La spesa militare italiana va tagliata? Oltre la polemica F-35

di Massimiliano Lincetto.

Portaerei Cavour. Foto di Armando Mancini.

Periodicamente, la stampa torna a parlare della partecipazione dell’Italia al programma militare F-35 Joint Strike Fighter. Il programma dovrebbe condurre all’acquisizione di circa 90 esemplari del velivolo, attualmente ancora in fase di sviluppo. Recentemente, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha scritto al ministro Di Paola definendo disdicevole l’operazione e dichiarando il sostegno del comune alla campagna Taglia le ali alle armi!, che sta raccogliendo un numero crescente di adesioni da parte di associazioni, enti locali, personaggi del mondo politico e culturale.

Il manifesto della campagna mette assieme considerazioni di natura molto diversa, ma chiaramente incentrate sulla richiesta di una politica di disarmo. A questo proposito è importante ricordare che l’Italia è un paese membro della NATO che ha partecipato e partecipa a numerose missioni militari all’estero, intraprese sotto la guida di governi di colore diverso e sempre deliberate a larga maggioranza dal parlamento. L’adozione di una politica di disarmo costituirebbe quindi un policy shift di enorme portata, nonché un evento unico nella storia del mondo occidentale, che andrebbe discusso ben al di là delle questioni contingenti. Lo scorso novembre, su queste pagine, Alan Marazzi ha spiegato le ragioni per cui un’efficace politica di difesa europea sarà fondamentale nel prossimo futuro.

Cerchiamo quindi di analizzare ordinatamente e un po’ più in dettaglio i termini della questione F-35.

Innanzitutto è necessario fare qualche considerazione sulla spesa italiana in difesa, che si attesta attorno all’1,8% del PIL (contro il 2% che sarebbe richiesto dalla NATO). Il grafico che segue mette a confronto l’evoluzione della spesa militare dei principali paesi europei nel periodo 1995-2010, ed è basato sui dati forniti dal SIPRI:

Spesa in difesa dei principali paesi europei 1995-2010. Fonte: SIPRI. (clic sull'immagine per ingrandire)

Dai dati emerge che l’Italia spende mediamente meno di Francia e Regno Unito, ma più della Germania e in genere più degli altri paesi dell’Europa centro-settentrionale. Il SIPRI riporta, comunque, che il 4,5% circa della spesa militare italiana è ascrivibile a costi di civil defence, ovvero spese ad indirizzo civile (come ad esempio i Carabinieri). Come riporta Andrea Gilli su Epistemes, non è da sottovalutare la tendenza degli stati a gonfiare le cifre per avere più peso in sede internazionale, quindi in termini assoluti la spesa effettiva potrebbe essere inferiore di qualche decimo di punto. Prendendo comunque per buona la stima SIPRI, la nostra spesa in difesa non appare sproporzionata rispetto a quella degli altri paesi europei: non dimentichiamo che l’Italia occupa una posizione strategica al centro del Mediterraneo, un bacino su cui si affacciano molti paesi politicamente instabili.

Nonostante questa premessa, in tempo di tagli e spending review appare del tutto ragionevole avviare una discussione sulla revisione della spesa militare italiana.

Chi in genere invoca i tagli alla difesa chiede che vengano tagliati i programmi militari garantendo al contempo l’occupazione dei dipendenti pubblici e promuovendo la riconversione dell’industria privata. Questo tipo di politica, che risponde ad una logica di disarmo, non garantisce automaticamente un risparmio di spesa dal momento che implica l’avvio di programmi civili di portata sufficiente a garantire l’occupazione del settore privato.

In questa sede partiamo invece dal presupposto che eventuali tagli alla difesa debbano iniziare da quei costi che non sono ad essa strettamente funzionali. A questo proposito, come rimarca l’articolo di Gilli citato in precedenza, è importante considerare che la spesa per stipendi e pensioni assorbe da sola tra il 65% e il 75% del bilancio. Il grafico che segue (fonte NATO) mette a confronto la ripartizione della spesa in difesa di Francia, Germania, Italia, Spagna, UK e USA:

Composizione della spesa in difesa: USA e principali stati europei

L’Italia, com’è facile notare, è il paese che in assoluto spende di più in personale e meno in equipaggiamento. Appare dunque prioritaria una revisione di questa frazione di spesa, prevedendo il trasferimento del personale in esubero ad altri settori della PA assegnandolo a ruoli più produttivi (visto che l’operazione non comporta, di per sé, risparmi di spesa è importante mirare ad un incremento di produttività).

Vale la pena notare che anche gli Stati Uniti stanno procedendo in questa direzione, come testimoniato da una nota di Raymond T. Odierno, Chief of Staff of the Army, su Foreign Affairs. L’idea è, fondamentalmente, quella di ridurre il personale mirando a preservare la spesa per formazione ed equipaggiamenti, anche alla luce dell’evoluzione qualitativa delle operazioni militari avvenuta negli ultimi anni.

