Riformare i sindacati. Dalla conservazione al progresso

di Marco Mazzoldi.

Foto di CGIL Nazionale

L’attuale momento governativo-istituzionale italiano, nel contesto di un panorama globale portatore di una crisi non solo economica ma sistemica, potrebbe e dovrebbe essere occasione di un rinnovamento del mondo sindacale, alla stessa maniera di quello politico. Quest’ultimo, preso tra venti di ‘antipolitica’, di ‘deficit democratico’, ed anche per certi versi di ‘sospensione democratica’, quanto meno nella realtà nazionale, si trova in un guado, messo alla berlina anche dagli ultimi esiti delle tornate amministrative, per uscire dal quale le avvisaglie si mescolano alle aspettative di manovre strategiche efficaci di cui ci attendiamo gli esiti (Terza Repubblica?) e soprattutto gli inizi.

Quanto al mondo sindacale, l’odierna compagine governativa, in occasione del disegno di legge relativo alla riforma del sistema-lavoro, spinta anche da sussulti esterni ha dato un segnale sul versante che qui ci occupa: mi riferisco alla così ribattezzata fine della “concertazione obbligatoria”, sistema tipicamente e solamente italiano, per il quale – soprattutto a partire dagli anni ’70 – la costituzione materiale prevedeva una lunga fase di necessaria consultazione (ed altrettanto necessaria approvazione) sindacale prima di poter procedere a ritocchi e rinnovi del diritto del lavoro nelle sole sedi a ciò deputate, ossia Camera e Senato. A riguardo, non va sottaciuto che anche la riforma oggi in esame ha comunque dovuto pagare un ‘pedaggio’ alla consultazione pre-parlamentare, che ha di fatto imposto alcune modifiche prima della presentazione del disegno al Parlamento, con conseguente parziale depotenziamento della portata innovativa della riforma.

Tuttavia, va dato atto che in quest’occasione s’è proceduto all’iter parlamentare anche senza il preventivo assoluto benestare delle organizzazioni sindacali.

Ritengo che ciò non vada affatto letto come sminuimento dell’importanza dei sindacati, quanto piuttosto come ritorno all’alveo istituzionale del loro ruolo. La storia e la comparazione con le altre realtà sindacali europee, in ispecie ma non esclusivamente in Germania, ci spiegano che gli attuali problemi economici, politici e sociali, tutti convergenti inevitabilmente anche sul mondo del lavoro, non possono più essere affrontati con il vecchio stile, la vecchia strumentazione, il vecchio approccio.

Com’è stato efficacemente osservato, “nell’era della globalizzazione il sindacato deve essere l’intelligenza collettiva che consente ai lavoratori di selezionare il meglio dell’imprenditoria mondiale, aprire con essa il negoziato, valutare i piani industriali proposti senza altra pregiudiziale che il rispetto della legge. Se la valutazione è positiva il mestiere del sindacato è quello di guidare i lavoratori nella scommessa comune con l’imprenditore, nell’attuazione del programma contrattato; e, ovviamente, di controllare che il programma sia rispettato anche per la distribuzione dei frutti, quando la scommessa sia stata vinta”.

Per aumentare e sviluppare questa capacità, che è alla base del funzionamento del tanto reclamato e declamato ‘modello tedesco’ (dove il sistema di cooperazione con l’imprenditore e di controllo, dal licenziamento alle decisioni aziendali, risiede nei consigli di fabbrica), mi pare necessario prevedere una sorta di road map, che passa per almeno tre punti fondamentali.

  1. Recupero del deficit democratico: senza qui dilungarsi sulla questione dell’applicazione dell’art. 39 della Costituzione, è un dato pacifico che lo stesso deficit democratico riscontrabile nelle formazioni politiche interessi analogamente anche le formazioni sindacali. L’introduzione del sistema delle primarie (debitamente adeguato) si rende necessario anche nelle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori. In caso contrario, quanto si rimprovera ai partiti, la loro distanza dal famigerato paese reale, la loro natura di casta, la loro incapacità di rappresentanza e l’autoreferenzialità, si riproduce paro paro anche nell’ambito sindacale.

Parimenti, è dato incontestato che i sindacati rappresentino attualmente soltanto una porzione del mondo del lavoro, ossia i pensionati e i c.d. insider, cioè coloro che godono già delle massime garanzie legali (a partire dalla tutela reale dell’art. 18). Solo incidentalmente e occasionalmente le categorie dei c.d. outsider (in primis ma non solo i precari) trovano conforto e riescono a rispecchiarsi nei rappresentanti sindacali. Con la conseguenza che la rappresentanza è più formale che sostanziale, più apparente che effettiva.

Per non parlare del fatto che i lavoratori qualificati, forti del loro potere contrattuale, non si appoggiano più al sindacato per le loro rivendicazioni, e contrattano direttamente e individualmente con il datore di lavoro. Questa è anche una conseguenza della circostanza che la difesa del lavoratore è assunta aprioristicamente, senza un’analisi effettiva del caso e delle motivazioni dell’imprenditore, e senza considerare i diritti e la tutela degli altri lavoratori: certamente il ruolo istituzionale del sindacato è quello di proteggere e promuovere il dipendente, ma bisogna avere la capacità di valutare se la decisione dell’imprenditore sia illegittima oppure ragionevole e fondata, e di saper leggere la situazione del contesto lavorativo. Il lavoratore sanzionato o allontanato dal posto di lavoro molte volte assume degli atteggiamenti – scarsa professionalità, scarso rendimento, inosservanza delle regole – che solo indirettamente riguardano il datore, mentre investono direttamente i colleghi, che subiscono in prima persona le carenze o la negligenza del loro compagno.

Il deficit democratico si riscontra poi, da ultimo, nel fatto di considerarsi come l’ultima e unica istanza rappresentativa dei lavoratori e dei loro interessi, anche sopra e a discapito della rappresentanza politica e sociale degli interessi generali, ivi inclusi quelli dei lavoratori, che costituzionalmente e democraticamente risiede invece nel Parlamento.

 

  1. Professionalità e competenza: come in ogni professione, e a maggior ragione in considerazione della centralità sociale del sindacato, è necessaria un’adeguata preparazione del sindacalista, non solamente sulla normativa del lavoro, ma più in generale sulla realtà economica e sui modelli economici: non basta la conoscenza o l’esperienza dei rimedi immediati per la posizione del singolo lavoratore; ma, soprattutto nel contraddittorio sui programmi aziendali o in sede di consultazione sindacale, gli elementi di base dell’economia del diritto risultano inevitabilmente utili e necessari. Questo ovviamente non per addivenire ad un appiattimento sulle ragioni della finanza del mercato o dell’imprenditore, ma per acquisire le necessarie consapevolezza e capacità di proporre alternative o di migliorare pro lavoratori le decisioni del datore di lavoro.

Il ritrarsi sull’Aventino, la contrapposizione frontale, il proporre vecchie ricette non sono certo d’aiuto ai lavoratori. Perché – e di questo occorre coscienza non soltanto nei momenti di crisi aziendale e di mobilità, quando spesso è troppo tardi – bisogna sempre ricordare che lo stato di salute dell’azienda è l’interesse primario anche dei dipendenti. E compito del sindacato è anche quello di rammentare questo fatto agli stessi lavoratori.

 

  1. Utilizzo dei nuovi strumenti: mi riferisco, in particolare, all’Accordo interconfederale del 28 giugno 2011, e soprattutto all’art. 8 del d.l. 138/2011. Quest’ultimo, in parte anche a ragione, è stato criticato. Ma la sua messa all’angolo, il suo completo depotenziamento con la postilla interconfederale del 21 settembre 2011 non paiono una soluzione ragionevole e vincente. Nella logica della contrattazione di secondo livello, di controllo ma anche di cooperazione con l’imprenditore, la ratio dell’art. 8 assegna alle rappresentanze territoriali e aziendali un potere di conformare e adeguare le imprescindibili tutele di legge dei lavoratori alla situazione particolare dell’azienda o del distretto. Contrariamente alle posizioni espresse dai sindacati confederali, con l’applicazione dell’art. 8 non si tratta di rifuggire la legge né di smantellare la coesione sindacale: la derogabilità della normativa generale non è affatto lasciata nelle mani dell’imprenditore, ma passa giustamente e necessariamente attraverso una contrattazione collettiva che impone l’imprescindibile accordo sindacale. Così, mi pare miope la decisione delle tre principali sigle di pensionare tout-court e a cuor leggero la possibilità di rendere più efficace la tutela normativo-economica nelle singole imprese.

Sul punto non si può nascondere il dubbio che il centralismo a livello nazionale, ancora una volta pedissequamente a quanto avviene nei partiti, abbia soffocato ogni possibilità di rinnovo e miglioramento, per considerazioni per lo più di potere interno alle singole sigle. Una mossa più consona e lungimirante avrebbe invece richiesto l’emanazione, a livello nazionale e confederale, di linee guida alle quali le organizzazioni territoriali e quelle aziendali fossero tenute ad attenersi nell’esplicazione dei poteri loro attribuiti dall’art. 8: con ciò salvando l’autonomia sindacale, la tutela dei lavoratori, e il nuovo ruolo propositivo e d’innovazione delle organizzazioni.

È anche attraverso questi passi che il sindacato può recuperare il suo ruolo istituzionale e sociale, che è un ruolo di continua concertazione a livello territoriale e sociale, e così ritornare efficiente ed efficace nel perseguimento delle sue finalità, e cioè l’effettiva rappresentanza delle ragioni e dei diritti dei lavoratori, non in un’ottica di conservatorismo, ma con una capacità di sguardo che sappia leggere i cambiamenti e con ciò introdurre e contrattare per tempo le migliori garanzie (diritti, retribuzione, mantenimento e creazione di posti di lavoro) a beneficio dei propri rappresentati.

Certamente, una pari capacità e intelligenza è necessaria, ed è da esigere, anche dai singoli imprenditori e dalle associazioni di categoria. Tuttavia, il diventare forza propulsiva e innovativa non può che spingere verso la stessa direzione anche le proprie controparti.

Altrettanto certamente, il politicare dei maggiori rappresentanti sindacali, l’attenuazione della democrazia, l’incapacità rappresentativa, le battaglie ideologiche, l’assoluta indisponibilità sull’art. 18 (che pure per legge non si applica mai proprio ai sindacati!), il rincorrere o provocare il corteggiamento da parte delle forze politiche tendono invece a fare anche delle organizzazioni sindacali una componente della casta, tanto incapace di rinnovarsi e di rinnovare quanto quella politica.

 

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti