Titoli di studio, Trote, e valutazione del merito

di Renzo Rubele.

Di .SilentMode

Si è chiusa da alcuni giorni la consultazione pubblica on-line del MIUR sul tema del “valore legale del titolo di studio” e, attendendo la pubblicazione dei risultati ufficiali, ci dilettiamo – come più o meno tutta l’opinione pubblica – con le vicende dei dirigenti della Lega Nord invischiati nella storia di lauree e diplomi conseguiti (se lo sono stati) in istituti esotici e di dubbia reputazione, per quanto di elevato costo. Il tutto avviene mentre nel complesso della società italiana non si intravvedono significativi miglioramenti in quella che possiamo chiamare «la sfera degli atti di valorizzazione delle competenze e del merito» e si confrontano, senza grosse variazioni dei costumi sociali, le denunce di familismo e favoritismo e le concrete prassi di conservazione delle rendite di posizione e di scelte fondate su convenienze “dalla vista corta”. Il tema è all’attenzione di questa fase dell’attività di Governo se è vero che è stato anche annunciato uno specifico disegno di legge “sul merito”, su cui non abbiamo però notizie particolareggiate al momento in cui scriviamo.

Di tutta la materia vogliamo trattare, in questa nostra noterella, con qualche affresco non troppo impegnativo, anche a causa della evidente complessità delle singole questioni nonché delle controversie che suscita ogni posizione “forte”, che va necessariamente argomentata in profondità.

Lo “specifico titolo di studio” dell’Amministratore Delegato di Yahoo!

Mentre dei titoli di studio di Renzo Bossi si interessano i giornali albanesi e quelli italiani, nel resto del mondo stanno facendo ben più notizia quelli dell’Amministratore Delegato di Yahoo!, Scott Thompson. Il suo Baccellierato in Contabilità (“Accounting”), conseguito nel 1979 allo Stonehill College di Boston era pur sempre un titolo di studio valido, rilasciato da una Università accreditata dalla competente Agenzia di accreditamento, riconosciuta dallo Stato del Massachusetts, dal Governo federale, nonché dall’organizzazione-ombrello del settore, il Council for Higher Education Accreditation (CHEA), ma egli ha in più occasioni asserito – e dichiarato nel proprio curriculum – di averne uno in Informatica (“Computer Science”). Disappunto degli azionisti, che gli avevano affidato la società solo pochi mesi fa, costernazione dei dirigenti, e indignazione popolare. Se da una parte la vicenda ci ricorda il forte ruolo dell’etica personale in tutte le relazioni pubbliche, in un Paese come gli Stati Uniti d’America, dall’altra ci induce a considerare il comportamento di Thompson: se ha dichiarato un tipo di laurea anziché un’altra (e lo aveva già fatto anche con il precedente datore di lavoro, Paypal) è evidente che lo ha fatto perché così riteneva di avere un atout competitivo, nelle selezioni di lavoro per quelle aziende, del settore informatico. Insomma, vogliamo sottolineare che anche negli Stati Uniti, come del resto del mondo, i titoli di studio servono a certificare conoscenze e competenze acquisite in ambiente formale, controllato e garantito. E queste conoscenze e competenze sono sia “generiche” sia “specifiche”, come ci insegna la scienza della formazione. Non ci interessa approfondire qui le particolarità delle tradizioni giuridiche, accademiche e professionali, ma i tratti comuni, valevoli in tutto il mondo.

Datori di lavoro italiani, «job property», e Bombassei.

Tornando all’Italia, ci ritorna in mente, fra gli altri, un accordo collettivo siglato un paio di anni fa da Unicredit con i sindacati per 4.700 “esuberi programmati” dal gruppo bancario, comprensivo di un impegno a “privilegiare le assunzioni dei figli dei dipendenti”: una pratica abbastanza diffusa – pare – per quanto non venga sotto i riflettori delle cronache come per altre situazioni di nepotismo, anche perché riguarda il settore privato. Ma perché non dovrebbe, diciamo noi? La meritocrazia va applicata dappertutto, altrimenti non funziona. Nel commentare quell’accordo, l’allora vice-Presidente di Confindustria Alberto Bombassei dichiarò che «Questa prassi potrebbe sancire un legame stretto della singola azienda con il territorio. Un tempo ci si rivolgeva al parroco per prendere notizie su una famiglia. Oggi, conoscendo la serietà di un padre, si è meglio disposti a prenderne il figlio». Curiosamente, l’unico argine all’assunzione indiscriminata dei figli fu ottenuto dall’azienda nella richiesta del possesso di una laurea, e della conoscenza dell’inglese. Ecco qui come al “common law italico” – il familismo – può fare in qualche modo da baluardo la (altrove criticata) garanzia che un titolo di studio fornisce al datore di lavoro in termini di conoscenze e competenze.

Il Trota, e i sistemi di istruzione e formazione nazionali.

Un po’ meno della difesa, dell’ordine pubblico e del fisco – magari – ma anche l’istruzione costituisce oggetto di politiche pubbliche estese e fortemente radicate nella vita e nell’identità di un Paese. E nel mondo contemporaneo la rilevanza del sapere per lo sviluppo civile ed economico della società è andata aumentando decennio dopo decennio. La complessità dei sistemi di istruzione e formazione è cresciuta al traino di questa dilatazione di rilevanza, e sono parallelamente aumentate le diversità all’interno di ciascun sistema. A tale complessità è corrisposta una duale esigenza di maggiore informazione su tutta la nuova offerta formativa, unitamente alla necessità di mantenere e garantire un significato condiviso per certi livelli e tipologie di studi, a beneficio degli stessi studenti e di tutti gli attori sociali ed economici che intendono farvi riferimento. È aumentata anche la mobilità internazionale di studenti e professionisti, portando con sé nuove sfide alla natura nazionale dei sistemi di istruzione e formazione. Pur in presenza di strumenti, accordi e processi politici che tendono a favorire la comparabilità e, in qualche caso, l’armonizzazione di tali sistemi, i titoli di studio mantengono il loro carattere nazionale. Il riconoscimento dei titoli di studio esteri è comunque favorito da tali strumenti e processi, ma non è – in linea generale – automatico. In base agli accordi più moderni, recepiti anche dall’ordinamento giuridico italiano, il riconoscimento di un titolo di studio può essere ottenuto per un fine particolare (proseguimento degli studi, partecipazione ad un concorso, ecc.) a cura di una autorità pubblica o accademica individuata dalla legge, se non si riscontra una differenza “sostanziale” con un titolo italiano richiesto come requisito nel caso in questione. Sull’apprezzamento dei singoli titoli e, in particolare, del concetto di “sostanziale diversità”, non ci dilunghiamo, qui. Vogliamo però rassicurare i nostri lettori che non è sufficiente che un titolo di studio sia riconosciuto legalmente in Albania perché lo debba essere anche in Italia.

Il questionario con le crocette.

Inopinatamente, tre giorni prima della conclusione, due importanti quotidiani come il “Corriere della Sera” e il “Sole 24 Ore” hanno fornito alcuni dati parziali dei risultati della consultazione sul tema del “valore legale del titolo di studio” – con tutta evidenza informati direttamente dal Ministero. Veniamo così a sapere che a partire dai circa 20.000 voti registrati definitivamente alla data di giovedì 19 aprile vi sarebbero alcuni orientamenti definiti che emergono dalle prime risposte al “questionario” del Ministero. Orientamenti definiti, beninteso, secondo le interpretazioni degli stessi quotidiani. Infatti il principale dato informativo che risaltava dai due articoli era quello relativo alla risposta data al «Quesito 1» del questionario, che recitava:

«Come giudicate la necessità di possedere uno specifico titolo di studio per poter esercitare una determinata professione?

a) Positivamente, perché il possesso di uno specifico titolo di studio garantisce la qualità della prestazione resa dal professionista, che il cliente potrebbe non essere in grado di verificare da solo.

b) Negativamente, perché la necessità di possedere uno specifico titolo di studio impedisce che soggetti con competenze acquisite attraverso l’esperienza pratica e/o attraverso studi personali possano esercitare una determinata professione.

c) Dipende dal tipo di professione. In questo caso, potete indicare le professioni alle quali vi riferite e illustrare la vostra opinione».

A questa domanda i rispondenti (alla data del 19 aprile) hanno replicato in questo modo: (a) 73,2%, (b) 10,3%, (c) 16,5%. Entrambi i quotidiani hanno tratto la conclusione che «gli Italiani difendono il valore legale», con annesse analisi e commenti, in larga parte ispirati ad una malcelata “delusione”.

Ora, nel contesto della consultazione del Ministero, il quesito si riferiva alle professioni regolate, cioè a quelle che sono ristrette a coloro che posseggono i requisiti per ottenere la relativa abilitazione, i quali, peraltro, nel nostro Paese, comprendono sempre anche il superamento un Esame di Stato. Facendo la tara alle diversità costituite dalle diverse tradizioni giuridiche, scolastiche e professionali, stiamo parlando di una pratica in vigore in tutto il mondo. E per le principali professioni regolate non si dà mai il caso che ci si affidi al solo Esame di Stato (che, fra l’altro, non sempre è presente altrove) ma è casomai dal titolo di studio che si comincia per mettere assieme tutti i requisiti. Insomma, ci stupiamo di coloro che si stupiscono, per così dire. Se vogliamo rimanere alla semantica del quesito in questione, poi, il Ministero faceva riferimento alla richiesta di uno specifico titolo di studio come requisito, ma in alternativa – all’interno dell’opzione “ampia” (c) – si poteva esprimere anche la preferenza per una “pluralità” di titoli di studio, o per un titolo di studio di livello diverso rispetto a quello previsto attualmente dall’ordinamento… Insomma tutte cose che possono anche essere oggetto di discussione (e che altrove sono discusse) se si esce dalla logica del “questionario con le crocette” che, lungi dal semplificare e rendere chiara una materia (invero molto complessa) come questa, ha finito per confondere le idee - probabilmente anche al “Sole” e al “Corriere”…

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti