di Tommaso Caldarelli.
Appartengo al movimento degli scout cattolici da una vita intera; ho percorso tutte le tappe educative della proposta Agesci fin da lupetto, sono diventato Capo, il tutto nello stesso gruppo della periferia romana. Continuo tuttora l’attività educativa; lo scoutismo mi ha dato moltissimo, e continua a farmi scoprire cose nuove, importanti; riesce a farmi interrogare costantemente sul nostro presente e su come sia giusto costruire il nostro futuro. Per questo, sento di dover dire qualcosa dopo la pubblicazione, ieri, da parte di Repubblica degli atti del Convegno organizzato a Roma su “Scoutismo e Omosessualità” che molto ha fatto discutere per i contenuti che, secondo l’articolo, conclusosi l’evento sarebbero diventati automaticamente “le linee guida dell’associazione” riguardanti il rapporto fra capi e ragazzi dichiaratamente omosessuali e l’appartenenza all’associazione.
In primo luogo va detto che la questione è all’ordine del giorno in maniera sotterranea da molto tempo nei discorsi fra i capi. Se ne parla, non se ne parla, non si sa bene cosa dire. Lo scoutismo cattolico italiano ha una tradizione di apertura e di impegno che sarebbe ingiusto dimenticare nonostante questo pur problematico episodio: le marce per la pace, l’impegno antimafia in tutt’Italia, la professione di antifascismo come valore fondante del movimento sciolto da Benito Mussolini ma mai veramente sconfitto, la costante azione educativa e la presenza sul territorio anche dove è più difficile sono, semplicemente, fatti. Le parole d’ordine di accoglienza che quotidianamente (senza retorica) cerchiamo di professare a volte però stridono con un magistero ecclesiale che soprattutto in questo campo, con le sue affermazioni nette e, credo di poter abbozzare una statistica, non condivise appieno da moltissimi capi in servizio, se applicato acriticamente ci imporrebbe un fardello che sento (sentiamo?) di non poter portare con serenità. Ed è per questo che incessantemente ci interroghiamo, discutiamo su come poter comporre questo conflitto e riuscire ad essere, ancora una volta, nella Chiesa voce critica e viva non rinunciando ad essere sentinelle della frontiera e costruttori dell’incontro con l’altro come ci piace essere, e come dobbiamo essere.
Secondo, e più importante del primo. Conosco ragazzi omosessuali che hanno percorso il sentiero dell’associazione. Poi ne sono usciti, per scelte personali. Ma in nessun caso sono stati discriminati, influenzati, maltrattati, e so che conservano un ricordo sostanzialmente positivo dei loro anni con il fazzolettone. Non scherziamo.
Il pdf che è stato messo online da Repubblica, gli atti, dicevo, del convegno “Scoutismo ed Omosessualità”, contiene le opinioni di un sacerdote, di uno psicologo e una docente che parlano ad una platea non foltissima, durante un evento che si è tenuto mesi fa. So che suona un po’ da difesa d’ufficio di bassa lega, ma è comunque vero e giusto dire che le frasi shock che sono state riportate da Repubblica e dagli altri media non appartengono ai capi lì presenti, ma ai conferenzieri che hanno portato il loro modo di vedere le cose – che possiamo condividere o non condividere, e io, preso in blocco, non lo condivido. Il parere dei capi, e dunque dell’associazione, è in formazione e in divenire, come si legge in fondo al documento, nella sezione in cui i gruppi di lavoro formatisi alla fine del convegno riferiscono del loro dibattito. Di seguito alcuni stralci interessanti che evidenziano una situazione ben più complessa di quella riportata da Repubblica.
Il tema dell’omosessualità all’interno del ruolo educativo è sicuramente un’emergenza per la nostra Chiesa e probabilmente come Agesci possiamo/dobbiamo “dire la nostra” al Magistero. Qualcosa che vada oltre la comprensione o la semplice polarità accettazione/rifiuto del problema.
Ancora.
Ci siamo confrontati a partire dalle relazioni ascoltate e abbiamo concordato su alcuni aspetti, pur essendo presenti all’interno del gruppo posizioni differenti.
E così via.
Nel gruppo abbiamo condiviso abbastanza uniformemente che un/una capo che ha un orientamento omosessuale, purché viva questa sua condizione in modo casto, secondo gli orientamenti indicati dal magistero, può certamente fare il quadro e il formatore, cioè avere a che fare con altri capi, anche avendo dichiarato il proprio orientamento. Alcune perplessità insorgono relativamente al servizio con i ragazzi. Nel gruppo queste perplessità sono state focalizzate in due concetti, non da tutti condivisi.
Preciso che la castità, se non sbaglio, viene proposta anche alle coppie eterosessuali: si intende, non prima di un progetto di amore stabile e così via; è uno stile della relazione, una proposta complessiva del metodo educativo scout e del catechismo della Chiesa. Il tema dunque è oggetto di forte dibattito e le posizioni – il dirlo non è il provare ad alzare una diga che tanto non reggerebbe, ma empirica verità – sono tante ed articolate.
Sta di fatto però che il tema ora è stato messo sul tavolo del dibattito nazionale, e ci è finito in questo modo un po’ tranchant. Passando a difendere il lavoro di Pasqua e di Repubblica, e parlando a titolo puramente personale, non credo che ora lo scoutismo potrà rifugiarsi dietro le formule da comunicato stampa della “notizia strumentalizzata” o della “comunicazione incompleta”, cosa che in effetti non ha tentato di fare con il comunicato della presidenza nazionale. Qualche critica si può comunque sollevare riguardo la gestione della dinamica. Se è pur vero che “solo” di un convegno si è trattato, tuttavia da quello che appare è stato un convegno in cui sono state pronunciate affermazioni abbastanza pesanti – anche se, come nota Marco Politi sul Fatto Quotidiano, bisogna saper leggere fra le righe e notare che la posizione dell’Agesci è comunque un passo più avanti al magistero ratzingeriano. Sicuramente tenere un solo convegno può non risultare il modo corretto di formare un’opinione completa: sono però sicuro che presto saranno organizzati altri convegni che ci spiegheranno come possiamo, invece, trovare il nostro passo sulla strada stretta dell’accettazione pur rimanendo ancorati al Magistero, verso il quale non abbiamo mai risparmiato critiche e prese di posizione anche “di frontiera”, come d’altronde il Patto Associativo ci richiede di fare. Per cui, non capirei perché proprio questo specifico punto dovrebbe essere accettato in blocco.
Da giornalista, poi, trovando queste affermazioni in un documento di cui non si era data alcuna notizia, con affermazioni così dirompenti, probabilmente avrei scritto anche io: forse non l’articolo di Pasqua, ma qualcosa sicuramente sì. E se si voleva evitare questo effetto, una strada c’era. E mi vengono in mente alcune domande, che mi permetto di porre, non retoricamente, al movimento che mi ha sempre chiesto di cercare di lasciare il mondo migliore di come l’ho trovato. Perché il convegno si è tenuto a novembre, ma gli atti sono usciti ad aprile? È stato risposto: perché i relatori avevano bisogno di tempo per rileggere le proprie affermazioni e dare l’ok alla pubblicazione. Possibile, tuttavia il tempo intercorso è stato davvero moltissimo, e questo non ha giovato alla dinamica. Ancora: perché sul sito ufficiale dell’associazione non è stata data rilevanza alla pubblicazione degli atti, che sono stati semplicemente caricati nella cartella download, precisamente dentro la cartella che raccoglie i documenti dei lavori in corso sul cosiddetto progetto nazionale?
Il punto è che io credo non ci sia nulla di male a professarsi e ad essere in cammino, ad avere un dibattito aperto su di una questione, a confessare di voler aspettare per formarsi un’opinione sentendo le varie a disposizione e scegliendo poi quella che ci è sembrata la migliore: e questo è l’insegnamento più importante che mi ha lasciato il mio carteggio con Giovanni, che verteva anche sul tema dello scoutismo e dell’omosessualità, ormai anni fa. Se questo convegno era, come era, solo uno dei passi del nostro cammino di approfondimento su un tema spinoso e decisivo, il primo metro di una strada difficile come è quella dell’elaborazione di una proposta educativa che non rinunci ad essere accogliente ed inclusiva, non si capisce perché, al pari di tante altre iniziative, questo documento non sia stato evidenziato a tempo debito. Primo, perché se è vero che molti capi hanno sul punto un’idea confusa e disinformata, avere a disposizione questi testi poteva essere uno strumento di confronto interessante.
Secondo, perché caricare il file senza annunciarlo (e, dunque, spiegarlo, contestualizzarlo, presentarlo) è risultato essere, purtroppo, un problematico autogoal. Perché Marco Pasqua o chi per lui ha giustamente trovato questi documenti disponibili ma forse un po’ nascosti, e ha poi scritto il pezzo: e io credo che non si possa pretendere da chi non appartiene al movimento di conoscere le sottigliezze di un dibattito delicato e tuttora in svolgimento; dovevamo essere noi a spiegare e a spiegarci, meglio. Dopo lo scandalo che vede protagonista Luigi Lusi, con Francesco Rutelli che va in giro a dire “ci era stato presentato come uno scout”, “per noi tutti era bravo come uno scout”; dopo le notizie di discriminazione e di esclusione dalle associazioni scout di persone LGBT che arrivano da oltreoceano, dagli Usa, davvero non c’era bisogno di un inciampo del genere. Qualche famiglia, forse, potrebbe fare due più due e iniziare a chiedersi se fa bene ad affidarci i figli; qualche capo potrebbe pensare che questo non sia più il suo posto. Ho l’impressione che questa volta non abbiamo fatto del nostro meglio. Ma sapremo rimetterci in cammino.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Vedi, il problema non è la conclusione del dibattito. Il problema è che questo sia un “dibattito delicato”. Agli occhi di una persona che vive lo Stato e le associazioni che devono rispettare le leggi di uno stato laico come lo vivo io e cioè senza il filtro della fede e senza accettare l’inquinamento che questo filtro pone come ovvio, tutto ciò è e resta agghiacciante. Voglio dire: se tutto questo dibattito fosse legato non all’AGESCI ma alla Federazione Italiana Scacchisti e se invece di “Omosessuale” ci fosse stato scritto “Nero” o “di colore” saremmo qui a fare tanti distinguo? Perché a coloro che afferiscono alla Chiesa diamo tanto credito? Perché invece di condannare i comportamenti omofobi e quindi razzisti (discutere dell’opportunità di avere capi omosessuali è omofobo in sé) ne vediamo i positivi aspetti di apertura? Avremmo fatto la stessa cosa con la Federazione Italiana Scacchsti? (non so se esiste una federazione con questo nome, era per fare un esempio) Democrazia è avere le stesse regole per tutti. Giornalismo è avere lo stesso sguardo su tutti. Non importa da dove provengano, importa dove sono adesso. Invece alla AGESCI, in questo pezzo, fai un’apertura di credito che non avresti fatto a nessun altro, suppongo, vedendo il bicchiere mezzo pieno. E così che tengono sempre il bicchiere mezzo vuoto, perché quando aprono leggermente tutti dicono “ah che bravi, non cacciano gli omosessuali…”. No, sarebbero bravi se avessero detto: “omosessualità? non è un problema, ovvio”. Così invece è un’associazione che si interroga sul delicato tema dell’omosessualità. Nel 2012. E si capisce perché l’Italia è nel medioevo dei diritti.
Indubbiamente Emidio da una prospettiva laica quel che dici è vero.
L’Agesci è un’associazione cattolica. La sfida è quella, dunque, di trovare nel magistero – altrimenti non sarebbe un’associazione cattolica, sarebbe laica, e infatti nel CNGEI alcuni dibattiti non esistono – un posto per una voce nuova. Per cui un’associazione cattolica che mette sul tavolo la questione, è di per sé, come nota Politi, una notizia.
Ne discute l’Azione Cattolica? Non so.
Ne discutono i Focolarini? Non so.
L’Agesci ne discute. E se conosco un po’ l’associazione, non ci fermeremo qui.
Tc
Ma che il Cattolicesimo per alcune cose sia al medioevo dei diritti è fuori di dubbio, come è altrettanto fuor di dubbio, però, che rispetto ad altri contesti religiosi ci sia un forte dibattito interno, che ci siano tante realtà diverse, tante sensibilità dall’Opus Dei alla Comunità di Sant’Egidio, che la Chiesa non è solo la Curia di Roma, etc. etc.
Però è singolare che quando si tratti di associazioni cattoliche, tutti si sentano in diritto di mettere bocca.Come se tutto debba essere una casa di vetro.
Però mi chiedo, se trattassimo con la stessa superficialità dichiarazioni e documenti prodotti da questa o quella associazione per i diritti degli omosessuali, non troveremmo altrettante contraddizioni?
“Laicamente” penso che non ci sia nulla di sbagliato se un’associazione cattolica che si occupa di formazione ai giovani discute al suo interno della visione del mondo, della famiglia, dell’etica, di cui si fa portatrice. Ed è chiaro che non può che farlo partendo dalla sensibilità religiosa di cui si fa promotrice.
Non capisco cosa ci sia da discutere.
I cattolici (scout o no) andrebbero crocifissi su croci infuocate ed evirati, così come loro hanno fatto per secoli agli omosessuali e latentemente vorrebbero ancora farlo.
Non voglio farlo né latentemente né consciamente
Tc
http://www.agesci.org/news.php?readmore=376
“L’AGESCI non ritiene di avere nessuna risposta preconfezionata”
Questo è il vero problema, non gli atti. L’AGESCI, come tutti, ha la risposta. Ma non ha il coraggio di dirla. Io non ho mai fatto lo scout, ma se il valore che si insegna è questo, cioè che rispetto a difendere i diritti dei discriminati non si deve avere nessuna risposta preconfezionata allora non ne capisco il valore di crescita sociale.
Viviamo in un Paese schiacciato sulla morale cattolica. Non serve un’altra fucina di quella morale. E il fatto che mussolini l’abbia chiusa non la rende buona. I testimoni di geova sono stati nei campi di concentramento nazista eppure sono una pericolosa setta lo stesso.
La cosa drammatica, dall’esterno, è che tutte le cose che ho sentito per difendere gli Scout (si predica anche l’astinenza prima del matrimonio e tante altre cose) mi hanno fatto pensare che facevo bene a diffidarne. Non serve una associazione che insegna l’astinenza, ne serve una che insegni la morale e l’uso del preservativo, non serve una associazione che accoglie i disabili se possono fare un progetto, ne serve una che faccia capire che il disabile – che è differente, non uguale – non fa paura, è diverso ma come me, è una persona ha i miei bisogni.
Se questo è il meglio che abbiamo, se il meglio che abbiamo è un posto di accoglienza dove non posso dire “sono omosessuale” con serenità, beh, si spiegano tante cose.
imbarazzante quel passaggio che dice che l’Agesci è più avanti del “magistero ratzingeriano”. avanti? per chi? da chi? da che cosa? qual è il metro di misura? diciamo anche che l’Agesci è più moderna? ma chi lo dice? mi fa sorridere questo articolo che da solo giustificazioni patetiche: un capo scout cattolico parte da una prospettiva valoriale chiara e definita. presente nel Patto Associativo. è chiaro che un’omosessuale che educa all’omosessualità come valore non potrà mai fare il Capo in Agesci. Se così fosse, prego, questa è la mia tessera che ho dal 1998.
io penso che decenni di lavaggio del cervello abbiano creato un’indubbia capacita’ di travisare le cose…
Perche’ per esempio non sottoporre a screening psicologico TUTTI gli operatori che hanno a che fare con i bambini? L’omosessualita’ e’ il problema? O magari certe tendenze specifiche, una totale noncuranza di fornire agli operatori dei principi solidi su cui basarsi? Che si tratti di insegnanti di nuoto o di capi scout o di insegnanti non dovrebbe fare lo stesso?
C’e’ chi dice che la Chiesa ha il diritto di attuare le sue regole interne. Certo, quando queste non discriminano tra esseri umani. Perche’ questa posizione assurda, suggerendo subdolamente un legame tra omosessualita’ pedofilia, e che l’omosessualita’ sia una malattia, cosa smentita anche dalla posizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’, non e’ altro che un modo di fare quello per cui in altri paesi si viene condannati. Quando firmai il mio primo contratto con un’universita’ straniera, in Australia, c’era scritto a chiare lettere che forme di discriminazione basate sull’orientamento sessuale, sulle idee politiche e sulle credenze religiose sarebbe stato punito seriamente, e c’era un servizio di consulenza gratuito (con tanto di tribunale) per affrontare internamente il problema al di la’ delle giuste conseguenze di legge.
La Chiesa basa i suoi principi sull’accettazione dell’altro, basta che non sia “troppo” altro. D’altra parte anche storicamente il concetto di fratellanza della Bibbia era valido solo all’interno della propria tribu’.
Le leggi dello Stato devono mettere un freno a questo. Rimango spesso stupito dal fatto che non ci si sia accorti che il principio del “non fare agli altri quello che non vuoi che fosse fatto a se stessi” contiene il germe dell’intolleranza, perche’ assume che quello che va bene a te debba andare bene anche agli altri. Meglio sarebbe dire “non fare agli altri quello che GLI ALTRI non vorrebbero che fosse fatto loro”? Questo e’ un vero principio laico e tollerante.
Consiglio agli italiani residenti in Italia, che non hanno la possibilita’ di vedere come il resto del mondo civile abbia fatto dei passi avanti, di svegliarsi un po’. Decenni di indottrinamento fanno vedere in maniera diversa quello che l’Agesci fa, e che se fosse fatto da altre istituzioni avrebbe un solo nome: discriminazione! Qui si che ci vorrebbe un “senza se e senza ma”.
Stefano, io credo che noi dobbiamo educare all’accettazione serena della propria sessualità e alla pratica sessuale in maniera coerente, progettuale e casta. Né all’eterosessualità “come valore in sé” né “all’omosessualità come valore in sé”.
Certamente un omosessuale che tenti di “far diventare gay” qualcuno sarebbe un problema al pari di un eterosessuale che tenta di “convertire” un omosessuale a mio parere. Mi è sempre piaciuta la definizione etimologica di educazione, che è portare fuori quel che si ha dentro.
Tc
Mi sembra giusto segnalare ai “nostri 10 lettori” che l’articolo e la questione hanno scatenato un intenso dibattito all’interno della mailing list de iMille di 154 e-mail in 5 ore. Purtroppo si fa un po’ fatica a indurre le persone a spostare il dibattito qui, il che consentirebbe di coinvolgere anche altri
“Stefano, io credo che noi dobbiamo educare all’accettazione serena della propria sessualità e alla pratica sessuale in maniera coerente, progettuale e casta.”
Tommaso, che significa nella pratica “progettuale e casta”?
@stefano vorrei solo far notare che nemmeno il magistero ufficiale in merito all’omosessualità ha ancora dato una posizione “dogmatica”. il dibattito in merito in sede di teologia morale ed esegesi biblica è tutt’ora in corso. credo che la posizione dell’accoglienza sia la migliore. in merito leggi il recente intervento del cardinale martini.
Discussioni che non dovrebbero nemmeno farsi!!
Tommaso,
l’associazione, per mezzo delle sue testate stampa o delle sue stesse strutture, organizza annualmente, a livello locale come a livello nazionale, numerosi convegni come quello di “Proposta Educativa” su numerosi temi riguardanti l’educazione e le sue relazioni.
Tu sai bene che il convegno, con tutti i suoi limiti metodologici, e’ di fatto uno dei momenti piu’ qualificanti della nostra democrazia associativa e da li che spesso si attivano idee, proposte, suggerimenti che seguendo un lungo percorso di selezione e raffinamento, arrivano ad essere discusse a livello di Consiglio Generale.
Gli atti del convegno non sono stati “nascosti” ma semplicemente riposti accanto agli altri, accanto a decine di altri, forse ancora piu’ importanti.
E’ da sempre un nostro tratto distintivo quello di intrattenere con tutta la stampa rapporti sobri, rispettosi e leali e non credo che un invito (un comunicato ufficiale) all’insegna del “Venite a vedere come siamo stati bravi e buoni a discutere di educazione e omosessualità’” sarebbe stato in linea con questi ragionevoli principi di comportamento, anche perché’, come tu giustamente fai notare, si e’ trattato solo di un inizio, di un tentativo, di una partenza e non e’ proprio nel nostro stile vantarci delle cose che non abbiamo fatto ma che abbiamo appena cominciato a fare.
Comunque … si e’ trattato di un vero passo falso nel quale sono incappati purtroppo “diversi” autorevoli esponenti del partito e de IMille. Esponenti che hanno dimostrato scarso attaccamento per … la filologia.
Assai meno ad esempio di Erica Gazzoldi, una blogger “qualsiasi” che invece ha avuto la premura e la correttezza intellettuale di andarsi a leggere e comprendere la fonte:
http://erica-gazzoldi.blogspot.co.uk/2012/05/ritorno-alla-fonte.html
Tu sai bene che l’Agesci (Lusi a parte) ha dato e sta dando molto al PD. Tu sai bene come e quanto molti dei tratti caratteristici culturali, civili e ideali dell’associato Agesci, corrispondano ai tratti ideali del simpatizzante o dell’attivista del Partito Democratico. In tutta onesta’ credo che da alcuni esponenti, diciamo … dalla Vice-Presidenza in giu’, si sarebbe dovuto procedere nei giudizi in maniera piu’ cauta e rispettosa nei confronti di questa importante componente giovanile del partito.
Saluti.
Io credo che questo sia un articolo onesto e sofferto. Si vede bene che Tommaso Caldarelli soffra non tanto perché l’Agesci è finita sotto i riflettori di una critica spietata, ma perché deve contemperare istanze diverse e contraddittorie alle quali non si può, né vuole, sottrarre.
Mi sembra chiaro che l’autore dell’articolo non ha nulla contro gli omosessuali. Fosse per lui gli omosessuali potrebbero fare quel che pare loro. E se magari per caso esagero nel dire questo, è però evidente che a lui il magistero ecclesiale stia stretto. Se non a lui personalmente, a molti altri capi di certo, visto che lo dice chiaramente. Il magistero ecclesiale dunque è troppo netto, la posizione di Ratzinger non collima perfettamente con quella dell’Agesci, la discussione è delicata.
L’attenzione e l’accortezza di queste scelte lessicali sono raffinatissime. Io avrei scritto: il magistero ecclesiale è sbagliato, Ratzinger non capisce la situazione e noi dell’Agesci non siamo d’accordo. Temo però che questo Tommaso non lo possa scrivere. Novati ha già trovato irritanti quelle caute sottigliezze e ha rimbrottato Caldarelli in maniera piuttosto brusca. Novati ha dalla sua un argomento fondamentale: la dottrina cattolica (che presumo ispiri il Patto) è una sola, è giusta, e non può essere messa in discussione.
A questo non si può ribattere nulla: un dogma è un dogma è un dogma. Se si pensa che la Chiesa abbia sempre ragione, bisogna modificare le proprie convinzioni.
Tommaso, tu sicuramente possiedi un’umanità ed una ragione tali da capire che un omosessuale non è una persona da discriminare, che non è inferiore ad un etero, che le sue emozioni sono sincere e oneste come le tue e le mie, che nella sua attività sessuale, come in quella etero, non vi è, nemmeno in nuce, alcuna forma di malvagità. Sai altrettanto bene che la sofferenza degli omosessuali è quella di chi, discriminato, avverte sul proprio collo l’alito acre della diffidenza.
Tommaso, vuoi seguire il tuo intimo senso di giustizia, quello che hai nutrito negli anni con le pagine del Vangelo, o vuoi sacrificarlo all’obbedienza che ti è imperiosamente richiesta da coloro che, tu lo sai, stanno sbagliando?
La bibbia condanna l’omosessualità (non entreranno nel regno dei cieli), mentre la chiesa cattolica li accetta…
La chiesa l’ AGESCI l’omosessualita’………….IL MEDIOEVO!!!!
Curioso che in questi commenti le posizioni “dogmatiche” non siano certo quelle espresse da cattolici.
“Ti discrimino in quanto omosessuale”
“Non voglio!”
“Ah come sei dogmatico!!!!”
Ma un dogma non deve mica essere sbagliato per forza. Annotavo soltanto.
(Comunque, nella fattispecie. A me sembra ovvio che un capo-scout gay può tranquillamente fare il capo-scout, se non molesta nessuno o non ostenta atteggiamenti sessualmente provocatori: esattamente come un uomo o una donna eterosessuali.)
(E fuor della fattispecie: Possibile che se uno è contrario al matrimonio gay dev’essere classificato tout court omofobo e rinchiuso nella stessa stanza insieme a chi i gay li vorrebbe pestare e bruciare? Possibile che non si possa lottare insieme contro le forme di discriminazione più dure, pericolose e avvilenti? Non si riesce a riflettere sul fatto che la contrarietà al matrimonio gay dipende dall’avere un certo concetto di matrimonio, non dall’avere un certo concetto di gay, quindi tocca alcuni punti di grande importanza – il ruolo dell’individuo e delle convinzioni individuali nella società e nello Stato, per esempio – ma non è di per sé indice di attitudine discriminatoria?)
Ti puoi dare la risposta da solo rispondendo a quest’altra domanda. La risposta è la stessa.
(E fuor della fattispecie: Possibile che se uno è contrario al matrimonio fra persone di razze diverse dev’essere classificato tout court razzista e rinchiuso nella stessa stanza insieme a chi i neri li vorrebbe pestare e bruciare? Possibile che non si possa lottare insieme contro le forme di discriminazione più dure, pericolose e avvilenti? Non si riesce a riflettere sul fatto che la contrarietà al matrimonio fra persone di razze diverse dipende dall’avere un certo concetto di matrimonio, non dall’avere un certo concetto di razza, quindi tocca alcuni punti di grande importanza – il ruolo dell’individuo e delle convinzioni individuali nella società e nello Stato, per esempio – ma non è di per sé indice di attitudine discriminatoria?)
