di Luigi Marattin.
L’ Italia, si sa, non è mai stato il Paese dei cambiamenti strutturali. Abbiamo tanti e sottovalutati pregi: la creatività, la fantasia, la generosità, la tenacia, l’arte di arrangiarsi e di volgere le situazioni problematiche a nostro favore. Ma la capacità di modificare nel profondo e permanentemente i meccanismi economici, sociali, politici, amministrativi e culturali, quello no, non ce lo chiedete proprio per favore. Vi è, invero, un’endemica tendenza a minimizzare la portata del cambiamento qualora qualche novità vera si imponga davvero all’orizzonte (spesso perché imposta dall’esterno). Ogni messaggio riformatore contenuto in una legge viene poi ammorbidito da un regolamento attuativo, da una norma interpretativa o – peggio – dall’applicazione pratica. Si veda quanto sta accadendo, lontano dai riflettori, nell’università post-riforma Gelmini: un processo di cambiamento (del tutto insufficiente) che poteva rivelarsi comunque interessante si sta traducendo in poco più della sostituzione della parola “Facoltà” con la parola “Scuola”.
Io credo che, alla fine dei conti, sia questa diffusa resistenza al cambiamento a costituire l’humus di fondo del più grande equivoco in cui è caduta la classe politica negli ultimi mesi e in particolare nelle ultime settimane. Vale a dire, quello di credere che il processo di revisione della spesa pubblica sia un atto tecnico o, alternativamente, politico. Stiamo così assistendo ad una serpeggiante diatriba tra i due fronti. Da una parte il Governo che, per enfatizzare la natura tecnica del processo, ha nominato i “super-tecnici”; dall’altra i partiti della maggioranza che si sono affrettati ad eleggere le proprie “riserve indiane” (la scuola per il Pd, la sicurezza per il Pdl) e a rassicurare che comunque “deve essere la politica a decidere dove tagliare, non i tecnici”. E non vi è dubbio che tale diatriba continuerà nei prossimi mesi: da una parte la fretta dei “tecnici” di reperire le risorse necessarie ad evitare l’aumento autunnale dell’ IVA (e la fretta, si sa, è cattiva consigliera), dall’altra l’autentico terrore dei “politici” nel vedere ulteriormente eroso un consenso elettorale uscito terremotato dalla recente tornata amministrativa.
Io credo che abbiano torto entrambi. Non solo perché, fin dalla tenera età, ho sempre avuto notevoli difficoltà a comprendere la dicotomia Tecnica Vs Politica (se si risolvono i problemi della gente si fa politica, ma lo si fa per forza di cose con una soluzione tecnica; e le diverse soluzioni tecniche ad uno stesso problema differiscono per l’anima politica che hanno), ma anche per un motivo ancor più fondamentale: quello che l’Italia ha bisogno di fare nei confronti della sua spesa pubblica non è un atto tecnico né un atto politico: è un atto culturale.
Per comprenderlo, basta leggere il dato più sconvolgente del rapporto-Giarda[1]: il prezzo relativo dei consumi pubblici rispetto a quelli privati negli ultimi trent’anni è aumentato del 28,8%. Significa che se oggi il privato cittadino Marco Rossi compra un computer per suo figlio, lo paga – poniamo – 100 euro. Se a comprare lo stesso computer è lo stesso Marco Rossi nella sua veste di dirigente pubblico, per utilizzarlo in un ministero o in un ente locale, il costo è 128,80 euro. Se questa differenza fosse annullata, la spesa per acquisti di beni e servizi pubblici nel 2010 sarebbe stata inferiore di 73 miliardi. In pratica, se la pubblica amministrazione pagasse un computer la stessa cifra che paga ciascuno di noi, quasi l’intero importo della maxi-correzione triennale operata nel 2011 (le due manovre estive più il Salva-Italia di Monti) non sarebbe stato necessario.
Ci sono solo due ragioni al mondo per questa sconvolgente differenza di prezzo:
a) La corruzione. Quei 28,80 euro in più se li intasca il dirigente pubblico Marco Rossi, o magari fa a metà con la ditta fornitrice.
b) Marco Rossi è una persona di specchiata onestà. Ma, più semplicemente, è parte di un sistema culturale tale per cui “pubblico” non vuol dire “di tutti”. Vuol dire “di nessuno”. Pertanto, non vi è alcun incentivo alla minimizzazione dei costi, al miglioramento della produttività, all’efficientamento tecnologico. Qualche anno prima Marco Rossi stesso, in qualità di delegato sindacale, si fece portatore di una proposta volta a differenziare gli stipendi dei dirigenti pubblici in base alla convergenza dei costi operativi ai livelli europei. Ma qualche tempo dopo, inspiegabilmente, fu estromesso di fatto dal sindacato e la sua proposta non ebbe seguito. Nei corridoi, lo si accusava di voler “aziendalizzare” troppo la pubblica amministrazione.
In realtà, non basta certo una differenziazione delle retribuzioni del management pubblico per risolvere il problema di fondo. L’adeguamento della macchina amministrativa al nuovo contesto (spingendosi fino a considerare l’abolizione dello stesso diritto amministrativo) è solo uno dei tre livelli del problema. Il secondo attiene alla formazione del consenso: la società italiana, nelle sue varie componenti, soffre di assuefazione alla spesa pubblica. I 28,80 euro di cui sopra trovano la loro ultima ragion d’essere nel fatto che attorno alla mastodontica macchina pubblica italiana vivono e prosperano interi pezzi di società e di economia italiana, in un rapporto poco trasparente con il livello politico che manovra la spesa pubblica. Nella migliore delle ipotesi, con essa si acquista il consenso elettorale di quei pezzi di società. Tale atteggiamento è così profondamente radicato nell’attuale classe politica italiana da non essere più modificabile, se non a parole sui giornali. Il problema non verrà risolto finché non si affaccerà all’orizzonte una classe dirigente che abbia il coraggio di rinunciare alla spesa pubblica come strumento di acquisto di consenso, e che sappia conquistare gli italiani con un’idea di società nuova, basata sulle pari opportunità, sulla sostenibilità e sull’apertura. E non sul soddisfacimento della somma degli interessi particolari.
Il terzo livello infine, quello da cui tutto discende, è culturale. Ed è quello su cui si gioca la partita delle nuove generazioni (per le altre non c’è più speranza). Attiene alla concezione dello spazio pubblico, che sia la Rai, il bilancio di un Comune o quello dello Stato, le norme di convivenza civile, un corretto rapporto di fedeltà fiscale, l’utilizzo dello strumento del potere. Attiene a ribaltare la tremenda statistica che vede la maggioranza dei giovani essere convinta che il modo più sicuro per ottenere un lavoro sia la raccomandazione.
Sono tutte sfide di lungo periodo. La spending review di Bondi e Giarda, invece, deve dare risultati entro poche settimane.
Non c’è da stupirsi, nel Paese che deve aver ricevuto una strana maledizione dagli dei: quella di rendersi conto del baratro in cui sta precipitando solo quando ha un piede e mezzo già nel vuoto.
[1] “Elementi per una revisione della spesa pubblica”, pag.5, versione del 7 Maggio 2012, di Piero Giarda.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





In giappone tutti gli ingegneri, prima del loro vero lavoro vengono messi in fabbrica assieme a agli altri operai ad assemblare i pezzi per almeno due anni e se poi si fanno valere e senza raccomandazioni di sorta, -Lei non sà chi sono io- ec vengono poi messi al loro posto.
Qui da noi i politici eletti dovrebbero stare due anni in un monastero e vivere esattamente come i monaci con preghiere, pasti scarni, lavoro lavoro e lavorare. senza raccomandazioni di sorta, -Lei non sà chi sono io -ecc pottranno poi prendere il loro posto da eletti.
Io farei firmare loro e poi invalidare tramite un notaio indipendente da loro e senzaraccomandazioni o pressioni di sorta, -Lei non sà chi sono io-, ecc le promesse elettorali che porta in pubblico e se entro 100 giorni dalla sua elezione queste promesse non sono mantenute… FUORI DALLE PALLE!!!
Allora si che vedremo politici veri che fanno gli interessi del cittadino che paga le tasse
Eh no! Troppo facile dire “è un fattore culturale, ma tra cinquant’anni, investendo sulle nuove generazioni [che demograficamente, tra l'altro, non ci sono, ndR] FORSE le cose miglioreranno”. Come se questo stato fosse nato tre o quattro anni fa. Questo stato nacque nell’ormai lontanissimo 1946. Se in quasi settant’anni non è riuscito a forgiare una generazione di persone CIVILI, non ce la farà mai nel futuro. Inutile illudersi. È un progetto morto, che non offre nessuna garanzia ma solo costi, che nessuna persona sana di mente dovrebbe oggi sottoscrivere. Anche peggio: questo stato è riuscito a dissipare quel poco di capitale sociale che aveva ereditato dal pur sgangherato Regno d’Italia, come i partiti socialisti, i sindacati, i movimenti cattolici, le associazioni professionali, tutte cose che esistevano già prima del 1946 (e molte prima del 1915). In settant’anni è andato tutto in vacca. Il nostro problema è la repubblica italiana, questo è il nostro problema. Ma per fortuna ha i mesi contati, almeno in termini finanziari.