Forse in Europa qualcosa sta nascendo

di Michele Ballerin.

Di European Parliament

In un momento di inquietudini e paure repentine come quello che stiamo attraversando, sollecitati da terremoti di vario genere, un esercizio di ottimismo può non guastare. I sismi di natura geologica sono quello che sono e c’è poco da dire. Invece i sismi di natura politica o economica lasciano adito alla speranza che possa trattarsi, con un po’ di fortuna, dei prodromi di una nascita. La storia soffre talvolta di contrazioni uterine: spasmi dolorosi e improvvisi, la cui violenza è in rapporto diretto con le dimensioni di ciò che preme per venire alla luce. È un pensiero piacevole a cui indirizzare la mente, la luce di un faro che danza nell’oscurità, e, ciò che più conta, può essere qualcosa di meglio di una semplice consolazione. Ad esempio, potrebbe essere il caso dell’Europa in questi giorni tormentati.

A dispetto delle analisi più disincantate e delle previsioni più cupe c’è ancora spazio per supporre che le convulsioni delle economie europee siano le doglie di un fenomenale parto storico, purché, come sempre, ci si disponga a osservarle da una certa distanza. Già Hegel dall’alto del suo cocuzzolo ci ammoniva che passeggiare fra le rovine – lo sport dei romantici – non dev’essere per forza un esercizio malinconico, perché le rovine nella storia adempiono a una funzione fondamentale: lasciare spazio a qualcosa di nuovo e di migliore. Per fortuna non è sempre necessario arrivare al crollo: la minaccia del crollo può già essere uno stimolo sufficiente.

Cimentiamoci allora per qualche paragrafo nell’esercizio ottimistico di guardare al presente come a un bicchiere mezzo pieno… Per cominciare, leggeremo l’ultimo allarme sui conti pubblici spagnoli come una notizia incoraggiante, in un momento in cui i paesi europei che di fatto governano l’Unione sono tentati (uno in particolare, lo sappiamo) di tirare dritto per la loro strada, benché non sia chiaro neppure a loro dove possa condurre; potrebbe cioè essere un salutare indicatore del fatto che l’illusione di “isolare il contagio” abbandonando la Grecia malata al suo destino è, appunto, soltanto un’illusione. Un moderno Menenio Agrippa direbbe forse che la testa europea sta cercando di  prendere le distanze dal suo piede incancrenito, ma il piede rifiuta pervicacemente di farsi i fatti suoi. Il problema è che i fatti “suoi” non esistono. Quale altra interpretazione potremmo dare, per inciso, della globalizzazione e dei suoi effetti? Ma tutto questo è noto.

La cosa più rilevante è che, se di parto si tratta e non di stadio terminale, i nascituri sono addirittura due. Siamo di fronte a un parto gemellare… Il che ci darebbe una spiegazione tanto più convincente dello strazio che ne proviamo. I fenomeni che lottano per emergere dal limbo del possibile sono l’Europa politica e una sinistra (ai timidi e agli allergici diremo un “riformismo”) di portata europea. Le due cose devono ancora nascere e devono farlo insieme: non solo gemelli, ma gemelli siamesi.

Che un nuovo paradigma progressista faccia sentire sempre più dolorosamente la sua mancanza non è un mistero per nessuno, e il nostro PD – improbabile impasto mitologico di due o più nature diverse e in perenne conflitto – esiste per annunciarlo al mondo: il suo non-essere e il suo non-fare, sommati all’urgenza con cui non-sono e non-fanno, parlano un linguaggio chiarissimo. Ci dicono che qualcosa di nuovo deve farsi avanti a sinistra, e al tempo stesso tutti gli ostacoli che lo intralciano.

Ci sono casi in cui la realtà vuole essere letta in negativo, e non c’è speranza di decifrare il quadro del  presente se non si trascurano le figure che lo affollano per focalizzare invece l’attenzione su ciò che vi manca. Oggi è un nuovo riformismo a brillare per la sua assenza, al tempo stesso falsando e disarticolando con il suo non-esserci-ancora il contesto che dovrebbe accoglierlo. Tutti i fenomeni politici con cui ci stiamo misurando, e soprattutto il loro dismorfismo, si spiegano con questa latitanza, un vuoto che li risucchia con imperiosa violenza snaturandoli e forzandoli ad assumere posizioni scomode fino all’inverosimile. Ad esempio, per parecchi anni abbiamo chiesto alla destra quello che la destra non può darci, e continuiamo oggi, chiedendole di risolvere una crisi economica che l’ortodossia conservatrice non ha semplicemente gli strumenti per affrontare. Destre che si fanno smisurate pur restando impotenti, dunque, comici trasformati in profeti… Ma non è colpa della destra, né dei comici, se la sinistra latita. Nossignore.

Neppure è un mistero che il mondo sia in attesa di un’Europa politica (federale: c’è ancora bisogno di specificarlo?). Che emergenze globali pretendano soluzioni globali è ormai un luogo comune, e la federazione europea è divenuta una necessità così ovvia e pressante che ad ogni summit europeo o euroamericano sulla crisi possiamo immaginarcela come il convitato di pietra, che tutti si sforzano di ignorare senza riuscirvi: una presenza ormai più tangibile degli stessi leader riuniti a discutere, i quali sembrano perdere realtà e consistenza nella misura in cui l’idea federalista, seduta in silenzio accanto a loro, ne guadagna.

Checché ne pensi Cassandra, e fra mille indubitabili rischi, il duplice parto sta avendo luogo. Ce lo dicono la consapevolezza che si fa strada nella dirigenza democratica in Italia, sempre più presente sul terreno delle questioni europee, e gli sviluppi della politica francese con la vittoria di Hollande e il tramonto della destra sarkozista; ce lo dice quello che sta avvenendo nella socialdemocrazia tedesca. I partiti riformisti del continente hanno iniziato a convergere su un programma condiviso di riforme, e sono riforme destinate a cambiare il volto dell’Europa. Stiamo assistendo al costituirsi di un fronte progressista europeo, e lo spettacolo ci emoziona o dovrebbe farlo, perché annuncia l’avvento di una politica finalmente tarata sui problemi che deve affrontare. Quando questa politica si materializzerà tra noi vi riconosceremo il risvolto positivo della globalizzazione, e quest’ultima ci avrà rivelato che non è venuta solo per mandarci con le gambe all’aria: allora, solo allora, la perdoneremo. Ed è questa l’unica speranza che ci farà sopportare ancora per qualche mese lo stallo del governo tecnico-conservatore, ai cui logori strumenti non faremo l’errore di chiedere l’impossibile.

Un nuovo riformismo europeo e un’Europa politica nasceranno insieme o non nasceranno affatto. L’Europa federale, l’Europa dei cittadini, non verrà alla luce se i partiti progressisti non se ne faranno consapevolmente carico; e nessun paradigma progressista potrà affermarsi se la volontà ferrea di costruire un’Europa politica e democratica non costituirà il cuore stesso della sua missione storica. E sia chiaro che la posta in gioco non riguarda solo alcuni paesi e un momento particolare della loro vita politica: è la civiltà occidentale che dovrà passare per questo collo di bottiglia. Chi pensa che il frangente sia meno epocale pecca di un discutibile ottimismo – o di un altrettanto discutibile pessimismo, a seconda dei punti di vista.

Ma aspettiamo che le elezioni in Italia e in Germania ci portino qualche novità, in quel fatidico 2013… Se tutto andrà come deve andare, gli italiani sceglieranno di voltare pagina e gli industriali e i banchieri tedeschi, gente pratica, appoggeranno i riformisti della SPD. Allora, chissà, il 2013 potrebbe essere l’anno dell’Europa, quello che tutti stiamo aspettando. Stringiamo i denti e facciamoci forza, mentre tendiamo i nostri muscoli fino allo spasmo: perché forse vale la pena di vedere come andrà a finire.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti