di Clemente Pignatti.
Il dibattito, spesso compulsivo, sulla riforma del mercato del lavoro non ha mai affrontato i suoi possibili effetti sui salari. Eppure la questione dovrebbe essere rilevante. Da un ventennio in Italia i salari seguono il livello stagnante della produttività, con chiari effetti negativi sul livello dei consumi. La crisi è quindi intervenuta in un contesto già debole, facendo svanire ogni possibilità di attutire la recessione attraverso il sostegno della domanda interna. La teoria economica suggerisce che i regimi di protezione dell’impiego possono invece avere un effetto rilevante sui salari (come affermano Tito Boeri e Van Ours nel loro libro “Economia dei mercati del lavoro imperfetti”).
Effetto sostituzione
Il livello dei salari varia a seconda della competizione che sussiste per un determinato posto di lavoro. Maggiore offerta di lavoro tende infatti a diminuirne il salario associato, semplicemente perché il datore di lavoro ha una maggiore possibilità di trovare un candidato adatto che è disposto a ricevere un salario inferiore. In particolare i disoccupati, non percependo alcuno stipendio, sarebbero disposti ad accettare per un determinato posto di lavoro un salario più basso di quello attualmente offerto. Questa competizione dovrebbe abbassare il livello degli stipendi, specialmente per le mansioni poco qualificate dove vi è più ampia sostituibilità tra lavoratori. Forti sistemi di protezione dell’impiego frenano però questa spinta verso il basso, perché isolano parzialmente chi ha un lavoro dalla competizione dei disoccupati. Licenziare ed assumere comporta costi elevati e procedure complesse, che riducono per l’impresa la possibilità di sostituire i propri lavoratori. Chi ha un lavoro può quindi idealmente ottenere un salario interamente maggiorato dei costi di licenziamento e assunzione. In pratica, ottiene salari più elevati quanto più elevata è la sua protezione contro il rischio di licenziamento. Il Grafico 1 conferma il ragionamento e dimostra come effettivamente economie con più forti sistemi di protezione dell’impiego hanno in media aumenti salariali più elevati.
Grafico 1: Regime di protezione dell’impiego e tasso di crescita salari reali, Paesi UE 27, 2000-2011
Fonte: Elaborazione su dati OCSE e Economist Intelligence Unit
Il dualismo tuttavia non avviene esclusivamente tra occupati e disoccupati, ma anche fra diverse categorie di occupati. Alti livelli di protezione per i lavoratori permanenti isolano questi dalla competizione dei lavoratori precari, che difficilmente possono ambire a prendere il loro posto. Questo aumenta il potere contrattuale dei lavoratori permanenti, che come dimostra il grafico 2 hanno in media livelli salariali superiori a quelli dei lavoratori part-time e (soprattutto) a tempo determinato. Interessante è anche esaminare la posizione dei lavoratori autonomi, che hanno redditi più elevati dei salari dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato in Paesi come il Belgio, la Germania, l’Olanda e la Danimarca; ma decisamente inferiori in Paesi come la Polonia e la Spagna (e verosimilmente l’Italia), dove la categoria di lavoratori autonomi molte volte include forme mascherate di lavoro dipendente (ad esempio con contratti co.co.pro. in Italia).
Grafico 2: Media dei salari orari di lavoratori part-time, a tempo determinato e redditi dei lavoratori autonomi come percentuale dei salari dei lavoratori a tempo indeterminato, 2010
Fonte: Elaborazione su dati dell’ International Institute for Labour Studies
La posizione salariale relativa dei lavoratori precari rispetto a quelli a tempo pieno e indeterminato sembra poi peggiorata dall’inizio della crisi, soprattutto in quei Paesi, come la Spagna e ancora una volta si può ipotizzare una situazione simile in Italia, caratterizzati da mercati del lavoro fortemente duali (Grafico 3). Questo dimostrerebbe come il peggioramento salariale non coinvolga tutte le categorie di lavoratori allo stesso modo, ma i lavoratori precari in maniera superiore rispetto a quelli permanenti. In Paesi con mercati del lavoro più equi e meno segmentati, come la Danimarca, i salari dei lavoratori precari sembrano invece aver tenuto o addirittura aumentato la loro posizione relativa durante la crisi.
