Difendiamo la cultura. Nessun terremoto ce la deve rubare

di Danilo Raponi.

Foto di Gojame

Una nazione che trascura il suo patrimonio artistico e culturale è destinata a scomparire. Abbiamo assistito tutti, impotenti, alla forza della natura che distruggeva o danneggiava molti dei tesori artistici e architettonici che addobbano le provincie di Modena e Ferrara. Ma eravamo, e siamo, davvero impotenti? No, non lo siamo. C’è molto che poteva e doveva esser fatto per proteggere le chiese, i municipi e le ville del modenese, c’è molto che possiamo fare adesso, e c’è molto che dovremo fare in futuro. Ma andiamo con ordine.

Nella notte del 20 maggio 2012 Finale Emilia è colpita da un terremoto di magnitudo 6 della scala Richter. Le scosse provocano danni ingenti a edifici civili e industriali in tutto il territorio circostante. Ci sono vittime. Nella mattina del 29 maggio un altro terremoto, di magnitudo 5,8 e con epicentro a Medolla, causa danni in tutta la provincia di Modena, ma anche a Ferrara e Padova. Ci sono altre vittime. Ulteriori scosse di assestamento si sarebbero susseguite nelle ore e giorni successivi, perdurando fino ad oggi. La tragedia più grande di qualsiasi catastrofe naturale è, naturalmente, la perdita di vite umane. Vite che, come troppo spesso accade in Italia, sembra potessero essere risparmiate se soltanto alcuni imprenditori (tra le vittime c’è anche un imprenditore), costruttori, ingegneri, geometri, architetti avessero operato con più professionalità, maggior attenzione alle tecniche di prevenzione e gestione del rischio, piuttosto che con la superficialità che suole caratterizzare un certo modo di lavorare, sbrigativo e superficiale, che non è più tollerabile. La Procura della Repubblica di Modena ha già annunciato di aver iscritto molte persone nel registro degli indagati. Ma queste sono tematiche per un altro articolo. Questo pezzo, invece, tratta della perdita del nostro patrimonio artistico e culturale, che dopotutto non è che la perdita della memoria delle vite di chi ci ha preceduto.

Il Duomo di Mirandola ha subito danni in parte irreparabili, come la distruzione dell’affresco dell’arco trionfale che era sopravvissuto a oltre 500 anni di intemperie e guerre. Sempre a Mirandola, la Chiesa di San Francesco è crollata per metà. È come se, d’un colpo, la memoria di quello che è stato uno dei sistemi di idee più alti che l’intelletto umano abbia mai creato, l’Umanesimo, sia stata cancellata, dimenticata. I domini feudali degli Estensi diedero ospitalità a colui che, assieme a Leon Battista Alberti, rappresentò più di tutti l’Uomo del Rinascimento: l’umanista, filosofo e scienziato Giovanni Pico della Mirandola. In quel manifesto del Rinascimento, noto come Discorso sulla dignità dell’uomo, che il Conte della Concordia (così Pico preferiva essere chiamato) scrisse nel 1486, a 23 anni, troviamo un invito ad una vita lenta, meditata e meditativa, alla coltivazione dei saperi, della lettura, all’esaltazione della ragione e della filosofia come ambiti più alti della realizzazione della dignità umana. Sarebbe dunque quasi ironico, se non fosse tragico, che i luoghi in cui questo ideale di vita fu pensato e consegnato ai posteri siano stati così gravemente danneggiati da un evento così violento, imprevisto e imprevedibile, repentino e fuggitivo, veloce – quasi un simbolo della furia della modernità tecnologico-­commerciale-­finanziaria che fagocita il nostro passato.

Ma è sbagliato pensare che fosse tutto inevitabile, che sarebbe dovuto necessariamente accadere, prima o poi. Non è così. Certo, a volte contro la forza della natura non possiamo che arrenderci, inermi, assieme a tutto ciò che l’uomo, nella sua esistenza, ha prodotto. Niente e nessuno avrebbe potuto resistere alle spaventose onde generate dallo tsunami del terremoto di Tohoku, Giappone, del 2011. Un evento di magnitudo 9, che ha spostato l’asse della terra di oltre 15 centimetri, non può però fungere da paragone per i terremoti di Finale Emilia e Medolla, dove nessuna chiesa si sarebbe dovuta accasciare su se stessa, nessun capannone sarebbe dovuto crollare, nessun parmigiano reggiano sarebbe dovuto andare a rotoli. Se i nostri amministratori locali, regionali e nazionali fossero stati più lungimiranti, è probabile che tutti questi danni sarebbero stati evitati. In realtà, la protezione del territorio, e del patrimonio artistico, è compito fondamentale e primario di ogni amministratore pubblico. Non si tratta, dunque, di essere lungimiranti, bensì semplicemente di fare bene il proprio lavoro.

Il patrimonio artistico italiano fa invidia a tutto il mondo. Dovremmo cominciare a considerare la sua salvaguardia e valorizzazione come compiti primari delle nostre politiche pubbliche. La scienza ingegneristica ci insegna che edifici storici, anche se vecchi di secoli, possono essere protetti, irrobustiti, resi meno vulnerabili a terremoti e altre calamità naturali. Oggigiorno le tecniche sono così avanzate che spesso è possibile evitare interventi poco estetici. “Ma non ci sono soldi”, si obietterà. Che non ci siano soldi è inaccettabile, si dovrà ribattere. Ci sarebbero, si potrebbe insinuare, se l’evasione fiscale italiana non fosse un crimine endemico e se noi tutti, da italiani, a partire dagli albergatori, ristoratori e, di nuovo, amministratori, facessimo di tutto per valorizzare il nostro patrimonio artistico e paesaggistico nel mondo e attrarre un turismo responsabile.

Perché di cultura si mangia, eccome. Il Sole 24 Ore ha pubblicato lo scorso febbraio il Manifesto per la Cultura, in cui si invita il settore culturale del paese a riscattarsi, a risollevarsi, a creare quel circolo virtuoso economico e culturale che solo la cultura, per l’appunto, può generare. Citando l’articolo 9 della Costituzione, che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, oltre a promuovere “lo sviluppo della cultura”, il quotidiano milanese si sofferma sulla necessità di una rivoluzione nel rapporto tra sviluppo e cultura. Quest’ultima non è una zavorra ingombrante che necessita di continui finanziamenti. È invece l’insieme delle conoscenze che abbiamo accumulato nei secoli, è il meglio di ciò che i nostri antenati hanno saputo offrire al mondo. I nostri beni culturali sono fondamentali non solo per lo sviluppo di una vera coscienza democratica, ma anche per la crescita economica del paese e il rilancio dell’occupazione.

Prendiamo spunto dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dalla Francia, che hanno reso possibile l’enorme successo dei loro musei più importanti grazie ad un partenariato pubblico-­privato che da noi stenta a decollare. Smettiamola di essere cinici. Smettiamola di essere pessimisti. Smettiamola di pensare soltanto al dio denaro come fine in se stesso. Pensiamo anche alla cultura, pensiamo anche al nostro arricchimento interiore, intellettuale. Investiamo in cultura. Tutti ne mangeranno. E proteggiamo il nostro patrimonio artistico e architettonico, unico al mondo. Non lo lasciamo andare in rovina. Una chiesa rinascimentale distrutta e ricostruita non è più la stessa. È un simulacro di quello che era. Facciamo in modo che non crolli più.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti