I dubbi sulle primarie aperte di Bersani

di Antonello Paciolla.

Di PD Cagliari

Con la proposta di “primarie aperte” da tenere entro la fine dell’anno, Pierluigi Bersani ha incassato diversi risultati positivi. Innanzitutto il voto unanime della Direzione Pd, fenomeno non raro, ma che in diverse occasioni è stato frutto più della volontà di trasmettere un’immagine di compattezza che di una reale convinzione e condivisione. Questa volta non è andata così, e l’adesione al progetto di Bersani è stata piuttosto calda anche da parte di settori del Pd che difficilmente fanno sconti al Segretario: si pensi, ad esempio, al ritiro dell’ordine del giorno inizialmente presentato da Civati sulle primarie per i parlamentari. Ma non c’è solo l’unanimità del voto. Nei fatti, con la mossa dell’ultima Direzione, il Segretario del Pd ha sicuramente ottenuto una notevole rilegittimazione della sua leadership, e, avendo rinunciato a porre veti e ad arroccarsi nella difesa della condizione di candidato naturale (che pure lo Statuto del partito gli avrebbe concesso), Bersani ha dato un segnale di apertura e contendibilità. Fare diversamente non avrebbe certo giovato all’immagine del partito e del suo Segretario, specie in un momento in cui dalla politica si aspettano segnali di apertura importanti, e Bersani di certo avrà fatto i suoi calcoli. E di sicuro al leader dei democratici non sarà dispiaciuto anche un “effetto collaterale” (ma non troppo) prodotto dal suo annuncio: l’aver spiazzato Matteo Renzi e aver spostato il luogo del confronto con il Sindaco di Firenze. Trasformando una battaglia tutta interna al Pd in una contesa nel campo più largo (e incerto) di una coalizione di centrosinistra.

Diversi aspetti sono ancora da chiarire, e uno su tutti. Bisognerà, infatti, sciogliere presto il dubbio sulla possibilità di aprire la partecipazione alle primarie anche ad altri candidati democratici oltre a Bersani. Inizialmente le interpretazioni (in mancanza di indicazioni certe) della proposta del Segretario Pd sembravano portare proprio in questa direzione, confermando che la partita dovrebbe essere aperta anche alla “concorrenza interna”. Negli ultimi giorni, però, preoccupanti segnali di chiusura sono arrivati da esponenti democratici di spicco, tra loro Rosy Bindi, che ha espresso la sua assoluta contrarietà alla presenza di più candidati Pd. È probabile (e auspicabile) che questa presa di posizione sia corretta da Bersani, perché sarebbe paradossale modificare lo statuto rinunciando al ruolo di candidato naturale, poi rendersi disponibili a un confronto anche con candidati di “società civile, liste civiche, movimenti di sindaci” e al contempo chiudersi nettamente alla possibilità di misurarsi con candidati provenienti dallo stesso Pd. Se quello che preoccupa Bindi e gli altri democratici che si sono espressi contro l’ipotesi di più candidature “interne” è l’esigenza di evitare scontri fratricidi che favorirebbero esponenti di altri partiti (come successo a Genova), si può tranquillamente pensare di ridurre questo rischio: con un meccanismo di primarie a doppio turno, ad esempio, come auspicato da diversi commentatori (e non escluso per ora dallo stesso Bersani). Il resto sarebbe solo il riflesso di un atteggiamento di chiusura certo non degno di un partito che sta cercando di costruire un percorso di vera partecipazione. Si rischierebbe di generare dubbi seri sull’intera operazione, che sembrerebbe poco più di un gioco di prestigio per evitare il confronto interno (e la possibilità di un congresso anticipato).

Altri aspetti per ora poco chiari risultano invece un po’ più preoccupanti, come l’evidente indeterminatezza sulla natura e la composizione della coalizione che dovrà essere protagonista dell’operazione primarie aperte. Quel che è certo è, appunto, il voler andare oltre i confini classici dei partiti (e della ormai celebre e forse usurata foto di Vasto) aprendo a liste civiche, movimenti e singole personalità. Intenzione lodevole, certo, ma che manda in soffitta una delle ispirazioni originarie del Partito Democratico, cioè la possibilità di essere un luogo aperto, dove poter realizzare un’osmosi vincente di politica “di professione” (o quasi) e società civile. Ma a parte l’apertura ai “civismi” di varia natura, non sono per niente definiti i confini e l’ispirazione politica della coalizione, e la dicitura bersaniana di alleanza dei “progressisti e dei democratici” appare piuttosto vaga. Bersani ha parlato della necessità di un raggruppamento che tenga insieme le forze politiche capaci di opporsi al “dilagare del populismo”, ma se così fosse è sicuro che diversi soggetti per ora inclusi nell’operazione non dovrebbero trovarvi spazio: Antonio Di Pietro su tutti, visti i toni (e i contenuti) della sua opposizione totale e spesso irresponsabile al Governo Monti.

In realtà quello di Bersani sembra un deciso tentativo di ancorare a sinistra (almeno nella fase delle primarie) il Partito Democratico, con un’alleanza in cui si privilegia il richiamo identitario a scapito della governabilità. Una mossa sicuramente legittima da parte del Segretario Pd, ma che certo non va etichettata troppo come “apertura”, in un momento in cui tra i democratici era in corso la discussione sulle alleanze future: tra chi non metteva in discussione la già citata “foto di Vasto” e chi invece proponeva di dimenticarla. Bisogna poi tenere conto che con un’alleanza così composta (Vendola, Di Pietro, esponenti movimentisti), il campo delle primarie diviene quasi impraticabile per esponenti democratici con un’impostazione politica (e delle alleanze) molto diversa rispetto a quella di Bersani (Matteo Renzi su tutti).

Ma le perplessità maggiori arrivano dall’idea bersaniana di comporre prima una coalizione “progressista” per poi “fare una proposta ai moderati” per governare. Visto che, di fatto, si riconosce l’insufficienza dei confini della coalizione originaria e la sua incapacità di garantire la governabilità, non si capisce perché impostare l’operazione in questo modo. O, forse, lo si intuisce fin troppo bene, visto che una simile interpretazione del ruolo del Pd lo colloca saldamente nel campo della sinistra- sinistra, tornando indietro addirittura a una lettura berlingueriana della realtà politica italiana: la sinistra che si rinchiude nei suoi confini identitari, cercando poi di governare con la convergenza al centro, non è che una riproposizione del compromesso storico, che Bersani non ha mai fatto mistero di considerare una bussola della sua azione politica. In questo modo, però, si completa una regressione notevole nell’impostazione del Pd, nato per essere il luogo di un’elaborazione politica moderna e per essere capace di porsi come un contenitore ampio del centrosinistra, e ora ridotto a partito con una visione decisamente nostalgica della sinistra. Obbligato a cercare la convergenza al centro per governare e ad autoimporsi una vocazione minoritaria per mantenere un profilo di “purezza ideologica”.

In generale le primarie aperte di Bersani sembrano il frutto di un ennesimo momento di transizione della sinistra italiana, e appaiono come uno strano mix di direttismo e politicismo esasperato (la riproposizione del compromesso storico, appunto). Tra non molto tempo potremo giudicare le conseguenze di questa impostazione in termini di governabilità, ma l’impressione è che il tentativo bersaniano possa ostacolare piuttosto che favorire la trasformazione del Pd in un moderno partito di centrosinistra. Un partito che sia in grado di avere un profilo progressista riconoscibile, senza essere costretto alla convergenza con i moderati e a comporre coalizioni così eterogenee per avere la possibilità di governare.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti