di Michele Mezza.
Un vero manuale politico che non lascia spazio a dubbi. Dopo un infinito ciacolare sul nuovo modo di far politica, il modo con cui fronteggiare l’ondata populista, la necessità di presidiare le aree vitali della nuova economia della conoscenza, la trasparenza delle relazioni e dei ruoli rispetto alle mire del partito-azienda berlusconiano, in poche ore la sinistra ha consumato l’ultima, e credo definitiva, occasione per proporsi come un riferimento nella peggiore crisi economico istituzionale che vive il paese. Non ci sono appelli, né incertezze.
La scelta, per il merito e il metodo, di composizione dell’AGCOM, ossia dell’organismo strategico del governo del sistema delle relazioni e delle comunicazioni moderne, è oltre ogni indecenza. Il vertice del PD, grazie anche all’assordante silenzione dei solitamente pigolanti soloni della sinistra nerboruta e intransigente, ha pianificato la propria irrilevanza nel futuro sistema digitale in cambio, niente meno, di una preponderante presenza nell’ Authority della Privacy.
I fatti sono fin troppo noti: dopo un brusio inconcludente sui meriti e le competenze, in presenza di decina di curricula di esponenti reali della società civile, il PD accetta che nella nuova Authority delle comunicazioni il partito di Mediaset abbia due commissari, fra cui uno direttamente proveniente dai ruoli dirigenziali di Publitalia, più un terzo commissario, che determinerà la maggioranza di 3 su 5, assegnato a quella leggendaria barriera di indefettibile rigorosa intransigenza anti-monopolistica che è l’UDC, ossia il partito di un Casini che ha già detto che se Berlusconi si facesse un po’, ma solo un po’, più in là non esiterebbe a tornare nei ranghi del centro-destra.
Il PD, dopo 15 anni di lamentele sulla mancata regolamentazione del conflitto d’interessi di Berlusconi, decide scientemente di rinunciare ad avere un peso rilevante nell’organismo delegato alla regolamentazione non solo della vecchia Tv ma anche dei nuovi grovigli digitali della rete, pur di assecondare le ambizioni di alcuni tromboni e trombati suoi ex dirigenti della Margherita.
Non esiste nella storia politica recente un atto di così deliberata e devastante gravità. Il patto della crostata, vagheggiato nella bicamerale di D’Alema, con Letta e il Cavaliere al confronto diventa una veemente battaglia di resistenza armata contro l’invasore plutocrate.
Ma perché? Quale fine? Quale strategia? Nulla può oggi giustificare il cedimento in un ganglio vitale del sistema di governo del paese. Solo la constatazione, che oggi diventa retroattiva, che il PD sia un partito a sovranità limitata sul tema della comunicazione e dell’assetto dei nuovi apparati digitali. Non altro. Ma non meno grave è il silenzio che sta circondando l’infamia. Che dice Vendola, che pure lancia minacce roboanti al vertice del PD se si traballa sulla composizione delle liste? Che dice Grillo sul merito e non solo sul metodo? Che dicono quei trillanti violini di prima fila dell’intellettualità della sinistra sempre pronti a firmare manifesti o a partecipare a sfilate quando si tratta di retrospettive storiche? E il Sindacato? Non parla al mondo del lavoro questa svendita della politica industriale digitale?
E tutta la galassia dell’innovazione? Può limitarsi ad esprimere disagio o qualche mal di pancia? Non deve ora, subito, far sentire il senso vero della propria differenza? Non si tratta solo di giudizi etici. Qui è in ballo il modo in cui verrà riconfigurato nel digitale un paese che esce stremato e stroncato da altre distrazioni nell’epoca della TV. Ne va del lavoro, delle opportunità, delle ambizioni di decine e decine di migliaia di professionisti. Ora si gioca la partita.
Siamo ad un tornante credo decisivo della politica italiana. Si identifica ormai un regime di perdenti, alcuni con bottino, come Berlusconi, altri solo con mani sporche e vuote, avrebbe detto Sartre, come la sinistra. Ora bisogna capire se davvero l’indignazione può diventare una politica o solo la tomba della politica.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Il PD, dopo 15 anni di lamentele sulla mancata regolamentazione del conflitto d’interessi di Berlusconi, decide scientemente di rinunciare ad avere un peso rilevante nell’organismo delegato alla regolamentazione non solo della vecchia Tv ma anche dei nuovi grovigli digitali della rete, pur di assecondare le ambizioni di alcuni tromboni e trombati suoi ex dirigenti della Margherita.
Il PD è da 15 anni il migliore, unico e fedele alleato di Berlusconi. Chiedete a Violante