La strategia energetica nazionale del Governo Monti

di Terenzio Longobardi.

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In questi giorni ha fatto molto discutere l’annuncio del Ministro dello Sviluppo Economico di voler rilanciare la produzione nazionale di idrocarburi, ricevendo un no secco dal mondo ambientalista, che lo ha accusato anche di frenare la crescita delle rinnovabili in Italia, attraverso dei decreti attualmente all’esame della Conferenza Stato–Regioni, miranti a ridimensionare il regime delle incentivazioni attualmente in vigore.

Torneremo su questi due punti più avanti in quanto, per evitare un approccio semplificato e settoriale, è prima necessario inquadrare e commentare l’intera strategia energetica del nuovo governo, così come delineata da Passera nella recente audizione alla Commissione Industria, Commercio, Turismo. Per chi fosse interessato, gli atti completi dell’indagine conoscitiva sulla strategia energetica nazionale, discussi in Commissione, sono consultabili qui.

Nel suo intervento, il Ministro individua cinque “priorità di sviluppo” della Strategia energetica e su esse ci soffermeremo, cominciando dall’ultimo, che ci sembra il più importante e cruciale, senza nascondere una certa insofferenza per gli inutili anglicismi presenti nel testo:

- “Modernizzazione del sistema di governance del settore”. In questo capitolo vengono compresi la definizione in tempi brevi di una “Strategia Energetica Nazionale da discutere con tutti i soggetti interessati in modo da definire indirizzi chiari e autorevoli da far valere anche a livello europeo e un più efficiente sistema decisionale nell’autorizzazione dei progetti strategici. A tal fine il governo perseguirà “una collaborazione convinta con gli enti di governo territoriale, senza tuttavia compromettere per questo linee di indirizzo unitarie che rimangono una prerogativa imprescindibile, di responsabilità del solo governo nazionale”.

Come è noto, la modifica del titolo V della Costituzione aveva inserito tra le materie concorrenti, cioè soggette a potere legislativo delle Regioni, anche l’energia, lasciando allo Stato solo la definizione di indirizzi unitari. Questa scelta si è rivelata palesemente miope, in quanto è praticamente impossibile definire la programmazione di una materia di rilevante interesse nazionale attraverso la giustapposizione di piani energetici regionali locali non collegati e coordinati a un livello superiore. Quindi, la riesumazione sotto altro nome del Piano Energetico Nazionale, attraverso un’interpretazione estensiva e integrale dell’attuale testo costituzionale, mi pare un modo politicamente appropriato e  convincente, di evitare i nuovi e defatiganti percorsi di modifica costituzionale da più parte richiesti.

- Un’altra priorità del Governo è individuata nello “Sviluppo dell’Hub del Gas sud europeo”. Con queste parole si sintetizzano alcuni obiettivi strategici volti ad abbassare i prezzi del gas, tra i più alti in Europa, e conseguentemente anche dell’energia elettrica, prodotta prevalentemente utilizzando il metano. L’Italia dovrebbe diventare un ponte di trasferimento del prezioso combustibile fossile verso i paesi europei che stanno riconvertendo al gas le proprie produzioni energetiche e persino un esportatore di energia elettrica, a causa della pronunciata sovraccapacità produttiva interna (ndr. si pensi che a fronte di una domanda di punta estiva pari a circa 55.000 MW, la potenza elettrica installata corrisponde a più di 100.000 MW). Gli strumenti di questa strategia saranno la costruzione dei rigassificatori già autorizzati, di alcuni gasdotti di importazione e stoccaggi, la separazione proprietaria di Snam, nuove regole di mercato attraverso la creazione di una borsa del gas e nuove regole di transito transfrontaliero.

La diversificazione degli approvvigionamenti di gas naturale è fondamentale sia per la sicurezza energetica del nostro paese, sia per il contenimento dei costi del metano e dell’energia elettrica (considerando che circa il 50% del consumo interno lordo nazionale viene prodotto dalle centrali termoelettriche alimentate a metano), quindi le priorità del Ministro ci appaiono condivisibili. Ciò che non ci convince è, in prima istanza, l’assenza di una critica delle ragioni che hanno determinato il marcato eccesso di capacità produttiva nel settore elettrico, essenzialmente riconducibili all’illusione industrialista di una continua crescita dei consumi, che oggi si sta drammaticamente scontrando con evidenti limiti economici e fisici. Nel primo grafico allegato, che ho elaborato dai dati Terna dei consumi storici di energia elettrica, si può osservare visivamente questo concetto (per la cronaca, nei primi quattro mesi del 2012 c’è stato un ulteriore calo della richiesta di energia elettrica di circa il 3%). Oggi, questo eccesso causa le diseconomie che sono la principale causa degli alti costi del kWh, non certo il regime di incentivazioni delle rinnovabili come vorrebbe farci credere il Ministro. Il vero limite della posizione governativa è, a mio parere, proprio il tentativo di contrastare questa criticità solo dal lato dell’offerta, senza porsi l’obiettivo di modificare profondamente la struttura della domanda di energia elettrica.

Se consideriamo che “solo” il 36% dell’energia primaria consumata in Italia deriva dalla produzione di energia elettrica, è facile comprendere come la graduale riconversione all’elettrico degli altri settori energetici, prevalentemente i trasporti e gli usi termici, rappresenti la strategia più efficace per assorbire l’eccesso di produzione elettrica italiana. Aumentando inoltre l’efficienza energetica complessiva del sistema perché, come ho spiegato qui e qua, i trasporti collettivi su ferro sono quelli caratterizzati dai minori consumi specifici di energia primaria e i sistemi di climatizzazione degli ambienti di lavoro e di vita che utilizzano le pompe di calore presentano i valori più elevati di rendimento energetico.

- Sorvolo rapidamente sulla terza priorità indicata da Passera, quella dell’efficienza energetica, perché mi trova sostanzialmente d’accordo, ma senza soverchie illusioni, in quanto l’intensità energetica del nostro paese, cioè la quantità di energia contenuta in ogni unità di PIL è già tra le più elevate in Europa (le leggi della termodinamica pongono limiti tecnici ed economici progressivamente più forti agli aumenti di efficienza delle tecnologie), per soffermarmi sui due obiettivi più controversi della strategia energetica, il rilancio delle produzioni nazionali di combustibili fossili e la riforma delle incentivazioni concesse dallo Stato ai produttori di energia da fonti rinnovabili.

Innanzitutto occorre fare alcune considerazioni politiche. Le motivazioni del Ministro appaiono nobili, è giusto operare per ridurre la dipendenza energetica dall’estero e abbassare i costi della bolletta elettrica dei cittadini, ma le proposte illustrate al Senato appaiono nel merito sorprendentemente simili a quelle suggerite dall’organizzazione confindustriale dell’industria mineraria e petrolifera e dai grandi produttori termoelettrici italiani i quali, legittimamente dal loro punto di vista, si pongono il problema di aumentare la produttività delle proprie imprese, attualmente ridotta dalla crescita sensibile delle rinnovabili.

- Però, entrando nel merito dei due problemi, si scoprono i motivi dell’inadeguatezza sul piano dell’interesse generale di proposte troppo coincidenti con gli interessi forti. Per quanto riguarda le rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, è innegabile il fatto che le incentivazioni concesse abbiano consentito di aumentare la domanda e conseguentemente abbattere i prezzi dei pannelli, che oggi sono più che dimezzati da quando è stato introdotto il conto energia. Quindi una rimodulazione al ribasso delle tariffe di vendita concesse non scandalizza nessuno. Ma è anche difficile sostenere che esse rappresentino il principale fattore di incremento dei costi a carico dei consumatori, principalmente imputabili ad altri elementi, in parte descritti in precedenza e ben sintetizzati in questo documento. Quindi, l’apposizione di tetti produttivi annui troppo rigidi appare un eccesso di zelo che rischia di frenare il raggiungimento degli obiettivi europei che lo stesso Ministro propone, meritoriamente, di superare.

Inoltre, a ben vedere, l’intervento di Passera omette di affrontare il vero problema delle rinnovabili, che ne limita pesantemente la possibilità di diventare in futuro un’alternativa totale ai combustibili fossili, cioè quello della loro produzione intermittente e non programmabile. Sarebbe pertanto auspicabile che il governo inserisse tra le priorità questo aspetto strategico, stabilendo incentivazioni e promuovendo la ricerca e la produzione in nuove tecnologie e nei settori dell’accumulo e stoccaggio delle fonti rinnovabili, in modo che tali produzioni possano garantire in ogni momento la continuità della fornitura di energia elettrica ai cittadini.

- Abbiamo lasciato per ultimo l’obiettivo del rilancio della produzione nazionale di idrocarburi, proprio perché ci pare il meno convincente dell’intera strategia energetica delineata nell’audizione al Senato. Un’analisi attenta della reale consistenza delle risorse ancora disponibili dovrebbe spegnere rapidamente i facili entusiasmi. Per il petrolio, il Ministero dello Sviluppo Economico le valuta in 129 milioni di tonnellate, le associazioni minerarie in 137 milioni, ma entrambe assommano riserve provate, probabili e possibili.

Colin Campbell, presidente di Aspo Internazionale, stima le riserve provate in 85 milioni di tonnellate, come vediamo nel secondo grafico allegato che illustra la curva a campana caratteristica della dinamica di esaurimento delle risorse fossili e minerarie. Quest’ultimo valore corrisponde appena alla somma del petrolio importato e prodotto nazionalmente in un solo anno. Considerando poi che la produzione nazionale è oggi di 5 milioni di tonnellate all’anno, l’obiettivo del Ministro di raddoppiare tale produzione ci garantirebbe circa una quindicina di anni di estrazioni. Un analogo ragionamento si potrebbe fare per il gas naturale che, come vediamo nell’ultimo grafico dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, ha ormai superato da decenni il picco produttivo.

È lecito quindi domandarsi se il gioco valga la candela, cioè se i benefici dell’accesso a queste limitate quantità di risorse fossili nazionali siano superiori ai costi e ai rischi connessi a tali attività di esplorazione ed estrazione, localizzate sempre più in siti “difficili”, come quelli off-shore. Il Mar Mediterraneo è già sottoposto a gravi pressioni ambientali e un disastro petrolifero come quello avvenuto di recente lungo le coste americane avrebbe effetti ancora più disastrosi.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti