Quote rosa negli enti locali: two meglio di one?

di Manuela Sammarco.

By Galabgal

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Lo scorso 8 maggio la Camera con una larga maggioranza ha dato l’ok alle quote rosa per gli enti locali, secondo la definizione di (qualche) giornale. Tecnicamente è il DDL 3290 recante “disposizioni per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali”. Si tratta di una proposta di legge che parte dal disegno Carfagna presentato circa un anno fa poi modificato sostanzialmente dall’opposizione.

Il DDL 3290 chiede al testo unico delle leggi sugli ordinamenti locali di “garantire” ciò che in precedenza solamente “promuoveva”: l’equilibrio di genere nelle assemblee di governo locali. Come? Per i comuni al di sotto dei 5mila abitanti non cambia tantissimo: è stata introdotta una misura minima di garanzia in base alla quale nelle liste dei candidati per le elezioni dei consigli deve essere assicurata la rappresentanza di entrambi i sessi. Più sostanziosi gli interventi per i Comuni con popolazione superiore: si chiede contestualmente ai cittadini di esprimere una doppia preferenza di genere diverso (ma appartenente alla medesima lista) e ai partiti di compilare liste di candidati alla carica di consigliere che non presentino più dei 2/3 di appartenenti allo stesso genere, pena la riformulazione della lista o il suo respingimento. Le stesse norme sono valide per le Circoscrizioni delle città con più di 300.000 abitanti. Alle Regioni, che godono di autonomia anche in materia elettorale, viene chiesto un impegno da dettagliare in seguito. Per amor di completezza, si ricorda che il testo interviene anche sull’equilibrio di genere nella composizione delle commissioni di concorso pubblico.

Prima domanda: c’era davvero bisogno di simili provvedimenti? Qualche dato come risposta. Nel nostro Paese su 20 Presidenti di Regione solo due sono donne; nessuna è Presidente del Consiglio regionale. Su 770 consiglieri regionali solo 86 sono donne. Non va meglio in Provincia dove troviamo solo 14 presidentesse di Provincia su 110. Va peggio nei comuni con popolazione superiore ai 15mila abitanti dove le sindache sono solo il 7% e le consiglieri comunali il 12%. Poco, molto poco, meglio nei comuni più piccoli.

Mentre in Danimarca governa Helle Thorning-Schmidt, in Germania Frau Merkel, anche se cresce la Kraft, in Italia la situazione rosa, passatemi il bisticcio, non è rosea. Allora, la domanda più giusta non sembra quella posta in precedenza sulla necessità di intervenire bensì quella che riguarda la natura e la bontà dell’intervento. In linea di principio non sono una grande fan delle quote rosa e ritengo beati i paesi dove esse non siano necessarie. Penso, però, che in una situazione come quella tratteggiata poco sopra questo strumento sia il male minore e per giunta necessario, almeno in via transitoria. Perché le alternative a riguardo sono tre: a. tenerci le percentuali attuali sulla partecipazione femminile, che in un contesto di cavalcante antipolitica non sono certo lusinghiere (sebbene anche l’antipolitica non se la cavi meglio);  b. attendere che i partiti, lentamente, assumano al loro interno soluzioni efficaci per il problema, e non solo vaghi impegni (approccio che gli esperti chiamano slow track);  c. consentire l’intervento del legislatore, cioè le quote rosa.

Per quanto difficile da digerire – parere personale – le quote sembrano la soluzione più realistica e più veloce. Ammesso ciò, quindi, come leggere le misure disegnate dal DDL approvato alla Camera? I pareri sono vari. Esse sono di sicuro un passo avanti deciso per quel che riguarda i comuni più grandi (grazie alla duplice garanzia data dalle quote di lista e dalle doppie preferenze). Più timido l’intervento sui comuni più piccoli. Inoltre, forse sarebbero state preferibili norme transitorie. Infatti, alcuni studi in materia hanno dimostrato che nei comuni che hanno applicato le quote e poi interrotto la loro sperimentazione dopo una tornata elettorale, le percentuali di elette sono cresciute e non più tornate indietro. Meglio però leggi definitive di garanzia che l’assenza di legislazione.

Siamo davanti a un passo in avanti necessario, dunque, venuto dalla disciplina pubblicistica e non privatistica. Che tradotto vuol dire: il legislatore è intervenuto prima dei partiti. Questa legge, che giunge purtroppo tardi per le amministrative di maggio e che deve ancora affrontare il Senato, verrà approvata sotto un Governo tecnico. Vicino a provvedimenti memorabilmente spinosi come quelli su pensioni, lavoro, fisco. Intendiamoci, alla sua elaborazione le diverse formazioni politiche, pure il Pd, hanno partecipato attivamente, ma questo impegno da solo non può bastare. Anche se l’Italia ha imboccato una strada diversa da quella dei paesi del Nord Europa, che hanno seguito un approccio slow track, questo non significa che il ruolo dei partiti italiani per la promozione dell’equilibrio di genere nelle assemblee sia esaurito. Non parlo delle quote rosa all’interno dei diversi soggetti politici. Anche se potrebbe servire mentre si discute di primarie per i parlamentari. Penso piuttosto a un potenziamento degli strumenti impiegati per la selezione del personale politico. E qua il discorso si fa “bisex” perché, soprattutto nell’ultimo periodo, non sono state solo le donne ma per esempio anche i giovani a subire gli effetti collaterali di un processo selettivo non efficace e che non è stato sempre in grado di valorizzare il merito e i talenti che nei partiti pure esistono. Il deficit di partecipazione femminile è un epifenomeno di un problema più grande: le modalità di formazione della classe dirigente. E così ben vengano le quote rosa negli enti locali, ma che esse siano inserite all’interno di riforme serie della legge elettorale nazionale, per il raggiungimento della quale serve l’accordo politico, e dei meccanismi di cooptazione dei partiti.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti