Dove va la Russia?

di Augusto Come.

"Transiberian" by Christophe André

Il Centro di Studi Strategici – uno dei più influenti think tank russi – ha presentato recentemente un rapporto (versione inglese non ancora disponibile) che analizza i possibili sviluppi della crisi politica esplosa dopo le elezioni di dicembre scorso. Secondo le sue previsioni, essa produrrà sostanziali cambiamenti dell’assetto politico attuale.

La Russia vive da ormai più di sei mesi una crisi politica acuta. Le proteste di piazza, esplose a dicembre contro i presunti brogli elettorali, sono state le più massicce degli ultimi quindici anni e hanno scosso profondamente un clima politico stantio.

Tuttavia, il fenomeno protestatario è soltanto la punta dell’iceberg: il paese vive profonde mutazioni sociali alle quali la classe dirigente e il sistema politico sono incapaci di adattarsi.

 

Malumore e voglia di cambiamento

Il rapporto mette in evidenza come il malumore della società verso la classe dirigente sia in crescita e cominci ad estendersi anche a settori della popolazione che fino a questo momento erano stati alla base del putinismo.

La perdita dell’appoggio del ceto medio, insofferente alla corruzione, alla debolezza dello stato di diritto e all’atteggiamento paternalistico delle autorità, è stata registrata da tempo. Il ritorno di Vladimir Putin ha segnato la rottura definitiva tra il potere e la classe media, già delusa dall’esperienza modernizzatrice di Dimitri Medvedev, che non si è dimostrato all’altezza delle aspettative.

Il dato più interessante del rapporto, però, riguarda l’erosione della popolarità del tandem di governo nelle classi popolari. Il consenso di cui continua a beneficiare nei sondaggi è sempre più fragile e si basa più che altro sulla mancanza di alternative politiche: il rapporto infatti mette in luce come una fetta consistente dell’elettorato abbia votato Putin più per rassegnazione che per convinzione.

L’erosione della popolarità della classe dirigente traduce una voglia di cambiamento che si fa sempre più pressante. I settori che preoccupano di più la popolazione sono la sanità, l’educazione, il problema abitativo, la sicurezza e lo stato di diritto. Le autorità sono ritenute incapaci di soddisfare queste esigenze sociali e di far fronte alle sfide con  le quali il paese è chiamato a misurarsi.

 

Alla ricerca di nuovi leader

Il rinnovamento della classe politica è un tema costantemente sollevato dagli intervistati. Questo vale sia a livello federale sia locale e riguarda non solo il partito di governo, ma anche le tradizionali formazioni di opposizione ad eccezione del Partito Comunista, l’unico a essere considerato come una vera istituzione, rispettata perfino da chi non condivide le sue posizioni.

Finora, nessuna alternativa politica è riuscita ad emergere. La ricerca ha tentato di testare l’appeal di volti nuovi con scarso successo. Tra le alternative proposte: il plurimiliardario Mikhail Prokhorov, supportato dall’elettorato liberale ma frenato dall’astio popolare verso gli oligarchi;  Aleksei Kudrin, ex ministro delle finanze  è apprezzato come tecnico, ma privo di carisma politico;  il nazionalista Dimitry Rogozin gode di molto rispetto ma i più temono che la sua intransigenza nei rapporti coll’Occidente possa danneggiare il paese; Aleksey Navalny, paladino della lotta alla corruzione e agitatore di piazza, è visto come un leader carismatico ma privo di esperienza governativa.

Il rapporto conclude che, se l’esigenza di nuovi leader rimane per ora insoddisfatta,  l’affiorare di nuove formazioni e personalità appare inesorabile.

 

Il movimento protestatario

Malgrado il malcontento crescente, la maggioranza della popolazione è scettica rispetto ai movimenti di protesta che, seppur non marginali,  rimangono minoritari e concentrati nelle grandi città.

Paradossalmente però, sono proprio i manifestanti a esercitare un’influenza decisiva sulla crisi politica in corso. Ciò è dovuto non soltanto alla loro determinazione e al loro numero, che fanno sì che non possano essere  facilmente repressi o ignorati dalle autorità, ma soprattutto al fatto che, in un paese disabituato alle contestazioni di massa, la piazza ha un peso sproporzionato.

Le proteste hanno già portato cambiamenti concreti forzando il governo ad accelerare il processo di apertura politica (progetti di legge per la reintroduzione delle elezioni dirette nelle regioni e di riforma della legge sui partiti, installazione di webcam nei seggi elettorali, ecc.). Molte sono le incognite, però, che pesano sulla capacità del movimento di fungere in futuro da vettore di modernizzazione del sistema politico russo.

 

Scenari futuri

Il rapporto traccia quattro scenari di sviluppo della crisi. Il primo immagina una svolta autoritaria, favoreggiata da una radicalizzazione del conflitto; il secondo prevede una liberalizzazione politica controllata, frutto di un compromesso tra autorità e manifestanti; il terzo delinea un’evoluzione caotica dai risvolti imprevedibili; il quarto – un temporaneo congelamento della crisi.

I primi due scenari dipendono dal grado di conflittualità che caratterizzerà le future relazioni tra i manifestanti e il governo. Un’esasperazione dello scontro rafforzerebbe le fazioni conservatrici in ambedue i campi. L’establishment sarebbe obbligato a fare affidamento sulle forze di sicurezza, che sono tradizionalmente reazionarie, e il peso dei conservatori nella compagine di governo crescerebbe a scapito dell’ala liberale. Nel movimento di protesta la repressione indebolirebbe i moderati a vantaggio delle frange più radicali e conservatrici (in primis estrema sinistra e nazionalisti), provocando un’ulteriore radicalizzazione del conflitto. Tutto ciò porterebbe a una svolta reazionaria, che, per come stanno le cose ora, appare sempre più probabile. Ne sono testimoni gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti durante le proteste di maggio, cosi come il fermo di centinaia di attivisti e dei loro leader (Aleksey Navalny, Sergey Udaltsov e Ilya Yashin).

Tutto ciò potrebbe essere evitato se si intavolasse un dialogo tra rappresentanti dell’opposizione e delle autorità. Una soluzione di compromesso su un certo numero di questioni rafforzerebbe i tenenti della modernizzazione all’interno dell’establishment e marginalizzerebbe le frange più intransigenti del movimento. Potrebbe così cominciare un’opera di liberalizzazione controllata, spinta dal basso e attuata dall’alto, preparando l’uscita definitiva di Putin alla fine del suo mandato. Questo scenario sembra però sempre più irrealizzabile, tenuto conto dell’attuale escalation del conflitto e della natura stessa di un movimento acefalo e politicamente eterogeneo.

La variabile più minacciosa sembra essere la possibilità di una nuova crisi economica. L’aggravarsi della situazione nell’Eurozona e una nuova recessione mondiale avrebbero conseguenze disastrose sull’economia russa.

Se alla crisi politica in corso dovessero sommarsi gravi difficoltà economiche, le ripercussioni sarebbero imprevedibili. È immaginabile un’esplosione di proteste che potrebbero coinvolgere gruppi sociali rimasti finora ai margini della scena politica. Si eroderebbe rapidamente il consenso al regime, che finirebbe per perdere il controllo della situazione. Il sistema politico potrebbe essere soggetto, in questo caso, a cambiamenti caotici e repentini. Gli sviluppi di questo scenario (democratizzazione subitanea, esplosione di populismo, autoritarismo rafforzato) sono attualmente imprevedibili, ma le  conseguenze sarebbero certamente disastrose.

L’ultima opzione contemplata, che riguarda l’esaurimento del ciclo protestatario, è al momento improbabile. I sondaggi mostrano che la determinazione dei manifestanti resta alta. Ad ogni modo, l’affievolirsi “fisiologico” delle proteste non risolverebbe l’attuale crisi politica, che verrebbe soltanto posticipata.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting