Monti e il Mare Nostrum. La politica italiana nel Mediterraneo

di Luca Franza.

Anzio Porto di Moyann Brenn

Dall’investitura del governo dei tecnici gli osservatori di politica italiana non si annoiano più. Dopo anni di contenuti appiattiti e agende ad personam, si torna finalmente a discutere di questioni di pubblico interesse. E l’instancabile Monti, evidentemente non pago del carico di lavoro a cui ci ha sottoposti per vagliare le sue riforme economiche, ci ha tenuti impegnati persino durante il periodo di Pasqua. Dando una tregua ai giuslavoristi perché potessero gustare abbacchio e colomba in tutta tranquillità, la trasferta del premier in Libano, Israele, Palestina ed Egitto ha però stavolta richiamato l’attenzione dei commentatori di politica estera.

Il recente viaggio pasquale del Presidente del Consiglio, preceduto peraltro da un tour de force di nove giorni in Asia, ha finalmente riportato l’Italia ufficiale in una regione strategica da cui era stata assente per troppo tempo. Al di là dei gesti protocollari e delle dichiarazioni di rito, la visita di Monti in Medio Oriente ispira serie riflessioni sulla politica mediterranea del nostro Paese. Era il 2009 quando Limes pubblicava lo speciale Il Mare Nostro è degli altri[1], lamentando l’incoerenza e la debolezza della politica mediterranea italiana. Da allora, come evidenziato dalla totale impreparazione di Berlusconi e Frattini nel gestire la crisi libica, la nostra posizione si è ulteriormente deteriorata.

Una breve rassegna delle principali tematiche affrontate in questo viaggio è funzionale a una valutazione critica della missione di Monti sullo sfondo delle tendenze di medio e lungo termine della nostra politica mediterranea.

Una rassegna degli incontri e degli interventi di Mario Monti in Medio Oriente

La prima destinazione della missione è stata il Libano, dove Monti è stato ricevuto dal Presidente Suleiman e dal Primo Ministro Mikati. Lodando il Paese dei Cedri come modello di convivenza interconfessionale, il nostro Presidente del Consiglio ha assicurato che l’Italia intende continuare a cooperare per la pace e la stabilità della regione, esprimendo viva preoccupazione per la crisi siriana e le sue possibili ricadute sul Libano. In visita al contingente italiano dispiegato a Naqoura nel quadro dell’UNIFIL, Monti ha rimarcato il ruolo già svolto dal nostro Paese in tale ambito.

Una fitta serie di incontri – da quello con il Presidente Shimon Peres a quello con il Primo Ministro Benyamin Netanyahu – ha caratterizzato anche la tappa israeliana. A Gerusalemme e Cesarea, Monti ha ribadito la condanna dell’Italia al programma nucleare iraniano e ha ricordato il nostro impegno sul fronte delle sanzioni, escludendo però categoricamente ogni ipotesi di intervento militare preventivo. Un’altra questione sul tavolo, poi approfondita nel summit con il Presidente dell’ANP Abu Mazen a Ramallah, era la posizione italiana nel conflitto arabo-israeliano. Confermando gli sforzi negoziali di Roma attraverso il Quartetto, il Presidente del Consiglio ha affermato con risolutezza che l’unica strada percorribile è quella di separare i due Stati sulla base dei confini del 1967.

L’Egitto, che sta tenendo l’Europa col fiato sospeso per la sua transizione densa di interrogativi, è stato probabilmente il passaggio più delicato di questa missione. Monti, primo capo di Stato europeo in visita ufficiale al Cairo dalla destituzione di Mubarak, ha incontrato il Primo Ministro El Ganzuri e il Capo della Giunta Militare Tantawi, ai quali ha ribadito il supporto dell’Italia purché le loro riforme siano foriere di autentica libertà e democrazia. Monti ha inoltre espresso cauto ottimismo riguardo al ruolo crescente dei Fratelli Musulmani, incontrando anche l’influente imam El Tayeb. Infine, il nostro Presidente del Consiglio – primo tra i capi di Stato italiani – ha incontrato il Segretario Generale della Lega Araba Nabil El Arabi. Nel bilaterale, il premier ha encomiato il protagonismo dell’organizzazione regionale nel dossier siriano, nonché il suo ruolo crescente nella promozione di valori condivisi dall’Italia, a partire dalla tolleranza religiosa. Monti ha lasciato l’Egitto con l’augurio che l’Italia e l’Unione Europea istituiscano una partnership di rilievo con la Lega per il sostegno alla democrazia e al rispetto dei diritti umani.

Una contestualizzazione della missione pasquale di Monti

Buona parte della stampa ha espresso giudizi negativi sulla missione e ne ha biasimato l’inutilità, bollando le dichiarazioni di Monti come scontate o eccessivamente prudenti. Se gli interventi del Presidente del Consiglio non sono certo stati rivoluzionari, bisogna almeno riconoscere che il tour si è svolto senza incidenti. Ogni singola dichiarazione rilasciata da Monti era in linea con la posizione tradizionalmente assunta dell’Italia sugli affari mediorientali. Nessun incoerenza, nessuno scivolone. La trasferta ha peraltro assolto alla funzione di riconfermare le nostre priorità in seguito agli sconvolgimenti prodotti dalla primavera araba, nonché di ricordare ai partner locali che la presenza dell’Italia nella regione è solida.

D’altro canto va detto che la politica di Roma nei confronti della sponda meridionale del Mediterraneo soffre di gravi carenze strutturali, e che il viaggio di Monti non vi ha impresso una svolta sostanziale. La constatazione è resa particolarmente amara dal fatto che la regione rappresenterebbe, insieme ai Balcani, una direttrice naturale per la proiezione della nostra influenza. Se l’immigrazione, il commercio e la sicurezza energetica emergono come le tre priorità dell’Italia in Nord Africa e Vicino Oriente, la primavera araba ha dimostrato che queste non possono essere promosse prescindendo da una visione ampia che contempli le fonti di instabilità della regione. L’approccio parcellizzato e miope che pretendeva di interrompere i flussi migratori senza promuovere la pace e la crescita economica o di affidare la continuità dell’approvvigionamento energetico a despoti arbitrari non ha prodotto risultati soddisfacenti. Fatta salva la necessità di articolare priorità specifiche, una politica lungimirante dev’essere cosciente dell’interdipendenza tra fenomeni di questo tipo e fondarsi su linee guida che assicurino coerenza.

Una missione dal taglio fortemente economico

Com’era prevedibile, uno degli ambiti su cui il nostro Presidente del Consiglio ha posto maggiormente l’accento è stata l’economia – in linea con la ragion d’essere del suo mandato e con il suo precedente viaggio ‘promozionale’ in Estremo Oriente. Come mostrano le tabelle sull’interscambio commerciale e sullo stock di investimento diretto estero, la regione è un fondamentale partner economico dell’Italia, la cui posizione si sta tuttavia lentamente ma inesorabilmente deteriorando.

Tabella 1: Quote di mercato (import/export) dell’Italia nei Paesi del Sud Mediterraneo, 2010[1]

Paese

QdM 2010

QdM 2001

Posizione 2010

Posizione 2001

Tunisia

21,32%

20,67%

(dopo Francia)

(dopo Francia)

Libia

16,69%

28,85%

Algeria

10,55%

8,94%

(dopo Francia)

(dopo Francia, USA)

Libano

8,19%

11,47%

(dopo USA, Siria)

Egitto

6,59%

7,41%

(dopo USA, Cina, Germania)

(dopo USA)

Marocco

6,09%

7,02%

(dopo Francia, Spagna, Cina, USA)

(dopo Francia, Spagna)

Turchia

6,03%

9,47%

(dopo Germania, Russia, Cina, USA)

(dopo Germania)

Siria

5,75%

10,19%

(dopo Arabia Saudita, Cina, Turchia)

Israele

5,07%

5,54%

(dopo USA, Cina, Germania, Belgio)

(dopo USA, Belgio, Germania, Regno Unito)

Tabella 2: Investimento Diretto Estero dell’Italia nei Paesi del Sud Mediterraneo, 2009

Paese

IDE in uscita(mln. di €) [1] Imprese partecipate (unità) [2] Addetti partecipate(unità) [3] Fatturato partecipate(mln. di €) [4]
Turchia ND 227 26.055 4.835
Egitto 1.713 103 9.698 4.268
Algeria 123 93 3.052 2.354
Tunisia 491 215 14.751 1.668
Marocco 300 112 11.203 1.034
Israele ND 23 1.073 100
Libano ND 33 434 52
Siria ND 5 63 27
Libia 851 9 107 6

Un obiettivo malcelato dell’attivismo di Monti – già suggellato nei mesi scorsi da una visita in Libia e dal vertice con il Primo Ministro tunisino a Roma – è proprio quello di arginare l’assottigliamento della quota di mercato dell’Italia nella regione. In questa prospettiva il viaggio pasquale dovrebbe essere stato piuttosto incisivo. Monti ha fatto presente a El Ganzuri che l’Italia è stato l’unico Paese a non aver ridotto i propri investimenti in Egitto in seguito alle turbolenze dell’anno scorso, suggerendo che questa fiducia dovrà essere in qualche modo ripagata. Il presidente libanese ha espresso viva soddisfazione per il crescente dinamismo delle relazioni economiche con l’Italia, promettendo ulteriore apertura e cooperazione. Inoltre, la visita in Israele ha sancito un ricco contratto per la compravendita di 30 addestratori di ultima generazione Alenia-Aermacchi da parte dello Stato ebraico.

Le sfide alla politica mediterranea dell’Italia

Ciononostante, il problema evidente dell’Italia non sta tanto nella perdita di quote di mercato, ma nell’incapacità a tradurre il proprio peso commerciale in peso politico. Due Paesi del Medio Oriente in cui Roma aveva sostanziali interessi economici – la Siria e l’Iran – sono soggetti a sanzioni internazionali sulla cui applicazione non abbiamo alcuna voce in capitolo. La Libia, uno dei principali fornitori di petrolio e gas naturale del nostro Paese, è stata bombardata da francesi e inglesi senza troppe consultazioni preventive.

L’Italia ha mostrato in questi anni un atteggiamento di assoluta passività. Si è comportata come uno spettatore dell’attivismo altrui (soprattutto di quello d’oltralpe) ed è stata recalcitrante a prendere qualsiasi iniziativa per paura di scontentare qualcuno. Se è vero che – per la sua incapacità di comprendere le istanze di rinnovamento esplose nei moti della primavera araba – è l’Europa nel suo insieme ad aver fallito nel Mediterraneo, l’Italia spicca su tutti quanto a immobilismo e incoerenza. La compromissione assoluta con un autocrate inaffidabile come Gheddafi, su cui Berlusconi aveva scommesso tutto per la risoluzione di problemi delicati quali l’immigrazione clandestina e la vulnerabilità energetica, si è rivelata un autentico disastro.

Memore della lezione, l’Italia dovrà accuratamente evitare scorciatoie che la portino a concludere affari con leader così controversi in futuro. La promozione della democrazia, della libertà e dei diritti umani non risponde solo a nobili ideali, ma anche a considerazioni pragmatiche sull’opportunità di legarci a partner affidabili, trasparenti e prevedibili. Sebbene anche la Francia – nostro diretto concorrente nel Mediterraneo – fosse compromessa con il regime di Tripoli, Parigi è finalmente uscita rafforzata dalla guerra civile libica grazie a scelte nette e coraggiose. Mentre i manifestanti di Bengasi sventolavano il tricolore francese, l’ambiguità di Berlusconi e Frattini faceva ulteriormente precipitare l’immagine del nostro Paese.

Parlando di soft power, non si può peraltro fare a meno di notare che – data la minore implicazione con il colonialismo – l’Italia godeva di un importante vantaggio iniziale nei confronti della Francia, che purtroppo non ha saputo sfruttare. Nel 2008, un soddisfatto Sarkozy faceva gli onori di casa all’evento organizzato per celebrare la nascita dell’Unione per il Mediterraneo (UpM) – creatura francese ideata per dare una spinta alla Politica di Vicinato Europea avviata nel 2004 e per sostituire il fallimentare Partenariato Euro-mediterraneo voluto da Roma e Madrid nel 1995. In occasione della stessa cerimonia, Berlusconi catturò l’attenzione dei giornalisti per aver ordinato l’esecuzione di O Sole Mio al suo ingresso in sala.

La recente visita di Mario Monti in Vicino Oriente non solo ha contribuito a ricostruire l’immagine dell’Italia, ma ha anche offerto spunti interessanti a livello di contenuto. Seppur discretamente, il Professore ha abbinato al taglio squisitamente economico delle sue missioni dei riferimenti interessanti alle istanze di democratizzazione delle popolazioni locali. Inoltre, Monti ha sperimentato una nuova politica dell’inclusione, incontrando El Tayeb ed esprimendosi favorevolmente nei confronti dei Fratelli Musulmani. Tutto ciò è ben lungi dal bilanciare gli effetti di una politica estera italiana affetta da un vizio di fondo – ovvero l’incapacità di comprendere ‘dove stia andando il Mediterraneo’. Considerando che l’immigrazione e l’approvvigionamento energetico continueranno a rivestire un ruolo di primo piano nell’agenda diplomatica del nostro Paese, l’Italia deve impegnarsi a ridisegnare la propria politica mediterranea. Tale necessità è resa ancor più impellente dall’emergere di nuove priorità come la lotta al terrorismo internazionale, in rimonta nel Sahel e nel Maghreb. La nuova politica mediterranea dev’essere in grado di coniugare in un quadro coerente la promozione dei nostri interessi particolari alla fondazione di solide basi per partnership durature, che possono poggiare solo su una profonda comprensione delle dinamiche che plasmano le società mediterranee e dei loro rapporti reciproci.



[2] Fonte: Banca dati Reprint, Politecnico di Milano – ICE, 2009

[3] Fonte: Banca dati Reprint, Politecnico di Milano – ICE, 2009

[4] Fonte: Banca dati Reprint, Politecnico di Milano – ICE, 2009

 


[1] Tabella mia, fonte dati: “Commercio estero e attività internazionali delle imprese 2010”, Annuario n.13-2011 – Istat e Ministero dello Sviluppo Economico, http://www.ice.gov.it/statistiche/pdf/Annuario_2_vol_2011.pdf

iMille.org – Direttore Raoul Minetti