di Lorenzo Gasparrini.
“Grillo, sta sereno. Adesso sei un capo partito anche tu. Non basta più bestemmiare gli altri. Di’ qualcosa di preciso per il tuo paese”. Con queste parole il segretario del PD Bersani rispondeva a Beppe Grillo che gli dava del quasi cadavere. In quella risposta Bersani ha detto due cose molto importanti, una precisa e stringente e un’altra del tutto sbagliata.
Quello che manca agli argomenti propositivi di Grillo – lo si è visto nelle analisi che iMille hanno dedicato al programma politico del Movimento 5 Stelle – è proprio, nella maggior parte dei casi, qualcosa di preciso. In questo Bersani ha colto il principale problema del M5S: una volta chiamato a governare dovrà dimostrare come mette in atto quelle cose che, nel suo programma, sono spesso condivisibili in quanto vaghe. Quei punti devono per forza, nella loro formulazione, rimanere vaghi, e il motivo è nella sostanza di ciò che Bersani ha invece sbagliato nel suo giudizio su Grillo. Beppe Grillo non è un capo di partito, e non lo sarà mai. Neanche “nei fatti”, come vorrebbero molti. Il leader di un partito politico assolve in genere alcuni compiti tipici, che sono: assumere la responsabilità dei rapporti con il pubblico; definire la linea politica del partito; comunicarla all’elettorato; alimentare i contatti tra il partito e i mass media. Ebbene, di questi Grillo non ne assolve nessuno, ed è uno dei motivi per cui quei punti nel programma politico devono rimanere generici e vaghi.
Le recenti polemiche per le scelte del sindaco parmense Pizzarotti dimostrano che nei confronti del pubblico le decisioni di Grillo possono essere disattese senza che il partito ne risenta; anzi, nel movimento di quelle polemiche non c’è traccia e le si considera montate dagli altri partiti, dai media in genere, dal “sistema”. La linea politica è sufficentemente vaga per essere sostenuta nelle sue linee generali soprattutto, come fa Grillo, distruggendo quella altrui più che definendo la propria. La comunicazione all’elettorato è nei fatti sostituita da una vera e propria empatia con esso: Grillo non cerca di influenzare o di attrarre a sé la pubblica opinione, ma si comporta come la pubblica opinione, la mima, se ne rende attore, la impersona. Per questo, non cura affatto i contatti tra il movimento e i mass media, anzi elegge questi ultimi a bersaglio della sua invettiva; perché il suo, che è un movimento e non un partito, pretende di usare la rete, e non i mass media, per veicolare contenuti, consenso, anzi esercitare direttamente la democrazia. In realtà non ha molto bisogno neanche della rete, se non come supporto per veicolare il suo one man show, le sue performance.
Tutto questo fa di Grillo non un leader di partito, ma un testimonial del M5S. Il suo non è un partito, è un prodotto che lui pubblicizza in ogni occasione, mostrandone le virtù di novità e potenzialità di cambiamento proprio grazie alla sua estraneità al consueto panorama politico. Grillo può garantire per il M5S proprio perché non è un politico: quale migliore testimonial per un prodotto che vuole spazzare via tutta la “vecchia politica” di un non politico?
Le sue doti di comico, di uomo di spettacolo, si riverberano nel M5S rafforzando nel pubblico la convinzione della propria capacità rivoluzionaria, della sua non qualificabilità con il solito linguaggio della politica. Il travaso di credibilità è del tutto emotivo, ma ottiene il risultato di valorizzare le capacità politiche e rappresentative del M5S, malgrado – anzi, grazie – il movimento non abbia la possibilità economica di venire pubblicizzato e consolidato mediaticamente al pari degli altri partiti politici con i quali compete. Eppure, sfruttando abilmente la complicità degli stessi media che attacca, Grillo ottiene sempre il massimo risultato col minimo sforzo. Le polemiche sulle sue uscite, sui suoi discorsi, sul suo linguaggio, sono inutili: continuando ad appiattire Grillo su un ruolo che non ha, che non vuole avere, si rafforza l’immagine di sé che va costruendo.
Il procedimento è noto: tutto quello che c’è da sapere sulla facilità con la quale si può manipolare l’opinione pubblica in Italia lo ha già ben detto Giovanni Sartori quindici anni fa, nel suo Homo videns, libro tanto citato quanto poco letto e pochissimo capito. Le condizioni politiche non sono cambiate da allora, né il livello medio della pubblica opinione politica italiana. E tutte le strategie di questo modo di fare politica le abbiamo già viste, sono state usate dal pioniere del connubio tra politica e comunicazione pubblicitaria in Italia: Silvio Berlusconi.
L’evoluzione da Berlusconi a Grillo è evidente: dal padrone dell’azienda, “costretto” a scendere in campo per difendere i suoi beni (e il potere che glieli ha fatti avere) e a vendere la sua immagine, si passa al testimonial, che serve solo a vendere il prodotto politico ma non ne vuole essere a capo; Grillo rinuncia alla “proprietà” accentratrice, concetto della vecchia politica, dei vecchi equilibri, e preferisce la presenza diffusa, multiforme e impalpabile. Berlusconi chiedeva di avallare a lui le responsabilità del comando, in virtù della sua capacità aziendale, metafora di quella politica; Grillo si limita a distruggere le autorità, chiedendo di passare quella responsabilità politica a “chiunque altro non siano loro”, cioè a te, comune cittadino. Se Berlusconi proponeva la capacità aziendale come sufficiente per avere anche quella politica, svalutando automaticamente qualunque preparazione culturale necessaria a svolgere la professione politica (acquisizione tradizionale della sinistra, in Italia), Grillo prosegue su questa strada e arriva all’estremo: incita a espellere dalla cosa pubblica chi possa vantare una qualche esperienza politica pregressa, dicendo che “chiunque” può fare il politico, l’amministratore pubblico, purché non sia uno di quelli che lo ha fatto finora. Continua quindi anche lui a battere – più o meno esplicitamente – la strada della mancanza di cultura politica, facendola assurgere, grazie alle sue doti di comunicatore, a “qualità” distintiva del M5S. In questo aspetto, certamente, Grillo e il M5S hanno imparato molto anche dall’esperienza della prima Lega.
Ecco che, è notizia recente, compare pubblicamente dietro a Grillo una organizzazione ben strutturata di esperti del mezzo scelto per la diffusione del M5S, la rete. Esattamente quello che accadde nel ’93, quando Berlusconi pianificò con cura la nascita di un nuovo soggetto politico proprio con gli esperti di comunicazione, più che con altri politici di professione. Certo, è comunque necessario munirsi di un’ottima organizzazione per la comunicazione quando si vuole competere politicamente a livello nazionale, e il paragone tra le forze di cui dispone Grillo e quelle di cui disponeva Forza Italia (e tuttora dispone il PdL) è improponibile; ma la poca trasparenza dei rapporti tra comunicatori e leadership politica è la stessa. Il ruolo della Casaleggio Associati oggi e quello di Publitalia allora sembra avere le stesse caratteristiche decisive, pervasive e strutturali, anche se nascoste. In maniera sempre più evidente, Grillo non è il leader del M5S.
In più, esattamente come Berlusconi, Grillo ha dei grossi problemi a confrontarsi in un talk-show politico, e ha addirittura caldamente invitato gli esponenti del M5S a non parteciparvi. Il primo lo fece pochissime volte e poi si negò sempre, riservandosi però il potere di turbarne qualcuno con le sue celebri telefonate in diretta; il secondo sfrutta la sua condizione di non politico per sottrarsi a un confronto alla pari con qualche altro interlocutore di quei politici che tanto disprezza. È comprensibile: il rischio è che in un contesto nel quale per una volta l’autorità delle immagini, della presenza, delle emozioni sia sostituita dalla forza della parola e dalla solidità delle argomentazioni, la proposta politica del M5S mostri rapidamente la corda e che l’autorità di Grillo si riveli inutile, causando un crollo d’interesse nel prodotto. Il quale, per ora, non ha dimostrato di avere molte altre qualità di quelle sbandierate a chiacchiere dal suo testimonial. Staremo a vedere.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





La mia impressione è che la presa di Grillo sul Movimento 5 Stelle sia ben maggiore.
Non c’è solo la differenza di peso mediatico (che il divieto di andare in televisione non fa che aumentare) tra Grillo e gli altri, ma le stesse norme del “non statuto” che regola il movimento.
http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Regolamento-Movimento-5-Stelle.pdf che all’art. 1 proclama. “La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web http://www.beppegrillo.it.I contatti con il Movimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo Movimento5stelle@beppegrillo.it.”.
Sembra il massimo della democrazia, in realtà rappresenta il massimo della concentrazione del potere.
Non solo Beppe Grillo è l’unico che detiene i diritti del simbolo del movimento ma gestendo il sito è il solo che decide cosa e chi pubblicare.
Ed è dal sito che vengono diffusi i “comunicati politici” (attualmente siamo al n. 50) che dettano la linea del movimento.
Grillo ha costruito un modello organizzativo estremamente flessibile che però per le questioni fondamentali (le liste in primo luogo e, quindi, la possibilità di esser eletti, ma anche le questioni politiche da porre all’ordine del giorno) si fonda su un controllo totale e centralizzato da parte del fondatore.
Sicuramente il Movimento conoscerà i problemi tipici di tutte le formazioni politiche in rapida e tumultuosa crescita mediatico che giuridico, ma passerà sicuramente molto tempo prima che il controllo politico di Grillo possa esser messo in discussione da parte di altri aderenti al movimento.
Tutto vero, Massimo – cose che ne aumentano il carattere “berlusconiano”, tra l’altro – ma rimane il fatto che Grillo può prendersi tutta una serie di libertà dal punto di vista della comunicazione e dei messaggi politici che gli altri leader di partito non possono permettersi, proprio perché lui non lo è. O se vogliamo, non lo è “come gli altri”.
Non si tratta solo di venire meno al “politically correct” o cose del genere; è che si è legittimato come ousider trasformando gli evidenti difetti politici di questa posizione in pregi di fronte al suo elettorato, il tutto senza perseguire una vera e propria azione politica ma solo gestendo la comunicazione – all’azione politica pensano altri, lui non è mai candidato a nulla.
Gli altri partiti dovranno dunque adeguarsi perché vincerà questo modello di “leader a parole”, oppure pensi che al dunque, quando in ballo ci saranno cose grosse, si candiderà per qualcosa? Questo suo metodo di controllo continuerà a funzionare se le cose per il M5S andranno bene, oppure in realtà lui non mira affatto a una qualche maggioranza e gli sta bene avere la sua percentuale fastidiosa per tutti gli altri?