Grafico 3: Variazione della media dei salari orari di lavoratori part-time e a tempo determinato come percentuale dei salari dei lavoratori a tempo indeterminato, 2007 – 2010
Fonte: Elaborazione su dati dell’International Institute for Labour Studies
Seguendo questi ragionamenti, la riforma in discussione in Parlamento dovrebbe diminuire la protezione legislativa dei lavoratori permanenti (riduzione dei campi di applicazione del diritto di reintegro) e facilitare l’assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori precari (sgravi fiscali), anche se forti dubbi rimangono rispetto all’efficacia di questi incentivi. Questo dovrebbe diminuire il potere contrattuale e quindi i salari dei lavoratori a tempo indeterminato, possibilmente a vantaggio di una maggiore occupazione e più alti salari per disoccupati e precari.
Effetto alternativa
Il potere contrattuale dei lavoratori dipende però anche dall’alternativa che questi hanno nel caso rifiutino una determinata offerta di lavoro perché il salario proposto viene considerato troppo basso. In questo caso i regimi di protezione dell’impiego hanno un effetto indiretto sui salari. Il lavoratore che ha rifiutato un’offerta di lavoro rimarrebbe infatti temporaneamente disoccupato e dovrebbe continuare la propria ricerca di lavoro. Forti sistemi di protezione dell’impiego possono allungare la durata di questa fase di ricerca, perché tendenzialmente presentano più alte barriere all’assunzione. Il grafico 3 dimostra effettivamente come Paesi con forti sistemi di protezione dell’impiego siano associati a più alti tassi di disoccupazione di lungo periodo (superiore ad un anno).
Grafico 4: Regime di protezione dell’impiego e disoccupazione di lungo periodo, 2000-2011 per 27 Paesi UE
Fonte: Elaborazione su dati Eurostat e OCSE
I datori di lavoro consapevoli di questo possono offrire salari più bassi a lavoratori che rischierebbero di rimanere a lungo disoccupati nel caso non dovessero accettare una determinata offerta di lavoro. Il grafico 3 dimostra esattamente come gli aumenti salariali siano più bassi quanto più alta è la percentuale di disoccupazione di lungo periodo. In questo caso quindi, regimi di protezione dell’impiego più stringenti hanno un effetto negativo sui salari.
Grafico 5: Disoccupazione di lungo periodo e tasso di crescita salari reali, 2000-2011 per 27 Paesi UE
Fonte: Elaborazione su dati Economist Intelligence Unit e OCSE
Rispetto a questo “effetto alternativa”, la riforma del mercato del lavoro dovrebbe avere conseguenze positive sui salari. Primo, la maggiore flessibilità del mercato del lavoro dovrebbe ridurre la quota di disoccupazione di lungo periodo. Secondo, l’estensione dei sussidi di disoccupazione ad una platea più vasta di lavoratori dovrebbe rendere l’alternativa della disoccupazione meno gravosa, diminuendo il costo associato al rifiuto di un’offerta di lavoro e aumentando quindi il potere contrattuale dei lavoratori.
Chi vince e chi perde
Ricapitolando, i lavoratori permanenti dovrebbero avere un effetto negativo sui loro salari dettato dalla maggiore competizione sul mercato del lavoro (effetto sostituzione) e qualche effetto positivo legato alla minore incisività della disoccupazione di lungo periodo (effetto alternativa). I salari dei lavoratori precari invece dovrebbero avere effetti positivi sia per la riduzione del gap legislativo con i lavoratori permanenti (effetto sostituzione) che per la loro parziale inclusione nei sistemi di sussidi di disoccupazione (effetto alternativa).
iMille.org – Direttore Raoul Minetti










Poiché tuttavia soldi per ammortizzatori degni di questo nome non ce ne sono (ogni euro racimolato con la spending review andrà infatti nel debito, il quale crescerà con il restringersi della base imponibile), i salari caleranno e basta, e con i salari i consumi. E questo è l’ovvio risultato dell’equazione impossibile “crescita+rigore” – la quale maschera solo un compromesso politico, ma sul piano economico nel migliore dei casi significa, se la logica ha ancora una sua logica, dare 1 e togliere 1, non si capisce con quale beneficio.