Crescita o austerità? Il dilemma che in Italia non sussiste

di Clemente Pignatti.

Foto di Claudio Menzani

L’ultima fase del dibattito politico economico a livello europeo è incentrata intorno al dilemma tra crescita e austerità. Dopo ormai 4 anni dall’inizio della crisi i suoi effetti appaiono più che mai duraturi e le politiche di austerità sono individuate come i principali fattori che ne frenano l’uscita. In particolare, in Italia si è velocemente passati da un consenso unanime da parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica accordato alla necessità di mettere in salvo i conti dello Stato – culminato con l’insediamento di Monti al governo e l’ approvazione di forti misure di austerità nel dicembre 2011  - ad un consenso altrettanto unanime sulla necessità di dare priorità alla crescita economica, frenata da misure troppo rigide di rientro di bilancio. Una versione ancora più popolare dell’argomento punta sul nemico straniero e individua nei burocrati europei, i governanti tedeschi e il sistema finanziario mondiale i mandanti di questo piano, senza il quale la nostra economia potrebbe finalmente tornare a crescere.

Che le politiche di austerità abbiano un effetto recessivo è argomento vero e già trattato. Il problema secondo me sta nel capire di quale ritorno alla crescita stiamo parlando nello specifico caso italiano. Perché, nel decennio precedente la crisi, la nostra economia ha registrato un tasso di crescita ininterrotamente inferiore alla media europea, rispetto alla quale ha perso circa 12 punti percentuali di PIL tra il 1995 e il 2008 (Grafico 1). Allo stesso tempo, il nostro paese è l’unico dei 27 Stati dell’Unione Europea ad aver registrato tra il 2001 e il 2008 una diminuzione del tasso di produttività del lavoro (Grafico 2).

Figura 1: Tasso annuale di crescita del PIL

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Fonte: World Bank Indicators

Grafico 2: Media della variazione annua percentuale del tasso di produttività del lavoro, 2001-2008

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Fonte: Eurostat

Le ragioni dietro prestazioni così deludenti sono ovviamente diverse e la loro analisi è stata al centro di numerosi studi di economisti e storici nel corso degli ultimi anni, specialmente in coincidenza con i 150 anni della Repubblica. La maggior parte delle tesi evidenzia la perdita di competitività del nostro capitalismo, incapace di trovare la sua strada nell’economia globale e di replicare le eccellenze che ne hanno contraddistinto gli anni di boom.

La competitività di un sistema economico si fonda ad esempio sulla sua capacità di generare innovazione. In particolare, negli anni di boom economico l’Italia è stata all’avanguardia nel settore tessile, rappresentando un sistema di eccellenza in Europa e nel mondo. Imprese organizzate in distretti industriali – il più importante quello di Prato – utilizzavano le sinergie generate da una decentralizzazione coordinata, dove l’interdipendenza reciproca creava specializzazioni che permettevano di produrre prodotti di alta qualità. La cooperazione tra lavoratori e imprenditori all’interno di un’impresa e quella tra diverse imprese all’interno di un distretto era necessaria per intraprendere investimenti di lungo periodo in ricerca e sviluppo, necessari per offrire prodotti che potessero competere internazionalmente malgrado un costo di produzione leggermente più elevato. I dati sui brevetti nel settore tessile dal 1977 (primo anno disponibile) al 1990 rispecchiano questa immagine, con l’Italia che presenta un tasso di innovazione superiore a tutti i paesi sviluppati – Europei e non – i cui dati sono disponibili.

Figura 3: Variazione percentuale nel numero di brevetti registrati annualmente nel settore tessile, 1990-1977

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Fonte: Eurostat

La situazione appare ora capovolta e tra il 2000 e il 2008 l’Italia ha avuto una diminuzione nel numero totale di brevetti presentati annualmente nel settore tessile, uno dei pochi casi tra le economie avanzate. Dietro di noi ci sono solo paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda che comunque hanno i loro punti di forza in settori – biotecnologia, elettronica, finanza – ben diversi dal tessile. Un settore in cui eravamo all’avanguardia e che trainava la crescita della nostra economia è quindi in completa stagnazione. Senza ricerca non si generano prodotti di qualità e competere in base al prezzo è esercizio assai difficile in un’economia globale. Stanno qui le storie di crisi e di chiusura di imprese e distretti industriali in tutto il paese. Problemi contingenti come l’attuale stretta al credito aggravano la situazione, ma non sono di per sé la causa del male.

Figura 4: Variazione percentuale nel numero di brevetti registrati annualmente nel settore tessile, 2008-2000

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Fonte: Eurostat

Questa analisi serve a capire come le radici del nostro declino siano di lunga durata e che aspettare in chiave messianica l’allentamento delle misure di austerità sia quantomeno ingenuo. Se l’Italia non è cresciuta nel decennio precedente la crisi malgrado un quadro economico globale tendenzialmente positivo e una politica fiscale complessivamente espansiva, non c’ è motivo di pensare che la nostra economia tornerà a crescere in maniera significativa – cioè almeno al pari degli altri paesi europei – semplicemente grazie all’allentamento delle misure di rientro di bilancio richieste dall’Unione Europea. Questo allentemento è tuttavia auspicabile – insieme a più strutturali riforme di governance a livello europeo – e sicuramente porterebbe una boccata d’ossigeno alla nostra economia, ma andrebbe atteso come un semplice palliativo e non come la soluzione ai nostri mali. Alimentare il mito della causa contingente e del nemico straniero distoglie l’attenzione. Finché non capiremo che il problema ha radici più profonde della crisi attuale e che la responsabilità è – per fortuna – nelle mani nostre e non di Bruxelles, non riusciremo mai ad avviare quel percorso di ristrutturazione del sistema economico che è condizione necessaria per avviare qualsiasi processo di ripresa.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Maria Savelli

    Un’analisi approfondita e chiara. Complimenti!

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