Nella società italiana il compromesso non funziona più

di Lorenzo Gasparrini.

 

"Il voto è segreto" di g.parker

Il 27 Aprile scorso diverse realtà della comunicazione e della politica hanno prodotto congiuntamente un comunicato stampa, nella forma di un appello, il cui testo si può leggere in tutti i siti dei promotori (qui quello de “Il corpo delle donne”). Dopo il tragico femminicidio di Vanessa Scialfa, la 54esima vittima di violenza maschile dall’inizio del 2012 (quasi una ogni due giorni), l’appello per tutti i media è di smettere di segnalare questi

come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. È ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza.

Qui non discuteremo le ragioni di questo comunicato/appello, che ci paiono sacrosante e difficilmente discutibili. Quello che ci ha lasciato perplessi è un fenomeno accaduto subito dopo, e che ha portato – molto probabilmente – moltissime altre organizzazioni a replicare l’appello sempre con leggeri cambiamenti al testo, in modo da adeguarlo al proprio modo di fare politica e comunicazione.

Leggendo i nomi di chi ha sottoscritto l’appello (sempre sullo stesso sito), non si può non notarne alcuni che destano perplessità. Ne farò due a titolo di esempio: Renata Polverini (presidente della Regione Lazio) e Peter Gomez (direttore del “Il Fatto Quotidiano” online). Mi sono personalmente stupito di vedere quei due nomi per due motivi che ricordo benissimo: sulla politica sanitaria della Polverini grava ancora l’opposizione (“di genere” e non) generata dalla proposta di legge dell’onorevole Tarzia (qui un aggiornamento recente); la versione online de “Il Fatto” ospita spesso articoli e post di chiaro contenuto misogino, sui quali il direttore Gomez, chiamato spesso a rispondere pubblicamente, non s’è mai pronunciato (ad esempio, la quasi totalità degli interventi di Massimo Fini sul suo blog all’interno de “Il Fatto” online).

Rimanendo ciascuno libero di mettere il proprio nome sotto l’appello che vuole – e ci mancherebbe – la mia perplessità si è rivolta verso le forze promotrici di questa iniziativa: ha senso cercare il più largo consenso possibile, la più ampia diffusione possibile, anche ricorrendo al nome di chi finora non è stato sensibile ad altre battaglie, altri temi, altre proposte che andavano nella stessa direzione? Questa politica del compromesso porta a qualche risultato non momentaneo, a un cambiamento duraturo nella cultura della comunicazione, oppure servirà solo a cambiare un’etichetta senza che cambi la sostanza?

Di prove che la politica del compromesso non funziona ce ne sono, nell’attualità politica, già molte. Seguendo lo sviluppo dei significati della parola, ho idea che agire con un compromesso tra le parti non porti, in questa situazione politica, ad alcun risultato. Mentre l’IMU e “i mercati” catalizzano l’attenzione dei media, dato che le tasse sono anche il perno intorno al quale riesce a rilanciare la propria iniziativa politica anche chi soffre di grossi problemi interni (Lega), continua a diffondersi la sfiducia nel sistema partitico che non riesce a sostenere il peso di essere lo strumento di esercizio della democrazia. Non è neanche troppo paradossale che sia un governo tecnico a registrare questo picco di sfiducia: mentre infatti l’esecutivo ripropone figure legate al ricordo di un passato improponibile (Giuliano Amato) che distrugge ogni possibile discorso ragionato sulle sue competenze e i suoi meriti, appare sempre più chiaro che neanche la scelta di far governare personaggi non direttamente coinvolti nella vita dei partiti sta modificando sostanzialmente il futuro politico italiano.

Quello che poteva sembrare una sorta di compromesso tra le forze politiche – il lasciare cioè a un “arbitro” super partes il compito di sbrogliare la matassa – non sta funzionando: le stesse forze politiche continuano ad essere un ostacolo a molte decisioni dell’esecutivo, il quale riduce la sua azione a provvedimenti dolorosi – e questo era facile da prevedere – ma anche di corto respiro – e questa invece è un’amara sorpresa di cui ormai bisogna prendere atto. Questo esecutivo non sta sfruttando la sua natura “compromissoria” per modificare sostanzialmente e a lungo termine il funzionamento della politica italiana.

Questo alimenta la crisi e lo stallo di un altro genere di compromesso ormai piuttosto tradizionale in Italia: quello del votare “turandosi il naso”. Nella politica locale le facce e i nomi possono ancora essere scelti e controllati con sufficente trasparenza al momento del voto; ma questo non fa che aumentare lo scoramento nei confronti di una politica nazionale che non funziona allo stesso modo. È ormai diffusa la certezza che votare il simbolo non ha alcun senso, dato che nella sostanza la qualità della classe politica non cambia attraverso le elezioni, e che i programmi e le alleanze pre-elettorali possono tranquillamente essere disconosciuti subito dopo. E la legge elettorale sembra non essere più una priorità del governo, preso dai problemi economici e fiscali.

Il risultato della combinazione di queste forze e di questa comunicazione sta nell’aumento non solo degli “indecisi”, ma anche di quelli che abbracceranno la deliberata scelta di non votare, illudendosi che in questo modo la “malata” macchina democratica possa fermarsi e costringere la classe politica a un ripensamento. Al contrario – e in un certo modo già la presenza di un governo tecnico è un segnale in questo senso – l’allontanamento dei cittadini dalla vita politica non può che far aumentare la deriva autoritaria del governo centrale.

Il compromesso personale di votare “il meno peggio” non ha più ragion d’essere, perché la differenza tra il peggiore e il meno peggiore è ormai sfumata, una volta stabilito a suon di scandali, azioni della magistratura e semplici delazioni che il migliore non esiste. E questo vale non solo nelle scelte politiche nazionali, ma sembra aver preso piede anche nella partecipazione trasversale ad appelli, prese di coscienza, richiami all’ordine anche della società civile. Se nel sottoscrivere un appello che trovo giusto nel merito io sono messo insieme a chi rappresenta politicamente una parte a me sempre avversa, oppure a chi non ha mai risposto ad altri appelli simili, mi chiedo che valore possa avere un’azione del genere – e che senso hanno quei nomi in fila lì sotto. Il gioco vale la candela? “A costo di risultare antipatico”, come titola Metilparaben i suoi dubbi su questa operazione, sarebbe il caso di smettere di adottare queste soluzioni orchestrate in vista di un obiettivo finale.

Ormai gli obiettivi mancati cominciano davvero ad essere troppi, a tutto vantaggio di forze politiche che vivono soprattutto del disastro altrui. Preferisco “risultare antipatico”, sostenere quell’appello con le mie parole e non mischiare il mio nome a chi non s’è mai dimostrato, né prima né altrove, vicino a quella linea di pensiero. Esattamente come in politica non credo che esistano alternative ai partiti – ma alternative ai loro leader sì, se sono manifestamente incapaci di soluzioni stabili e a lungo termine.

Di gente che fa compromessi per “vincere” trovandosi poi nell’impossibilità di agire per via di quel legame compromissorio se n’è vista davvero troppa. E credo che l’unico modo per agire non sia non votare, darsi al “voto di protesta”, o fregarsene di ogni gesto politico e civile: è ricominciare a fare la politica tutti i giorni, con gli amici, nel condominio, nella scuola, all’università, sul posto di lavoro, e ovunque. Perché la politica è ovunque, e attualmente la sua logica del compromesso funziona anche su chi la vuole ignorare.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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