di Luigi Marattin.
In queste settimane gli amministratori locali delle zone colpite dal sisma sono chiamati a tante prove difficili. Poca cosa, tuttavia, rispetto ad una sfida persino più impegnativa: scrivere o raccontare qualcosa, su quanto accaduto, che non risulti banale, scontata, o infarcita di retorica. E le cose belle e originali che dovevano essere dette o scritte, sono già state scritte o dette, infinitamente meglio di quanto non si possa fare in pochi ritagli di tempo.
Qualcuno una volta ha detto che gli italiani sono un popolo strano, che tira fuori il meglio di sé solo nelle situazioni di emergenza. Credo che anche quest’affermazione, come le tante che ci riguardano, sia allo stesso tempo una mezza verità e una mezza bugia.
E’ una mezza verità perché chiunque, da quel 20 maggio, abbia incrociato gli occhi di un volontario della Protezione Civile, di un vigile del fuoco, di un tecnico comunale impegnato nelle verifiche di agibilità, o semplicemente di qualcuno che chiedeva di poter dare una mano non può non aver visto quella generosità, quella tenacia e quella solidarietà che tante volte, negli ultimi decenni, ci hanno reso grandi. Quando combattevamo la Resistenza, quando in pochi anni trasformammo un Paese agricolo e analfabeta nella quinta potenza industriale del Pianeta, quando migliaia di giovani da tutto il Paese accorsero a salvare Firenze e il suo patrimonio artistico dall’alluvione, quando nelle strade si sparava in nome della rivoluzione o della reazione, quando le crisi economiche ci toglievano il futuro, quando fu trovata la Renault rossa in Via Caetani o quando saltò in aria l’autostrada a Capaci. Quello stesso spirito lo vediamo tutti i giorni, da queste parti.
Perché per chiunque abbia l’onore di gestire la cosa pubblica, i veri problemi cominciano quando i riflettori si spengono. La decisione di chiudere le scuole o i musei, il dubbio sul confermare o disdire una certa manifestazione artistica o culturale, le verifiche di agibilità degli edifici pubblici o privati, la battaglia per mettere a disposizione subito qualche risorsa economica, da trovare nelle inesistenti pieghe di bilanci pubblici – quelli dei Comuni – che stanno praticamente da soli sostenendo l’onere del risanamento delle finanze pubbliche nazionali. Si tratta di battaglie condotte nel silenzio, da amministratori in prima linea ma lontano dai riflettori, e da dipendenti comunali che non assomigliano neanche alla lontana allo stereotipo troppo spesso abusato. O da cittadini qualsiasi, quasi tutti i giorni evacuati dalle scosse ricorrenti, che però rientrano sempre a lavorare. Con un po’ di paura, ma ritornano al loro posto.
E’ anche, tuttavia, una mezza bugia. Perché man mano che ci allontaniamo dalla prima linea, dove l’emergenza viene combattuta con le mani nella melma, riaffiorano tutte le criticità italiane. Riaffiora l’irrisolto nodo su come debbano stare insieme i livelli di governo della Repubblica: il far sentire la presenza dello Stato non dovrebbe impedire che al Presidente della Regione e ai Sindaci vengano conferiti pieni poteri per riuscire a gestire l’emergenza in piena operatività. Riaffiora la stupefacente capacità di incasinamento delle cose semplici che solo noi italiani sembriamo avere ogni qualvolta entra in ballo il diritto amministrativo: è il caso della ormai celebre “ordinanza numero due” della Protezione Civile, che prevede che gli edifici ad uso produttivo debbano avere la dichiarazione di “agibilità sismica” per poter riaprire. C’è solo il piccolo, insignificante particolare che nessuno di noi ha mai sentito parlare dell’esistenza di una procedura di “agibilità sismica”, per il semplice fatto che non esiste né è mai esistita. Riaffiorano le esasperanti lungaggini amministrative, le lentezze burocratiche e l’immancabile fuga dalle responsabilità. Difetti invisibili, anch’essi (per fortuna) lontani dai riflettori, ma che quaggiù in trincea si fanno sentire.
Stamattina, per la prima volta dopo il terremoto, ho celebrato alcuni matrimoni in Comune (gli assessori sono di turno in media una settimana ogni due mesi). Oltre al piacere e l’emozione di proclamare un’unione civile tra due persone che decidono di percorrere la vita insieme, dei matrimoni mi è sempre piaciuta un’altra cosa: secondo la legge, quando un pubblico ufficiale indossa la fascia tricolore non rappresenta sé stesso, la propria organizzazione, il proprio Comune o una parte del Paese. Rappresenta la Repubblica italiana.
Stamattina, al momento di indossarla, riuscivo solo a pensare all’orgoglio di una Repubblica retta da quella mezza verità ma costantemente minacciata da quella mezza bugia. Il terremoto dell’Emilia, se ce ne fosse ancora bisogno, ce lo ricorda ancora una volta.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





da leggere ogni mattina …. per vedere la mezza verità, che, nel modo d’oggi, già basta per avere un briciolo di ottimismo sull’Italia.