Petizione di principio. Che si tratti della stessa cosa è appunto ciò di cui si discute. (Si noterà che la differenza è data proprio dall’aspetto relazionale: da un lato hai “razze DIVERSE”, dall’altro “STESSO sesso” – o genere, o come lo vuoi chiamare. Ma soprattutto: chi è (“era”, si spera) contrario al matrimonio tra persone di razze diverse non voleva proprio che un uomo e una donna di due razze diverse stessero insieme, eccetera; chi è contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso può non avere nulla in contrario che due persone dello stesso sesso stiano insieme (e io NON ho nulla in contrario, né avrei nulla in contrario a prevedere una forma di pubblica tutela), ma semplicemente sostenere che non si tratta di matrimonio (da cui le “questioni importanti” di cui dicevo sopra).
E’ la stessa cosa perché è una questione identitaria e non una questione di scelta. Se sei gay sei gay, se sei nero sei nero. Non puoi farci niente. Per questo chi non vuole che ti sposi/stai insieme/fai figli/ti siedi sul bus davanti/ad lib è razzista. Perché prevede (ipotizza/spera/contempla) una differenza fra te e gli altri non per quello che fai ma per quello che sei. Quello che sei non può prevedere una differenza (nessuna, neanche nominale) fra te e gli altri perché è immodificabile.
Gentile Picariello, io peso 89 kg e sono alto 1,75 m. Almeno sul secondo dato non posso farci niente. E’ discriminatorio che io non possa fare il bersagliere o le sfilate di moda? Se uno mi dice (peraltro con deprecabile esagerazione) “sei grasso” devo sentirmi discriminato?
(Conoscendo la mia irresistibile tentazione ad avere l’ultima parola, la chiudo qui, Lei se desidera mi risponda pure. Un saluto. In generale La leggo e La stimo.)
Significa solo che io e te dobbiamo perdere qualche kg (io sono alto 1,75 e peso 89 kg, esattamente come te). E possiamo farlo. Se ti dicono che sei grasso puoi dimagrire. Ma hai ragione sulla deprecabile esagerazione
Se ti dicono che sei gay in modo offensivo non puoi modificare il fatto di essere gay. Se sulla base dell’altezza non ti consentissero di sposarti saresti discriminato e farei una lotta per cambiare questa cosa. Troverei che una società che stabilisce un limite di altezza per il matrimonio fra adulti consenzienti sia una società discriminante. “Sfilate di moda” e “bersagliere” sono lavori, non matrimoni e son cose parecchio diverse.
(Penso che il nostro civile dibattito meriti di continuare, quindi se non sei convinto per me possiamo andare avanti…)
(Sicuro?)
Come sicuramente hai subito inteso, l’esempio era relativo al fatto che il “come sei” a volte necessariamente “prevede una differenza”. (A proposito: anche se divento un figurino, il bersagliere non posso farlo comunque.)
Il problema è che la questione diventa filosofica.
Finché la questione è politica – diciamo – io non ho alcun problema a pensare a tutele per le coppie gay. Sono una realtà sociale indubbia, che ha sicuramente un valore positivo (in estrema sintesi: affetto, stabilità, cura reciproca ecc. sono tutti elementi “socialmente influenti”, producono un valore che è assai opportuno proteggere e tutelare).
Non posso dire che “ho tanti amici gay” perché non è vero (sarà una questione statistica!), ma francamente sono felice per le persone omosessuali che vivono serenamente e con gioia la loro vita di coppia (e ai miei amici cattolici più conservatori di me dico: dovrei augurare loro l’infelicità? dovrei sperare che stiano male? sopportate un gay, purché dichiari al mondo che la sua vita è problematica e infelice? io molte cose sui gay non le so, ma so che gli devo voler bene, come a tutti gli altri, e grazie al Cielo – genericamente parlando, visto che il mondo è pieno di stronzi, quindi statisticamente anche di gay e lesbiche stronzi, e anche internet – non mi riesce affatto difficile).
Semplicemente, ritengo che l’unione tra due gay non sia configurabile come un matrimonio. E’ una mia convinzione filosofica (non direi “di fede”: la fede potrei anche perderla domani, ma la convinzione che il matrimonio vero e proprio è solo tra un uomo e una donna la ritengo come una mia semplice idea razionale): a cui non attribuisco, nel pubblico dibattito, nessun privilegio e nessun handicap rispetto alla convinzione opposta.
Quindi il problema è: per configurare un matrimonio è sufficiente la libera volontà di due consenzienti? E, a un altro livello: stante l’esistenza di differenti idee – irriducibili l’una all’altra – di matrimonio, come si stabilisce ciò che è “matrimonio” per lo Stato, o meglio, come si stabilisce un’idea minima condivisa di matrimonio che possa essere utilizzata nel sistema legislativo? Si fa prevalere democraticamente l’idea maggiormente diffusa (finora, quella che il matrimonio è solo eterosessuale; ora non so)? O esiste un ente preposto all’individuazione “oggettiva e razionale” di quale sia la concezione di matrimonio “giusta”? O sarebbe preferibile condividere una concezione minimale e lasciare il resto alla sfera esclusivamente privata?
Ecco, mi piacerebbe che il dibattito fosse istruito su interrogativi (meno rozzi di come gli ho esposti) di questo tipo, che concernono concetti come libertà, pluralismo, diritto, democrazia, laicità. Altrimenti prima o poi si ritorna sempre al “frocio, brucia all’inferno” vs. “scoppia, cattolico di merda”. E non sempre solo a parole.
Grazie per la tua cortese attenzione.
“per configurare un matrimonio è sufficiente la libera volontà di due consenzienti? ”
se aggiungi le parole “adulti e in pieno possesso di facoltà mentale,” sì.
Ci siamo evoluti rispetto alle bestie, per questo ci diamo delle regole che garantiscano diritti di tutti. Altrimenti facciamo come i http://www.dothraki.com/ e applichiamo la legge del più forte. Quando ci hanno imposto le cinture di sicurezza, quando ci hanno messo dei limiti all’alcool quando si guida, quando hanno messo l’IMU, non hanno fatto un referendum: abbiamo democrazia rappresentativa, non diretta. Non importa se la sensibilità del popolo (che è molto più evoluta di quella dei governanti ad oggi comunque) non è pronta.
Per quanto riguarda il “lasciare alla sfera privata”, fai un test:
per una settimana, non dire nulla che abbia a che fare con la tua eterosessualità. Non dire mai “moglie”, “figlio”, “compagna”, fai in modo che se guardi una ragazza, anche di sfuggita, nessuno se ne accorga, non dire niente di virile. Anche frasi tipo “questo fine settimana sono andato al mare con mia moglie”, non puoi dire.
Poi riparliamo di quanto la relazione – non il sesso, la relazione – può essere “sfera privata”.
Insomma, il diritto delle persone di essere quello che sono e di avere per questo le stesse tutele è un diritto del quale non si può discutere. Oppure discutiamo dei diritti di tutti. Se stabiliamo che l’omosessualità è una condizione della persona per quello che è e non una malattia (e ci possiamo riferire per questo solo all’OMS che stabilisce cosa malattia è e cosa non è, quindi lo diamo per assunto) a questo punto ci dobbiamo assumere la responsabilità di dire che una persona può avere dei limiti ai suoi diritti per quello che è. Questo principio filosofico è inaccettabile. Lo accettiamo solo perché è applicato ad altri. Se io e te non ci potessimo sposare – o non potessimo adottare – perché siamo alti un metro e 75, perché siamo neri, perché abbiamo gli occhi azzurri, per qualcosa che siamo, che è parte della nostra immodificabile natura vivremmo questa cosa come un’ingiustizia. E se tocca a un altro, per qualche caratteristica sua? Non è ugualmente un’ingiustizia?
Parto da un fraintendimento: la mia frase “O sarebbe preferibile condividere una concezione minimale e lasciare il resto alla sfera esclusivamente privata?”, che peraltro era una domanda non retorica, riguardava una possibile “idea condivisa di matrimonio” minimale che potrebbe – putacaso – mettere d’accordo tutti. La enunciavo come possibile ingrediente del dibattito come-credo-andrebbe-istruito. Non credo neanche che sia la soluzione preferibile. In ogni caso NON si riferiva assolutamente alle coppie gay che sarebbero “private” rispetto alle coppie etero che sarebbero “pubbliche”. Prima avevo scritto che le coppie gay “sono una realtà sociale indubbia, che ha sicuramente un valore positivo… affetto, stabilità, cura reciproca ecc. sono tutti elementi ‘socialmente influenti’, producono un valore che è assai opportuno proteggere e tutelare”. Mi sembra una frase inequivocabile. Quindi spero di potermi risparmiare il test
Né ho mai tirato in ballo “la sensibilità del popolo”, che ritengo possa essere un argomento molto ipocrita e da maneggiare con estrema cautela. (Parlando di adozioni, l’argomentazione “non si può far adottare dei bambini ai gay, se no, poverini, chissà come li prenderebbero in giro a scuola” è assolutamente infame. Sono profondamente infastidito dalle petizioni di principio da qualunque parte vengano…)
Comunque. Io ritengo che le unioni omosessuali, oltre a essere perfettamente lecite in un Paese libero, detengano un valore sociale e meritino quindi di avere forme di riconoscimento e di tutela (a questo punto spero di non essere tacciato di confessionalismo, visto che mi sto già allontanando a larghe bracciate dall’attuale magistero cattolico). Forme di riconoscimento e di tutela che possono avere anche aspetti “matrimoniali”, cioè dello stesso tipo di quelle che vengono riconosciute al matrimonio.
Semplicemente NON ritengo che esse configurino un matrimonio, bensì qualcosa di diverso.
Faccio un paragone, inutile per convincerti, spero utile a farti capire un po’ meglio il mio pensiero. Per una frazione della mia vita mi sono molto interessato alle minoranze linguistiche, in particolare alle piccole minoranze linguistiche, tradizionali e non, in Italia. Anche questo è un tema su cui si riscontrano sorprendenti chiusure mentali, diffusa ignoranza, pregiudizi sconfortanti. Io ho sempre sostenuto che – fatto salvo il dovere di ogni cittadino italiano di conoscere la lingua comune – gli appartenenti a una minoranza linguistica non solo ha il diritto inalienabile, in un Paese libero, di parlare la propria lingua; ma anche di vederla riconosciuta dalle istituzioni, almeno al livello locale pertinente: e quindi di chiedere che venga utilizzata negli atti pubblici, che venga insegnata nelle scuole, che venga utilizzata nelle televisioni e radio pubbliche, e così via. Insomma, in un piccolo Comune di tradizione albanese, chi parla l’albanese dovrebbe poter utilizzare l’albanese in tutte le occasioni, anche istituzionali, possibili, senza nessuna distinzione rispetto all’uso dell’italiano: proprio perché – benché il comportamento linguistico sia in realtà modificabile, essendo forse il dato “culturale”, non “naturale”, per eccellenza – esso è una parte talmente caratterizzante l’identità della persona, e del gruppo sociale relativo, che non solo impedirne l’uso, ma anche non riconoscerlo a livello istituzionale, lede i diritti e la dignità di quella persona e di quel gruppo. Parlo di livello locale: ma laddove una lingua di minoranza fosse estesa su tutto il territorio nazionale riterrei opportuno che acquisisse tutele e riconoscimenti anche a livello nazionale, come avviene tradizionalmente in Svizzera e come sta in parte avvenendo in molti altri Stati.
C’è un’unica cosa che il parlante una lingua di minoranza non può fare, e a cui nessuna legge può autorizzarlo: affermare che quella lingua è italiano e pretendere che essa venga riconosciuta come italiano. Può e magari deve arrivare gli stessi diritti dell’italiano, ma non è italiano. E’ albanese. E non perché la lingua albanese abbia qualcosa di meno della lingua italiana. Ma non è italiano. E se la Repubblica Italiana decidesse che l’albanese è italiano, farebbe qualcosa che non è nelle sue facoltà fare, come se decidesse che il Tirreno è un campo da golf.
Quel patto tra due consenzienti omosessuali, adulti e nel pieno possesso delle facoltà mentali – un patto a cui riconosco un valore profondo non solo individuale e privato, ma che va tutelato a livello pubblico e per la cui tutela pubblica sono pronto a battermi democraticamente – non è (secondo il mio pensiero) un matrimonio. Come non sarebbe matrimonio (secondo il mio pensiero) un patto di quel tipo tra fratello e sorella.
Sono ben conscio di non averti convinto.
Spero solo di averti lasciato qualche dubbio per il momento in cui ti toccasse decidere se inserirmi tra i “buoni” o tra i “cattivi”. Tra chi è interessato a difendere le persone omosessuali, i loro diritti e la loro dignità, e chi invece intende conculcarli e calpestarli. Se nonostante tutto devo finire in mezzo ai fascisti, ai neonazisti e ai fanatici, ti prego solo di farmelo sapere in anticipo. Perché quelli menano.
Fammi capire: tu dici “facciamo una legge che istituisce una cosa identica al matrimonio ma che si chiama ‘unione di fatto’.” Per me va bene. Per me va bene anche se la chiamiamo “Giuseppe”, o “Civil Partnership”. Sono uno a cui interessa la sostanza. Basta che sulla sostanza siamo d’accordo, ovvero che i diritti siano identici. In quel caso ecco la mia firma alla legge per l’istituzione di “Giuseppe” fra adulti consenzienti.
Sull’adozione, di problemi me ne faccio. Perché a quel punto non ce la si gioca “tra due consenzienti” ma entrano in ballo i diritti di un terzo, non virtuale e ipotetico ma realmente esistente in carne e ossa (e alla cui volontà, peraltro, non ci si può rimettere). Quindi mi sa che la legge non la firmeremo insieme.
Però…
E quale criterio usi per stabilire se per il soggetto da difendere – il minore – sia un bene essere adottato da una coppia omosessuale o essere adottato da una coppia eterosessuale o non essere adottato affatto? E come decidi se è meglio una di queste tre cose per il soggetto?
sui diritti delle coppie omosessuali siamo mi sembra si sia un po’ tutti d’accordo (spero) e non capisco come ancora la politica, almeno quella di centrosinistra non sia stata in grado di erogare una normativa all’altezza di quello che accade in quasi tutto il mondo libero (no, non basta dire che e’ la presenza della Chiesa visto che questo e’ lo stesso paese della legislazione sul divorzio e sull’aborto).
Sull’adozione da parte di coppie omosessuali, posso capire che ci sia ancora una discussione e non sara’ certo questo dibattito a chiudere il discorso. Vorrei solo invitare chi non e’ “assolutamente” d’accordo in base ad un aspetto o all’altro, ad aprirsi un poco alla discussione, considerato che:
1. in alcuni paesi (UK per esempio) gli omosessuali possono adottare. Il che se non altro dimostra che non si tratta di cose che rientrano nella categoria “assurde”.
2. numerosi studi scientifici hanno dimostrato ampiamente che non ci sono effetti negativi di alcun tipo nella formazione del bambino. In particolare, ovviamente l’identita’ sessuale non e’ “decisa” da che tipo di tendenze hanno i nostri genitori, se e’ questo che preoccupa…
Dobbiamo ricordarci che le cose cambiano e conclusioni che oggi ci appaiono ovvie, tra 10 o 20 anni non lo saranno. Questo non significa che TUTTO diventa accettabile (la pedofilia, per fare un esempio, spero non lo diventi e anzi lo diventa sempre meno, mi sembra). Ma semplicemente che dare per scontato che le proprie opinioni siano morali e quindi immutabili, non e’ corretto. A volte le cose possono cambiare e aspetti di cui non tenevamo conto venire alla luce. Teniamo quindi sempre una certa apertura. 50 o 100 anni fa i diritti legali degli omosessuali in quasi tutta Europa, anche quelli piu’ avanzati, erano completamente ignorati.