La disabilità è una “questione di cassa”

di Alessandro Bocchetti.

“Discapacidad” by panshipanshi

Lo scorso marzo avevo raccontato la vicenda della sospensione dell’assegno d’accompagnamento a mio figlio Martino. Bene, qualche giorno fa ho saputo dall’INPS che finalmente dopo quattro mesi hanno “lavorato la pratica” e che, probabilmente, da agosto torneranno ad erogare la pensione, arretrati compresi. Perché vi racconto questo? Perché oggi pensavo tra me e me che è una buona metafora di come venga trattato da questo stato la questione disabilità. Quale la logica, in un mare di finti invalidi che funestano patologicamente il nostro paese, di togliere l’accompagno ad un bambino autistico di dieci anni? Nessuna! O meglio me l’ha confessata candidamente un impiegato dell’INPS: abbiamo disposizioni di sospendere, anche quando sappiamo che ci sono i presupposti, perché così si alleggerisce la cassa.

Ecco, questo è il modo di gestire il problema in Italia, nessuna programmazione, nessuna progettualità, nessun aiuto a famiglie in difficoltà, quelle stesse famiglie di cui tutti si riempiono la bocca, e in nome delle quali si permettono le più evidenti ingiustizie. Ma sapete quanto interessa ad una famiglia, se due si sposano o meno, se sono uomini o donne? Niente, alle famiglie interessa essere supportate ed aiutate nelle difficoltà, da uno stato che sempre più sa solo chiedere.

La ciliegina sulla torta è stata la bocciatura in XII Commissione affari sociali della Camera dei Deputati, del cosiddetto “fondo dopo di noi”, un fondo di 150 milioni di euro da distrarre alla ghiotta torta del gioco d’azzardo, per l’assistenza ai disabili dopo la scomparsa dei genitori. La questione del “dopo” è uno dei problemi che più preoccupano le famiglie dei disabili, in Italia non è stato mai affrontato seriamente, le poche case famiglia sono tutte privatistiche e concentrate al centro nord, sotto il Tevere non c’è nulla. Si era pensato con questa legge bipartisan che reperiva dal gioco d’azzardo 150 milioni di euro, di avviare la costituzione di piccole case famiglia di 6/8 persone, dove i disabili potessero proseguire una vita accettabile anche da soli.

Una norma di buon senso, per evitare che possano gravare troppo sul sistema pubblico. Ma il sottosegretario Cecilia Guerra, a nome del governo, ha dato parere negatito, bloccando così l’iter legislativo in viaggio dal 2010. Mettendo una definitiva pietra tombale sulla questione, anche perché dal 2013 queste competenze dovrebbero passare alle regioni in base al federalismo fiscale, le stesse regioni che stanno tagliando i fondi per le educatrici scolastiche, in barba ad una sentenza della Corte Costituzionale, che sancisce il diritto all’assistenza uno ad uno.

Ho avuto difficoltà a scrivere questo pezzo, perché mi sembra sempre più di urlare al vuoto. L’emergenza e l’ingiustizia per i disabili in questo paese è muta, non trova corpo in una protesta condivisa e anche urlare contro è faticoso per quanti tutti i giorni vivono la questione. Tutto sembra privo di senso, di progetto. Mi domando ma come i nostri legislatori non capiscano che ogni disabile non recuperato e pianificato si tramuterà in un costo altissimo per la società. Al di la dell’evidente ingiustizia morale, anche solo un conto da salumiere, dovrebbe far capire che non è conveniente così. Che i costi futuri, attraverso il sistema sanitario, saranno insostenibili.

Poi al’improvviso l’illuminazione, ho capito finalmente. Mi sono tornate in mente le parole di quell’impiegato su mio figlio: “abbiamo avuto disposizioni di tagliare, anche solo momentaneamente, questioni di cassa”. Questioni di cassa.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti