamente proporzionale al costo della retta). Purtroppo i genitori, un po’ per ignoranza e un po’ per impossibilità di sapere tutto, non sempre si rendono conto del vero lavoro che viene svolto. Quindi è il Paese che deve assicurare ai genitori che i nidi che esistono, tutti, si prenderanno cura dei loro piccoli nel migliore dei modi: ad esempio cominciando un’azione seria per la messa in regola dei tantissimi asili nido abusivi, ossia senza autorizzazione all’apertura, a cui genitori ignari portano i loro piccoli. Tutti sanno, compreso il sindaco, chi sono e dove sono! È semplicissimo scoprirlo, ognuno di noi può farlo, basta quadrare i dati.

Tu che vedi tante famiglie, come pensi che stia oggi la famiglia in Italia?

Ne colgo le fragilità e le paure. Lo capisci soprattutto dai bambini. Quando facciamo le giornate “open day” con i genitori, capiamo tante cose. Nel nostro piccolo ci mettiamo a disposizione per dubbi, consigli, anche facendo incontri appositi su argomenti specifici con l’intervento di qualche “esperto”. Ma l’affluenza a questi incontri non è alta. Forse, nella storia del mio nido, l’incontro a cui si sono presentate più famiglie è stato quello della Croce Rossa sulle manovre di disostruzione pediatrica. Il che mi fa pensare che per emergenze estreme, e quindi per il sentimento forse più forte che è quello della paura, si smuovono in tanti, altrimenti c’è sempre tempo.

Io invece credo profondamente nella formazione, nel mettersi in discussione, al confronto con altri genitori che alla fine hanno gli stessi problemi! Spero che prima o poi la mentalità di tanti genitori cambi e diventino più sensibili all’argomento.

È anche vero che Donald Winnicott (pediatra e psicoanalista) definisce “madre sufficientemente buona quella madre che, in maniera istintiva, possiede le capacità di accudire il bambino dosando opportunamente il livello della frustrazione che gli infligge. La madre sufficientemente buona possiede la cosiddetta preoccupazione materna primaria, […]”.

Una parola all’interno delle famiglie va spesa senz’altro per i nonni, che arrivano lì dove il Paese e i genitori non riescono ad arrivare. Sono molto presenti e pazienti nel gestire anche i piccoli che spesso, anzi quasi sempre, ti prosciugano con le loro energie infinite. E i nonni, si sa, hanno qualche anno in più di noi.

Che significa per te la parola “famiglia”?

Io credo veramente e senza retorica che la famiglia sia la primissima cellula della società. Mi ritrovo in quanto è scritto nella nostra costituzione, “società naturale fondata sul matrimonio”, che a mio giudizio deve valere sia per le coppie con figli sia per quelle senza. Attualmente, come tutti sappiamo, il concetto di famiglia si è “allargato” e la definizione della nostra costituzione risulta quanto meno arcaica. Moltissime coppie scelgono di non sposarsi e ugualmente si promettono fedeltà e si rispettano e scelgono di mettere al mondo figli e di crescerli responsabilmente, magari anche meglio di tante altre coppie sposate. E credo che tali coppie debbano essere riconosciute e tutelate dallo Stato. Ma credo che non sia sbagliato riflettere sul significato di questo nuovo modello di famiglia, sul motivo per il quale tante coppie scelgono di non prendere un impegno ufficiale, di firmare “un contratto”, e credo che sarebbe interessante capire se questo in un qualche modo non sia legato a questa crisi, che forse non è solo economica. Ripartire dalle famiglie, da questo primissimo e primordiale esempio di società, potrebbe essere una soluzione reale per i nostri tempi.

Questo dialogo con Raffaella, che in realtà dura da mesi, mi ha chiarito nel tempo alcune cose e mi ha fatto immaginare una città in cui la pratica della crescita dei nostri bambini sia sempre più condivisa e accolta nel tessuto collettivo. Una cosa che diventi naturale e genetica e consenta alla nostra generazione, dove lo si desideri, ovviamente, di fare figli. Ho sempre più l’impressione che il desiderio di avere figli tra i 30 e i 40 anni si scontri troppo con le difficoltà economiche e sociali da affrontare. Una specie di barriera architettonica da rimuovere. Mi piacerebbe che le persone come Raffaella, la loro competenza, potessero diventare linfa vitale della Roma che verrà.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti