di Michele Mezza.
Discutiamo di democrazia? Mi pare che, alla fin fine, questo sia il tema chiave oggi. Dietro il vociare sui partiti, ormai è evidente che si sta affacciando il tema cardine dell’occidente: la democrazia dei partiti. Il frullatore finanziario, con il suo vorticoso movimento di capitali, ha stroncato ogni ambizione: la democrazia non ce la fa. Non siamo più in grado di recintare l’aria. I partiti sono in affanno perchè non decidono, e non decidono perché non rappresentano. Questo è oggi il buco nero.
Se ci voltiamo e guardiamo ad una di quelle stagioni politiche che sono celebrate come l’età dell’oro della democrazia rappresentativa tradizionale (pensiamo al centrismo per i moderati, al centro-sinistra per i laici riformatori, al compromesso storico per i catto-comunisti, al prodismo per gli alternativisti), ebbene ogni partito dell’epoca aveva chiarissimo il nucleo che incardinava la propria base sociale: lavoro dipendente per la sinistra, più combinazioni varie di ceti metropolitani e impiegatizzi; aree di origine contadina per la DC, più apparato pubblico e ceto medio provinciale; borghesie polarizzate per i singoli partitini di centro. Il tutto con un forte radicamente territoriale (regioni rosse, nord est cattolico, metropoli secolarizzate, ecc.).
Oggi qual è la geografia dell’appartenenza? In tre settimane si svuota Berlusconi e si gonfia Grillo. Il PD va in altalena e la Lega deperisce perché i figli del capo sono dei pelandroni. Siamo alla liquefazione estrema di ogni rappresentanza. Non dissimile la situazione nel resto d’Europa. Negli Usa poi abbiamo la massima consacrazione del voto senza rappresentanza: una sorta di micro-contrattualismo politico, per cui ogni elettore stipula un’intesa singola con il leader del momento o del livello politico che si propone: Casa Bianca, Senato, Governatore, parlamentare locale, sindaco. Si prova il candidato, si delega, si verifica e poi, nel caso, si cambia.
Una grande esibizione di laica autonomia, direbbe qualcuno. Ma la democrazia così non funziona. Lo spiegava straordinariamente bene Pericle nell’Atene che dai Tiranni passava al potere del Demos: serve un patto di lungo periodo, dove élites e popolo negoziano il contorno, per avere il tempo di elaborare il contenuto. In 50 anni di bipartitismo imperfetto, in Italia abbiamo avuto tanto tempo per elaborare il contenuto: la cassa per il mezzogiorno, i patti agrari, la scuola dell’obbligo, le regioni, lo statuto dei lavoratori. Ora, in 20 anni di seconda repubblica, quali le tappe della democrazia deliberante? Solo una continua campagna elettorale. Non è il bipolarismo a paralizzare. Sono i partiti sempre in cerca di consensi del momento a non poter segnare la storia. Il dramma che sta andando in scena in Grecia ne è una monumentale conferma: si agisce con l’occhio alla Germania e si usano i partiti locali come “taxi per decisioni esterne”. Ma nessuno potrà coagulare realmente interessi locali. Lo stesso voto presidenziale francese ha mostrato una sinistra pallida che vince proprio perché pallida e banale.
Ma perché siamo così sguarniti? “Non ci sono più i leader di una volta, signora mia”, si sente dire nelle file alla posta. Oppure “sono tutti ladri, che vuoi decidere”. O ancora: “ma si ricorda i grandi comizi di Togliatti, Nenni e De Gasperi? E Berlinguer e Craxi, giganti rispetto ai nani di oggi”. Cosa è accaduto? Sarebbe facile rispondere semplicemente che c’è la rete. Meglio ancora: non si tratta del solo dilagare della rete come megafono, ma di una sostituzione della società di massa (produzione di massa, consumo di massa, comunicazione di massa) con la società individuale (produzione on demand, consumi differenziati, personal media). Questo è un pezzo grosso del problema: si chiude l’800 di Marx e di Hegel, caratterizzato da stato nazionale e proletariato come classe generale. Ma non è tutto, c’è un dato nuovo. Il territorio.
Io credo, questo è il tema che vorrei discutere, che i partiti comincino ad essere superati dalle comunità, non riescono a mediare perché non riescono ad ascoltare. Intendendo per comunità quello che Weber intendeva per identità d’interessi: gruppi omogenei per territorio o per culture. Milano, i giovani, il nord-est, i terremotati, le energie rinnovabili: questi sono i nuovi partiti. Puzza di corporativismo? Tutt’altro. Se ci pensiamo, alle spalle di questo ragionamento troviamo l’ispirazione di Adriano Olivetti di Comunitas, dove fabbrica, territorio e tecnologie individuavano interessi, alleanze e modelli relazionali completamente nuovi. E ancora prima, una grande suggestione di Simon Weil che nel 1949, in un preveggente articolo pubblicato sulla Table Ronde dal titolo provocatorio “Note sur la soppression générale des partis politiques”, spiegava come i partiti avevano un’ineliminabile impronta giacobina che portava il loro apparato a prevalere sulle istanze di base e il gruppo dirigente a dominare l’apparato, con un effetto, in un paese moderno ed emancipato, di radicalizzare il dibattito in una logica tutta ideologica che impedisce ogni partecipazione e funzionalità democratica.
Un ragionamento certo difficile e pericoloso, se fatto in un contesto, come il 1949, dove le masse ancora cercavano una via di accesso allo stato. Ma oggi? Davvero con le relazioni trasversali fra i cittadini digitali e interconnessi non è ipotizzabile federare le proposte e gli interessi? Ritrovare forme di rappresentanza trasparente legate al territorio e alle identità sociali? Il singolo oggi può essere, lui, il soggetto di maturazione e mediazione con i suoi vicini, trasferendo alla sede politica solo la capacità di trasferire in ambito istituzionale proposte e decisioni?
Mi rendo conto che siamo su un crinale ancora inedito, forse confuso. Ma come possiamo dare ruolo alle comunità locali rispetto ai poteri finanziari globali? Come pensiamo di uscire dal cratere della crisi? Come ridiamo forza coercitiva alle decisioni delle istituzioni civili rispetto alla mobilità dei capitali? Come mettiamo il sale sulla coda dei trilioni di derivati?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




