Terzo Settore. Contro le grida dell’antipolitica, per cambiare l’Italia

di Teresa Russo.

"I volontari di Rosignano" di anpasnazionale

Nella progressiva disintegrazione dei partiti e nel fallimento della classe dirigente, da cui si evince carenza di rispetto nei confronti degli italiani, c’è un Italia migliore, che si impegna per l’interesse generale. Sono tutte quelle persone che animano il variegato mondo del terzo settore, quello del volontariato, della promozione sociale e della cooperazione sociale.

Il terzo settore gioca, oggi, un ruolo fondamentale nella ricerca di un equilibrio sociale. L’impiego pratico di competenze e capacità reali esercitate in prima persona, fungendo da “catalizzatore di relazioni”, rigenera un tessuto sociale sempre più in sofferenza. Negli ultimi 20 anni la disuguaglianza è cresciuta del 33% e oggi il 10% delle famiglie dispone del 45% della ricchezza, mentre il 50% dispone solo del 9,8%. Sono 13 milioni gli italiani che svolgono attività gratuite di aiuto per non-familiari, per 351 milioni di ore al mese; 6,5 milioni di persone hanno partecipato nell’ultimo anno a iniziative e manifestazioni promosse da associazioni di volontariato; 15 milioni di persone hanno fatto donazioni a specifiche organizzazioni; 4 milioni di famiglie hanno ricevuto una qualche forma di aiuto; 5,7 milioni di persone dichiarano di partecipare a mutue sanitarie integrative, per un totale di quasi 10 milioni di beneficiari. Questi i numeri che vengono fuori dal Rapporto Censis 2011, che ci consegna la fotografia di un Paese che prova a reagire e a difendersi come può dalla crisi finanziaria, economica, ambientale e di felicità, e il loro complesso intreccio.

Drastica è stata la riduzione del Fondo nazionale per le politiche sociali, che contribuisce a finanziare la rete integrata dei servizi sociali territoriali attraverso una quota ripartita tra le Regioni (che a loro volta le attribuiscono ai Comuni). Tra il 2009 e il 2011 il Fondo è stato ridotto a un terzo: le risorse stanziate ammontavano a 518,2 milioni di euro nel 2009, sono scese a 380,2 milioni nel 2010 e a 178,5 milioni nel 2011. Il risultato è stato tante realtà costrette a chiudere (cooperative sociali, ecc.), interventi soppressi, operatori che da mesi attendono gli stipendi. È in questo quadro che opera il Terzo settore, seguendo i principi di sussidiarietà, di solidarietà e di responsabilità e si chiede come e con quali strumenti le organizzazioni della società civile possano contribuire alla ripresa del Paese. In un momento difficile come questo, per mobilitarsi, le energie migliori hanno bisogno non solo dell’appello all’efficienza e alla meritocrazia, ma anche del riferimento ad un’idea orgogliosa di italianità, vista come un modo di vivere e di stare al mondo unico e originale. E non come fanno i politici low cost.

C’è un ulteriore aspetto che non va trascurato. Un paese dovrebbe formare la propria classe dirigente in favore del bene comuneAnche i partiti dovrebbero essere mossi da questi principi, ma i fatti ci dimostrano il contrario. Se con tangentopoli taglieggiavano gli imprenditori oggi taglieggiano il bilancio dello Stato (cioè i contribuenti), con finanziamenti spropositati sotto forma di cosiddetti “rimborsi” per le spese elettorali, senza nessun controllo e nessuna trasparenza. Però spesso parlano di bene comune. Ma cos’è il “bene comune” se non la difesa dell’interesse generale?

Serve una nuova classe dirigente, ma dov’ è? Il problema è sia reale sia urgente. Dario Di Vico, in un articolo pubblicato sul Corriere della sera di domenica 15 aprile - Ripeschiamo gli espatriatisostiene che non potendo contare sui tradizionali “vivai” in cui si forma la classe dirigente di un Paese “non c’è altra strada se non rivolgersi agli espatriati, ai connazionali che già oggi vivono e lavorano all’estero e coltivano con l’Italia un rapporto complesso, che in qualche caso verrebbe da catalogare come di amore-odio… Per produrre élite efficaci e competitive dobbiamo assolutamente abbassare il coefficiente di politicizzazione ed è più facile che ciò avvenga, almeno inizialmente, riportando a casa gli espatriati”.

In Italia una classe classe dirigente c’è già.  Mentre negli anni scorsi alcuni privilegiati al vertice del sistema politico-istituzionale si ingegnavano per rafforzare il proprio potere, sparsi per il Paese, alcune centinaia di migliaia di persone quotidianamente dimostravano e dimostrano che una vera classe dirigente in Italia può esserci. Se, infatti, il carattere discriminante di una classe dirigente consiste nel saper rinunciare alla difesa dei propri interessi per promuovere l’interesse generale, nell’essere cioè dis/interessata, allora in Italia per fortuna esiste già una classe dirigente con questa caratteristica. È una realtà diffusa e consolidata su tutto il territorio nazionale, opera con competenza ed efficacia in tutti i settori della vita collettiva e coinvolge un numero enorme di persone. Ed ha anche nome, cognome: volontariato, promozione e cooperazione sociale. Di Vico, nella sua analisi, apprezza il volontariato come potenziale “vivaio” di classe dirigente, però ne critica la formazione perché “se dall’osservazione della loro orizzontalità passiamo a considerare quali leadership verticali possano offrire, il bilancio cambia. Si tratta, nel migliore dei casi, di curriculum ‘validi’ fino alla frontiera di Chiasso, quando invece la sempre maggiore integrazione delle politiche economiche sovrane richiede altro standing e altra flessibilità”.

La critica di Di Vico è fondata, ma la situazione è tale per cui bisogna mettere in campo tutte le risorse di cui il Paese dispone. Gli espatriati, ma anche la risorsa rappresentata dalla capacità del volontariato. Proprio in questa direzione va il progetto di formazione dei quadri dirigenti del terzo settore: insieme a Forum del Terzo Settore, Consulta Nazionale del Volontariato, Convol, Csvnet e Fondazione Con il Sud hanno organizzato (questo è il terzo anno consecutivo) un percorso formativo che va oltre la formazione accademica e nozionistica. La “crisi come cambiamento economico e culturale” e la “democrazia deliberativa” , queste le macro aree su cui i partecipanti al percorso dovranno ragionare intersecando le singole realtà territoriali e le azioni attuabili per un possibile e reale cambiamento delle sei regioni del sud partecipanti al progetto. Un ragionamento non asettico ma proiettato ad essere fattore e consapevolezza, crescita. Parafrasando il Professor G. Cotturri  l’apertura di nuovi percorsi corrisponde ad un’esigenza della società di preservare a se stessa un futuro.

La formazione di Quadri Dirigenti del Terzo Settore al Sud è stata una scommessa in parte vinta, in parte ancora da giocare. La costruzione di un dialogo prima tra le organizzazioni e poi tra queste e gli attori istituzionali fa capire quanto le politiche di sussidiarietà possano essere indirizzo di cambiamento. Sussidiarietà, beni comuni, cittadinanza attiva, sviluppo delle competenze e ricostruzione di un quadro di solidarietà nazionale, sono tutte cose che possono nascere nel Sud, dal Terzo settore. È il momento di assumersi questa responsabilità collettiva.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti