Giovani contro la criminalità, a Palermo

di Aldo Liga e Giulia Serio.

Di SiciliaToday

“Caro estorsore…

…volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui“.

 

Questa la lettera che Libero Grassi, imprenditore palermitano proprietario della fabbrica tessile Sigma, inviò nel gennaio del ’91 al Giornale di Sicilia in seguito all’ennesima minaccia. Lasciato solo, Libero Grassi fu ucciso il 29 agosto dello stesso anno da cinque colpi di pistola alla testa, alle 7:45 di un normale mattina di lavoro, a 20 metri da casa.

La sua storia rimarrà a lungo dimenticata e tradita (secondo dati della procura, nei primi anni 90 l’80% dei commercianti palermitani pagava il “pizzo”), finché una notte di fine giugno 2004 un gruppo di ragazzi palermitani decise di ricordare il suo messaggio ed una di loro, Chiara Caprì, di raccontarne l’onestà ed il coraggio in un libro, “Libero. L’imprenditore che non si piegò al pizzo” (Castelvecchi, 2011). Per comprendere il ruolo che questi ragazzi hanno avuto nella lotta antimafia, basta pensare che quando, nel gennaio 2005, Confindustria e l’Associazione Nazionale Magistrati organizzarono un convegno antiracket, il Teatro Biondo, sede dell’evento, rimase pressoché vuoto: nessun commerciante decise di partecipare. Poi, fra il 2005 e il 2006, le iniziative si strutturano in un movimento: Addiopizzo. Vennero cosi’ iniziate le prime attività nelle scuole, parti’ la campagna “Contro il pizzo, cambia i consumi”, una delle prime esperienze di consumo critico, e venne elaborata una lista di negozi e imprese che dichiarano ufficialmente di non volersi sottomettere alla criminalità organizzata. Fu allora che qualcosa inizio’ a cambiare e lo stesso Teatro Biondo, questa volta affollato da imprenditori, nel novembre 2007 accolse la presentazione di “Libero Futuro – Associazione Antiracket Libero Grassi”.

Chiara ci raggiunge un mercoledì sera, nel quotidiano vocio del caffè Garibaldi, in pieno centro storico, per raccontarci la sua storia e la storia di un gruppo di giovani che ha deciso di combattere la mafia in una delle sue principali fonti di finanziamento: l’estorsione. “Tutto nacque quando un gruppo di ragazzi, che sul finire degli studi universitari sognavano, come tanti, di aprirsi un bar, si sentirono segnalare dal commercialista la necessità di considerare tra le spese, il cosiddetto pizzo, o come la chiama Nichi “tassa rionale “. Scontrandosi per la prima, vera volta con il controllo mafioso i ragazzi decisero che era arrivato il momento di scuotere la città. Nello stesso periodo, il 10 giugno, veniva pronunciata la sentenza che metteva fine al processo Agate e che condannava all’ergastolo Francesco e Salvatore Madonia, in quanto mandanti dell’omicidio di Libero Grassi. La vedova, Pina Maisano Grassi, aveva dichiarato la sua amarezza di fronte ad una città in cui nonostante tutto dopo tanti anni “tutti continuano a pagare e tutti fanno finta di niente“. La notte tra il 28 ed il 29 giugno i ragazzi uscirono per dire alla città che loro no, non erano disposti a pagare e che “UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITÀ.”

I ragazzi vennero così “adottati” da Pina Maisano Grassi, e Chiara, allora diciottenne e studentessa liceale, incuriosita, iniziò a cercare gli ideatori dell’iniziativa. “All’inizio decisero di rimanere anonimi, ma riuscii a contattarli; ci si incontrava in posti quasi sempre diversi e si facevano delle riunioni fiume che sembravano delle lezioni di filosofia e politica (nell’etimologia greca, però!). Da quelle serate è stato un crescendo di iniziative: prima il lavoro nelle scuole, poi la lista dei commercianti che continuava ad aumentare, infine la nascita della prima associazione antiracket della città, Libero Futuro e le prime denunce”.

Addiopizzo conta oggi più di 700 esercizi commerciali aderenti, “puntando inizialmente ad incentivare il consumo critico, l’associazione si rivolse poi agli stessi esercenti. Oggi la sola presenza nella lista dei commercianti “pizzo free” è ormai considerata una forma di protezione“, continua Chiara, “come ha da poco confessato il pentito Manuel Pasta[i] la mafia non chiede il pizzo alle associazioni aderenti. Come ci racconta, “oggi non c’è più solo Addiopizzo, ma Addiopizzo Travel, Addiopizzo Catania e Messina, nati grazie ad un impegno e impulso dal basso”.

In un’intervista rilasciata a Michele Santoro nell’aprile del ’91, Libero Grassi parlò della necessità di “curare la qualità del consenso”. Come racconta Chiara, Addiopizzo si è fin dall’inizio mosso proprio in questa direzione: “organizzando progetti antimafia in più di 200 scuole, l’associazione ha cercato di riaffermare la cultura delle legalità partendo dai più piccoli. Da uno di questi progetti chiamati “Fortini della legalità” è poi nato il mio primo libro “Lanterna Nostra – La Cina è vicina e Cosa Nostra lo sa ” (Navarra, 2010), all’epoca il primo saggio sui rapporti tra mafia cinese e mafia locale”.

Chiara è stata anche querelata a causa di alcune “coincidenze” da lei evidenziate in Lanterna Nostra, ma come le ha detto Jonh Dickie (Professor in Italian Studies, UCL): “se scrivi qualcosa di importante ti arriverà una querela, se no vuol dire che non hai scritto nulla di interessante”.

Pochi i sostegni, ma “Tutto normale, normale ed indifferente nella Palermo violenta“, scriveva Pina dopo la morte di suo marito Libero[ii], e Chiara non si è lasciata intimidire e l’anno dopo ha pubblicato un secondo libro, che riprende le origini di questa storia, raccogliendo la memoria del primo imprenditore palermitano che si è ribellato alla mafia. “Questo libro per me è un romanzo di vita, non è un libro intervista come ci si aspetterebbe né un resoconto storico, ma una storia d’amore tra due persone, Libero e Pina, che hanno creduto nella libertà; è una storia d’amore per il proprio Paese. Spesso parlando delle vittime di mafia si dimentica di ricordare cosa erano prima di diventare tali: quali erano le loro passioni, i loro affetti, quale era la loro vita, al di là dei riflettori; parlando dell’uomo, del padre, del marito, si avvicina il lettore a comprendere cosa ci sia dietro ad un eroe: sono persone normali, come ricorda sempre Pina, che hanno fatto solo il loro dovere di cittadini fino in fondo, come l’avvocato Giorgio Ambrosoli”. Un romanzo che affronta e risolve il tema della “legalità impraticabile”, di quella mitizzazione dell’eroismo che spesso impedisce un’identificazione e quindi il proseguimento di quei percorsi di legalità individuati dalle vittime della mafia. Chiara è oggi una delle più giovani scrittrici antimafia in Italia: “siamo solo due donne”, racconta, “io e Marta Chiavari[iii], e la gente rimane spesso stupita! Della mia età, dei miei studi in medicina e della tipologia di libri che scrivo; sembra che in Italia siano adatti solo i giornalisti a fare libri d’inchiesta…“.

È doveroso inoltre ricordare che l’attività di Chiara si svolge oggi in completa autonomia: nel 2011 ha lasciato il direttivo di Addiopizzo e dopo poco l’associazione; spesso l’attività di promozione dei suoi libri è stata autofinanziata. La biografia di Libero Grassi ha permesso a Chiara incontri autorevoli in sedi importanti: la consegna del libro a Giorgio Napolitano e la sua presentazione in numerose università italiane e straniere, come l’University College of London. Ma anche tantissimi incontri in scuole e associazioni grazie all’impegno dei presidi di Libera Piemonte. L’azione di Chiara e di tanti altri giovani siciliani si innesta dunque in un percorso di legalità vitale per il futuro della nostra terra. Nonostante il quotidiano confronto con le molteplici difficoltà che ancora affannano Palermo e la Sicilia,  il valore di queste “iniziative portatrici di avvenire” non potrà mai più essere sottovalutato.


[i]               Manuel Pasta, pentito di mafia, dichiarò il 15 settembre 2011 durante l’udienza del processo d’appello nato dall’operazione “Addiopizzo” : “Addiopizzo ed il movimento antiracket collegato rappresentavano un ostacolo per la mafia. Non si chiedeva il pizzo ai commercianti aderenti. Non ci si andava proprio”.

[ii]              Chiara Caprì, Libero. L’imprenditore che non si piegò al pizzo. Castelvecchi editore, 2011, pag 93

[iii]             La Quinta Mafia. Come e perché la mafia al Nord oggi è fatta anche da uomini del Nord, Ponte alle Grazie, 2011

 

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti