L’Irlanda e il fiscal compact: ha senso questo referendum?

di Federico Martire.

Ireland can do better, di Free Stater

Ireland can do better, di Free Stater

Di questi tempi, elezioni e urne la stanno facendo da padrone, in Europa. E se i recenti risultati in Francia, Grecia e Germania hanno spaventato i mercati e Angela Merkel, gli occhi degli europei sono già puntati sull’Irlanda. Non però perché nell’isola di smeraldo si voti per la formazione del nuovo parlamento, ma perché il 31 maggio prossimo si terrà un importante referendum sulla ratifica del discusso Fiscal Compact, formalmente Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, noto anche come Patto di bilancio.

Perché la scelta degli irlandesi è importante? In realtà, l’eventuale bocciatura da parte dei cittadini dell’isola non comprometterebbe, in teoria, il cammino del Trattato, la cui entrata in vigore è prevista per il 1° gennaio 2013 se, in quel momento, almeno 12 paesi dell’area Euro avranno detto sì. L’Irlanda, tuttavia, è un pezzo fondamentale del puzzle di ricostruzione europea: a causa della gravissima crisi finanziaria che ha colpito il paese, l’Irlanda ha fatto registrare i peggiori dati di bilancio d’Europa, arrivando a toccare un deficit del 30% nel 2010, e ha visto salire il tasso di disoccupazione dal 4,3% del 2007 al 14,6% del febbraio di quest’anno (fonte: Central Statistic Office). Tutti dati che hanno fatto sì che il paese, nel 2010, dovesse richiedere l’intervento dell’UE e del FMI per evitare il collasso, un’ipotesi riaffiorata di recente. L’eventuale ‘no’ irlandese al progetto del Fiscal Compact, pertanto, significherebbe un gravissimo colpo alla sostenibilità e continuità del Trattato, già messo in dubbio – in alcuni punti – dal neo presidente francese François Hollande. Un no irlandese, detto in poche parole, sancirebbe la morte de facto del Trattato.

Ora, un successo dei contrari al Fiscal Compact nella terra di Micheal Collins sembra essere piuttosto improbabile. Tutti i sondaggi recenti annunciano la vittoria del sì, ma con un consenso decrescente. Inoltre, a tre settimane dal voto, la campagna elettorale è ancora in parziale rodaggio e c’è da scommettere che molti dei leader favorevoli al ‘no’ – tra cui i conservatori locali, il Sinn Féin e alcuni fuoriusciti dal Fiánna Fail – sfodereranno le proprie armi in questi giorni, forti anche del vento anti-europeista (vero o presunto tale) che soffia per mezzo continente. E magari approfittarne per qualche slancio di populismo demagogico che non è mancato ai tempi delle due campagne elettorali per i referendum sul Trattato di Lisbona. Già, perché in Irlanda si è già votato su trattati europei, con risultati alterni, così come consultazioni popolari sono state tenute anche in altri paesi dell’Unione. Famosissimo è il no francese al trattato costituzionale, condizionato dal dibattito sul plombier polonais (l’idraulico polacco), e che archiviò – di fatto – il sogno di una Costituzione EU, così come l’iniziale rifiuto irlandese al Trattato di Lisbona paralizzò il processo di entrata in vigore del testo, arrivato così al battesimo istituzionale e politico già ‘vecchio’ rispetto alla realtà europa.

Una domanda, pertanto, s’impone: ha senso mantenere in vita l’istituto dei referendum sui trattati internazionali, come quelli EU sono, strutturati così come lo sono ora? È ovvio e logico che la regolamentazione delle consultazioni popolari rimanga nelle competenze degli Stati membri dell’Unione, ma è anche ovvio e logico (e giusto, aggiungerei) pensare che lo stop imposto da un paese non condizioni le scelte degli altri. In altre parole, se Irlanda, Francia, Olanda o chi per loro ritengono di non dover proseguire nel processo di integrazione europeo così come impostato dagli ultimi trattati – scelta legittima e, per certi versi, anche comprensibile – è accettabile che ‘impongano’ la propria visione anche agli altri paesi che hanno fatto, magari anche tramite referendum, la scelta opposta? La soluzione non è né univoca né semplice. Proviamo ad evocare tre scenari possibili:

  1. Abolizione dell’istituto del referendum sui trattati EU – È un’opzione, ovviamente, non percorribile, né legislativamente né politicamente. A meno che l’UE non voglia suicidarsi definitivamente, ma vogliamo escludere questa ipotesi.
  2. Partnership rafforzate tra Stati membri – Detto in poche parole, chi ci sta (nel trattato) è dentro; chi non vuole si accomoda alla porta. È la strada percorsa attualmente dall’UE, avendo escluso Regno Unito e Repubblica Ceca dal Fiscal Compact e avendo introdotto la ‘regola del 12′ (necessità di approvazione e ratifica da parte di 12 Stati membri per l’entrata in vigore). È un’opzione percorribile, a patto che esista una volontà politica ferrea. Certo, romperebbe con l’idea di Unione ‘a una sola velocità’ cui siamo abituati e creerebbe non pochi problemi dal punto di vista dell’integrazione legislativa, delle sovrapposizioni amministrative e della burocrazia. Ma a mali estremi…
  3. Istituzione di un referendum europeo – Forse la soluzione più semplice, logica e democratica. E forse proprio per questo non verrà attuata. Se il Trattato influisce su tutta l’UE, come è il caso del Fiscal Compact, e si vuole cogliere l’occasione per avviare un dibattito serio e ampio sull’UE, le sue istituzioni e il suo futuro (insomma, per fare integrazione), cosa c’è di meglio di una consultazione popolare che coinvolga, sullo stesso tema, tutto il continente? Si ha paura di spiegare agli europei l’austerità, i sacrifici, le difficoltà che dovremo affrontare? Si ha timore ad affrontare i tanti punti oscuri del Trattato? Si preferisce buttarla sul populismo o mantenere le scelte confinate nelle torri d’avorio delle cancellerie europee? Probabilmente sì, ed è proprio questo il grande male politico dell’Europa odierna. E dire che, nel 2007, i federalisti europei una proposta di referendum UE, ai tempi della Costituzione, l’avevano già fatta, avanzando tra l’altro un’idea giuridaicamente solida, ma l’appello cadde nel nulla.

In una situazione complessa, articolata e anti-UE come quella che stiamo vivendo, forse avvicinare le istituzioni – europee e nazionali – ai cittadini sarebbe cosa buona e giusta. E persino non troppo complicata, legislativamente e politicamente. Ma, forse, è chiedere troppo a questa Unione schizofrenica e autolesionista.

 

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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