di Matteo Rizzolli.
Le dichiarazioni del ministro Fornero sul diritto al lavoro hanno dato fuoco alle paglie delle polemiche estive. Eppure che il lavoro non sia un diritto è un’affermazione abbastanza scontata. Si chieda ad un disoccupato, uno che ha appena terminato un colloquio di lavoro con un “no, grazie”, se può esercitare il suo diritto al lavoro, magari entrando in tribunale e denunciando il (non)datore di lavoro (oppure confindustria o lo stato stesso).
Se le parole hanno ancora un senso, il diritto è una posizione giuridica precisa. Ce l’ha insegnato Hohfeld che un diritto, per essere tale, deve essere correlato ad un dovere. Ovvero, se la legge afferma l’esistenza di un diritto in capo a qualcuno, necessariamente attribuisce a qualche altro soggetto il dovere di garantire quel diritto, pena la sanzione dell’autorità pubblica. È del tutto ovvio che non esiste quindi alcun diritto al lavoro in nessun paese o società moderna. Nemmeno nelle versioni del comunismo più spinto.
Piuttosto, usando sempre gli strumenti di analisi di Hohfeld, il lavoro è una libertà (ovvero l’opposto giuridico di un dovere) a cui corrisponde un’impossibilità ad interferire con questa libertà da parte di altri. Se un soggetto decide liberamente di lavorare in proprio, o cercare lavoro presso un’impresa o altrove, nessuno può impedirglielo. Oggi le leggi razziali del fascismo che vietavano agli ebrei di poter lavorare sarebbero quindi incostituzionali – oltre che per altre mille buone ragioni – perché impedirebbero loro di esercitare la libertà di lavorare.
Il lavoro non deve essere un diritto. La scienza economica ci insegna le buone ragioni per le quali il lavoro non è un diritto ma una libertà. Innanzitutto, dal punto di vista macro, è molto difficile creare le condizioni per cui tutta l’offerta di lavoro sia soddisfatta da una domanda pari o superiore nel corso del ciclo economico, almeno di non andare ad intaccare altri “diritti” quali un livello equo di salario, la sicurezza e cosi via. La teoria dei salari di efficienza ci insegna che le imprese hanno peraltro buone ragioni per tenere i salari ad un livello superiore a quello che garantirebbe la piena occupazione. Se non vi sono abbastanza posti di lavoro, chi e come si dovrebbe assumere il dovere di offrirli? Se sussistesse questo dovere ci troveremmo al paradosso che le imprese e lo stesso stato, obbligati ad assumere, sarebbero costretti alla bancarotta, e quindi al licenziamento, proprio per soddisfare il diritto al lavoro.
Dal punto di vista micro inoltre il rapporto tra un datore di lavoro ed un lavoratore è regolato da un contratto che stabilisce per il dipendente determinati diritti (quali quello di ricevere uno stipendio, di avere le ferie, di essere sicuro sul posto di lavoro, ecc.) ed anche determinati doveri (quali quello di svolgere la mansione affidata con diligenza ed impegno). Se una delle due parti non rispetta i termini del contratto, il rimedio principale passa dallo scioglimento del contratto stesso (e dall’eventuale richiesta di danni). Il ricorso alla via giudiziale è l’altra possibilità: il lavoratore vi fa spesso ricorso contro il datore di lavoro se subisce la violazione di un proprio diritto. In linea teorica anche il datore di lavoro potrebbe usare la via giudiziale per richiedere “diligenza ed impegno”, ma essendo queste variabili non facilmente osservabili né dal datore di lavoro stesso né da un eventuale giudice chiamato a decidere, la via giudiziale rimane nei fatti impraticabile. Al datore di lavoro rimane quindi come unico rimedio possibile quello della terminazione del contratto. Che sarebbe impossibile se sussistesse un “diritto al lavoro” genericamente inteso.
Il lavoro non è un diritto sociale come l’istruzione e la salute. Il ministro Fornero ha cercato di parare il colpo delle polemiche sostenendo che non faceva riferimento al singolo posto di lavoro ma al diritto “sociale” al lavoro. Altri commentatori hanno paragonato il diritto al lavoro ad altri diritti sociali quali l’istruzione e la salute. Ma a ben vedere il parallelo è improprio ed ancora una volta ci conforta nell’affermare che il diritto al lavoro non sussiste. Infatti, se un malato che ha diritto alle cure viene rifiutato dall’ospedale oppure riceve cure inadeguate, può pienamente esercitare il suo diritto alla salute attraverso le vie legali. Un padre può adire le vie legali contro il comune che non garantisce il posto nella scuola dell’obbligo al proprio figlio. Di più, lo stesso padre deve garantire la frequentazione della scuola al figlio pena l’intervento dell’autorità pubblica.
Si sono sbagliati i padri costituenti? L’articolo 4 della costituzione recita effettivamente che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Letto nella sua interezza e spogliato dall’ideologia, l’articolo della costituzione ci parla di un luogo a cui tutti aspiriamo in cui i lavoratori sono messi nelle condizioni di poter dare il loro contributo al progresso materiale e spirituale della società. Questo comporta un dovere del pubblico ad offrire opportunità ed un dovere del singolo nel coglierle.
Invece una lettura forzata ed estrema dell’art. 4 ci impone nella prima parte un diritto del lavoratore ad un posto di lavoro, a cui corrisponde un dovere di una controparte di offrire lavoro, e nella seconda parte un dovere del lavoratore di svolgere un lavoro, evidentemente concedendo ad una controparte il diritto di esigere questo svolgimento. Ovviamente entrambe le letture sono fuorvianti ed aberranti.
Nella concretezza della legge, il dettame costituzionale non poteva che tradursi in un impegno concreto dello stato per tutte le politiche che favoriscano l’accesso al lavoro, a cominciare dall’istruzione, comprendendo anche tutti gli strumenti indispensabili al buon funzionamento del mercato del lavoro, quali il collocamento ed i giudici del lavoro.
Insomma, il diritto al lavoro non esiste né in Italia né altrove. Esiste invece la libertà di lavorare e il diritto ad essere messi nelle condizioni di esercitare questa libertà.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Anche le persone intelligenti possono farla fuori dal vaso. La loro intelligenza si distingue dal fatto che se ne accorgono subito, fanno pulizia e chiedono scusa.
Dopo una decina di giorni da quando lei ha invocato le BR ed ha detto che Ichino va fermato è riuscito a fare un mezzo passettino nei commenti al suo post riconoscendo di aver fatto una battuta di cattivo gusto.
C’é ovviamente qualcosa di più grave nelle sue parole, ma la direzione é quella giusta. Con un po’ di applicazione vedrà che anche lei riuscirà a levarsi dall’imbarazzo dell’averla fatta fuori. Sarà probabilmente un po’ troppo tardi per convincere i lettori di questo thread e del suo post della sua intelligenza.
E se non basta andiamo ancora avanti
… ] Risulta dalla nota del Colle che il personale complessivo è di 2181 dipendenti. Di questi, gli addetti di ruolo alla Presidenza ammontano a 1095 unità. Tra loro ci sono 108 dipendenti in diretta collaborazione con i vertici della Presidenza: e poi 1086 militari – tra loro i 297 corazzieri – e addetti alla polizia e alla sicurezza. Un organico superiore di 587 unità a quello del 1998. Questo apparato – e la manutenzione dell’immenso palazzo che fu dei Papi e dei re d’Italia, nonché dei suoi giardini – imporrà quest’anno una spesa di 235 milioni di euro: il che in valori monetari depurati dell’inflazione significa il 60 per cento in più rispetto a dieci anni or sono, e il triplo rispetto a vent’anni or sono. Il bilancio di previsione è inferiore d’un milione di euro a quanto stabilito dal bilancio pluriennale dello Stato, 3,23 per cento di aumento anziché 3,5. Cioè si spenderà un pochino meno di quanto previsto, ma più che l’anno prima.
L’unica voce praticamente stabile [ ... ] è quella dell’appannaggio presidenziale, fermo a 218.407 euro (e soggetto, per una decisione presa a suo tempo da Oscar Luigi Scalfaro, alla normale tassazione).
[ ... ] Raffaele Costa scrisse nel suo libro «L’Italia dei privilegi» che la regina Elisabetta II d’Inghilterra dispone di 300 dipendenti, il re di Spagna di 543, il presidente Usa di 466, l’imperatore del Giappone di mille all’incirca. Ma proviamo a esaminare i casi di presidenze vicine all’italiana, ossia la tedesca e la francese. Ho fatto ricorso, per avere dati recenti e precisi, alla cortesia dei colleghi Salvo Mazzolini (Berlino) e Alberto Toscano (Parigi).
In Germania il presidente della Repubblica – attualmente Horst Kohler – ha, come il nostro, compiti soprattutto di rappresentanza e di garanzia, ma rispetto al nostro più affievoliti. Lo si può paragonare ai sovrani scandinavi. Il potere vero spetta al cancelliere. Ecco allora le informazioni di Mazzolini: «Nel 2006 sono stati stanziati per le spese della Presidenza diciannove milioni 354mila euro. Questa cifra è comprensiva di tutto, stipendio del presidente e del personale, spese ordinarie e straordinarie, viaggi all’estero, manutenzione delle due residenze (Bonn e Berlino). Il presidente ha uno stipendio annuo netto di 199mila euro, e dispone inoltre d’uno straordinario (78mila euro nel 2006) per spese di rappresentanza e interventi di vario tipo. Gli organici della presidenza ammontano a 160 unità tra consiglieri, funzionari, impiegati, personale addetto alla manutenzione e alla sicurezza. Il numero dei dipendenti è fissato per legge. «Meno d’un decimo di quella del Quirinale la spesa tedesca, molto meno d’un decimo il personale».
Il presidente francese non è una figura rappresentativa e notarile: ha un forte ruolo operativo – e in settori come quello degli esteri e della difesa prevalente – nella politica francese. L’Eliseo di Jacques Chirac – ancora per poco – non è un osservatorio o un luogo di verifiche, è una plancia di comando. Ecco il ragguaglio di Toscano: «Effettivi della Presidenza: 941 persone di cui 365 militari. Tra quei 941 gli addetti al Capo dello Stato, alla sua famiglia, alla sua abitazione e alle sue relazioni personali sono 192 di cui 29 militari; gli addetti ai servizi della presidenza sono 749 di cui 336 militari. La presidenza include le sedi staccate o di vacanza di palazzo Marigny (accanto all’Eliseo), castello di Rambouillet, forte di Bregancon e altri immobili. Tra questi un appartamento, vicino alla torre Eiffel, dove Mitterrand ospitava la madre di Mazarine, la sua figlia segreta.
La dotazione del presidente della Repubblica, comprese le spese di rappresentanza e di viaggio, è di un milione 736mila euro. Aggiungendo le retribuzioni del personale si arriverà per il 2007 a circa 32 milioni di euro, in lieve calo sul 2006. Inoltre sono previsti «fondi speciali» per oltre cinque milioni di euro annui. Il Presidente paga l’Irpef su un salario mensile lordo di 6627,45 euro. Lasciato l’Eliseo Mitterrand ebbe 4300 euro mensili della pensione di ex presidente e 4400 euro mensili di altre pensioni: gli spettavano inoltre, come ex, lo stipendio per due addetti al segretariato, una guardia del corpo, auto blu e autista». La disparità enorme tra la spesa per l’Eliseo – 32 milioni di euro – e la spesa per il Quirinale – 235 milioni – lascia supporre che in Francia alcune voci importanti siano contabilizzate a parte. Poco più di un anno fa un’inchiesta di Nouvel Observateur sostenne che i bilanci dell’Eliseo erano truccati, e che la spesa era tripla di quella resa nota, ossia 90 milioni di euro. La cifra parve ai francesi mostruosamente alta.
Perché il Quirinale è così caro? Intanto perché la politica e la burocrazia italiana tendono a dimensionarsi, nei piani alti, al livello delle cinque stelle lusso. Ci comportiamo – o meglio loro si comportano – come un Paese straricco. Parlamentari ed europarlamentari sono i più pagati d’Europa, i consiglieri regionali sfiorano – e in Sicilia raggiungono o superano – la retribuzione sontuosa di deputati e senatori, il governatore della Banca d’Italia è il banchiere centrale meglio retribuito del mondo – tranne pare Hong Kong -, anche nelle propaggini manageriali della politica non si scherza e chi guida l’Alitalia in bancarotta incassa più di chi guida la Lufthansa. Si sciala nelle retribuzioni, si sciala nell’assegnazione di personale anche se da ogni ufficio pubblico si levano strazianti invocazioni perché «gli organici non sono completi». Qualche giorno fa s’è accennato all’istituzione d’una «autorità» per la tutela dei diritti dei detenuti, e veniva ventilato un organico di cento (cento!) dipendenti. A far che?
Torniamo al Quirinale. Per strutturare una presidenza che è forte per la stabilità – sette anni – ma debole per l’ambito decisionale potevano essere seguite due strade: un Quirinale leggero e un Quirinale pesante. L’opzione della leggerezza era suggerita dal fatto che il Presidente della Repubblica «non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni» tranne che per Alto Tradimento o per attentato alla Costituzione. Nessun suo atto è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti (e s’è visto quale diatriba giuridica sia stata inscenata per la grazia a Sofri e altri).
È stata invece prescelta, non disinteressatamente, la formula della pesantezza, e d’un fatato universo quirinalizio dove per esempio all’ufficio postale – Raffaele Costa dixit – erano adibite 16 persone. Il Quirinale così messo in piedi è una sorta di bonsai – ma anche un bonsai può essere gigantesco – che riproduce quasi tutte le varietà della selva burocratica italiana. Tre boiardi stanno alla sommità della piramide, il segretario generale e i suoi due vice. Ci sono poi i consiglieri, ciascuno di loro è un miniministro a capo di un miniministero: consigliere per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali (ministro della Giustizia), consigliere diplomatico (ministro degli Esteri), consigliere militare (ministro della Difesa), consigliere per gli affari interni (ministro dell’Interno) e così via. Il tocco quirinalizio fa lievitare le retribuzioni. Chi è «comandato» al Quirinale da altre amministrazioni riceve, anche se le sue mansioni in sostanza non cambiano, una vistosa gratifica monetaria (successivamente avrà anche, il più delle volte, gratificazioni di carriera).
[ ... ]
E NOI PAGHIAMO
>”Dopo una decina di giorni da quando lei ha invocato le BR ed ha detto che Ichino va fermato è riuscito a fare un mezzo passettino nei commenti al suo post riconoscendo di aver fatto una battuta di cattivo gusto. ”
Ho fatto una battuta di cattivo gusto, sì, che però rivendico come tale: a me del buon gusto frega cazzi.
E Ichino e i liberisti che stanno disintegrando la sinistra vanno fermati. Non con le armi. Con le idee, con la discussione, con la politica. Ma pur sempre fermati.