di Gloria Gennaro.
Il 2012 per il Vietnam è l’anno del drago d’acqua. Se per tutti noi il drago risveglia paure ancestrali, i Vietnamiti hanno salutato il 23 gennaio (capodanno vietnamita) quale data portatrice di buona fortuna. E non si può negare che il dragone abbia mantenuto le sue promesse: il 2012 segna per il Vietnam una congiuntura economica senza precedenti.
L’economia vietnamita è cresciuta all’ombra della vicina potenza cinese. Non meno importante tuttavia la performance economica del paese, spesso dimenticato. La Banca di Sviluppo Asiatica stima che la crescita del PIL si attesterà nel 2012 al 5,7%, per raggiungere nel 2013 il 6,2%. Senza riflettori, nella ricostruzione silenziosa di una situazione post-bellica oggi lontana ma quanto mai critica, il miracolo vietnamita è di certo spiegabile. Parte integrante del processo è stata la Doi Moi (“Rinnovamento”), che dal 1986 ha inaugurato una serie di riforme strutturali per aprire la strada a quella che loro stessi definiscono economia sociale di mercato.
Politiche strutturali importanti, originalità programmatica, congiunture internazionali favorevoli e un’opinione pubblica ancora troppo passiva hanno permesso, fra luci ed ombre, la rincorsa allo sviluppo, tanto da far stabilire credibilmente l’obiettivo di diventare un’economia avanzata entro il 2020. Il Vietnam è quindi una piccola Cina? Forse. Di certo il paragone non rende omaggio ad un’economia capace di sopportare le tensioni di un rinato forte orientamento all’esportazione per far fronte al deficit della bilancia commerciale, peggiorato nel corso della crisi, ed una conseguente inflazione dovuta alla svalutazione del Dong. Tutto ciò senza poter disporre delle importanti riserve in valuta estera di cui la Cina dispone, né tantomeno avere una voce politica paragonabile sul piano internazionale. Le priorità di riforma del governo sono state annunciate per il 2012 con una struttura a tre pilastri: investimenti pubblici, compagnie di Stato e settore bancario. Come dire: apriamo gradualmente all’economia di mercato.
Proprio su questo punto però si alimenta il paragone con il potente vicino agli occhi dell’Unione Europea. Se infatti l’opinione pubblica (ben diversa la situazione degli imprenditori più avveduti) stenta a riconoscere nel Vietnam un prossimo motore di sviluppo regionale e con ripercussioni globali, l’Unione sembra aver ben chiaro il processo di crescita e trasformazione che il Vietnam ha intrapreso. Non a caso Vietnam e Cina sono due fra le poche economie mondiali alle quali non è ancora stato conferito il titolo di economia di mercato. Lungi dall’essere una mera questione di definizioni, la mancanza del titolo di economia di mercato conferisce nella legislazione anti-dumping europea particolari oneri, che, se ampiamente giustificati per la diversità intrinseca della struttura produttiva, possono giungere ad eliminare indiscriminatamente ogni possibilità di riscatto da parte del paese oggetto della misura.
Tuttavia, alla luce del fatto che paesi come la Russia sono già stati riconosciuti come economie di mercato e che la Cina dovrebbe esserlo nel 2015, ci si può attendere nei prossimi anni una revisione dello status conferito dall’Unione al Vietnam. Se ciò accadrà, segnerà probabilmente il punto culminante di un periodo di espansione del paese, con una rincorsa iniziata ben prima del 2012, ma che l’anno del dragone potrebbe rilanciare ulteriormente.
In un periodo in cui la Cina vede crescere la ricchezza della classe media, assieme alle sempre più pressanti richieste di diritti e l’innalzamento dei salari, le élites politiche sembrano preparare la fine di un’era e la transizione ad un sistema più libertario. Mentre il paese diventa più che mai protagonista della scena internazionale ed assume (a fatica) le responsabilità che derivano da un tale ruolo, la crescita economica accenna a rallentare. In questo contesto, il Vietnam può tornare competitivo sia per quanto riguarda le esportazioni sia come meta di investimenti esteri. Non per nulla la Vespa si produce oggi a Binh Xuyen, nel delta del Fiume Rosso. Ed oltre alla Piaggio gli investimenti italiani in Vietnam registrati alla fine del 2010 erano già una trentina, per un ammontare complessivo di 187 milioni di dollari.
Non di minore importanza sono i numeri dei flussi di beni in entrata ed uscita, circa il 70% dei quali è costituito da prodotti manifatturieri (dati OMC), in entrambe le direzioni. Tuttavia, se l’UE è il secondo importatore al mondo di beni vietnamiti, rimane al quinto posto in quanto a esportazioni. Ragione per cui potremmo supporre una dura lotta da parte del Vietnam per il riconoscimento di status di economia di mercato. Se l’attenzione degli investitori, degli osservatori più attenti e dei tecnici della Commissione è già rivolta ad Hanoi, ci aspettiamo che il Vietnam salirà presto alla ribalta di un’opinione pubblica stupita di come l’Asia non sia composta solamente dalla Cina.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