Sarebbe inoltre utile avviare un’indagine sugli sprechi, tra cui stipendi e pensioni d’oro, legati alla casta degli alti ufficiali, altro tema affrontato da diverse inchieste giornalistiche in tempi più o meno recenti.

Infine, va rilevato che l’esistenza di quattro diverse Forze Armate non è certo un buon presupposto dal punto di vista della razionalizzazione dei costi. Iniziare a ragionare sulla loro unificazione, anche in funzione di una maggiore integrazione europea, potrebbe essere un importante passo avanti.

Con queste premesse, nell’affrontare la questione F-35 partiamo dal presupposto che l’attuale spesa per mezzi e programmi militari non vada ridotta nell’immediato e che quindi l’obiettivo primario sia la sua ottimizzazione.

Nel caso il programma JSF venga portato a termine, come previsto, con l’acquisto di una novantina di velivoli i costi si attesteranno attorno ai 15 miliardi di euro. Per raffrontare questa cifra al bilancio della nostra difesa va considerato un ammortamento su un periodo di circa vent’anni: è falso, pertanto, affermare che il taglio del programma comporterebbe un immediato risparmio di 15 miliardi. Un’analisi più dettagliata degli aspetti finanziari, basata sulle poche informazioni disponibili, è comparsa su noiseFromAmerika a firma di Sandro Brusco.

Veniamo ora alle caratteristiche peculiari del programma: l’F-35 è un velivolo multiruolo di quinta generazione con capacità stealth, che almeno sulla carta dovrebbe essere il migliore velivolo disponibile sul mercato. Il programma, sviluppato dagli Stati Uniti, coinvolge principalmente Regno Unito, Italia e Paesi Bassi.

Gli Stati Uniti intendono adottare il JSF in sostituzione della flotta di F-15 ed F/A-18, anche se a fronte del continuo aumento dei costi la previsione iniziale di acquisto di oltre duemila esemplari è già stata ridotta a circa settecento unità. Vale la pena di sottolineare che si tratta di un velivolo inizialmente concepito per essere economico, ma il cui costo per unità finirà per essere diverse volte quello inizialmente stimato.

L’Italia è interessata al JSF in quanto è un velivolo ottimizzato per l’attacco al suolo che avrebbe le caratteristiche adatte a sostituire la flotta esistente di Tornado (un aereo entrato in servizio più di trent’anni fa). Inoltre, si tratta dell’unico velivolo di moderna concezione per cui sia prevista una variante STOVL (decollo breve, atterraggio verticale), caratteristica indispensabile per l’impiego sulle due portaerei italiane.

Dal punto di vista industriale, il coinvolgimento di Alenia prevede la realizzazione di un polo presso l’aeroporto militare di Cameri il quale, oltre ad ospitare lo stabilimento di assemblaggio delle ali del JSF, fungerà da centro di manutenzione europeo.

Il JSF manterrà le sue promesse? Tra gli addetti ai lavori c’è scetticismo, a partire dagli assunti strategici su cui il progetto è basato. Una buona disamina tecnica a riguardo, sempre a firma di Andrea Gilli, è comparsa su Epistemes in una serie di tre articoli (I, II e III). In questa sede ci limitiamo a segnalare che su molti fronti la prevista superiorità del JSF non sarà affatto scontata.

Per quanto programma i problemi di ordine pratico, il progetto ha avuto uno sviluppo travagliato e ha subito diversi rallentamenti: è ormai certo che i test conclusivi non arriveranno prima del 2017. Essendo un progetto concepito oltre dieci anni fa, un simile orizzonte temporale appare ben poco promettente. Ricordiamo che, nel frattempo, stiamo assistendo ad un sempre più intenso utilizzo di aerei senza pilota (UAV) il cui ruolo si fa via via più cruciale (in particolare nello scenario mediorientale).

Mentre gli USA lavorano al JSF, sulla scena europea concorrono l’Eurofighter Typhoon (frutto di una collaborazione tra Germania, UK ed Italia), il francese Dassault Rafale e lo svedese Saab Gripen. La guerra in Libia è stato un banco di prova importante per questi velivoli: l’India ha scelto a fine gennaio di dotarsi del Rafale (a scapito dell’Eurofighter), mentre la Svizzera acquisirà il Gripen, un velivolo economico e competitivo per molti aspetti. Il fatto che su tre aerei europei moderni sviluppati in Europa solamente uno di questi sia il frutto di una collaborazione internazionale all’interno dell’UE indica che c’è ancora molto da lavorare in termini di integrazione.

Per quanto riguarda l’Italia, le ultime notizie parlano dell’acquisizione prevista, tra Aeronautica e Marina, di 60 F-35A (versione convenzionale) e 30 F-35B (versione STOVL). La previsione di acquisto iniziale, poi ridimensionata, era di 131 velivoli.

A mio parere, vi sono tre elementi di criticità relativi alla partecipazione italiana al programma:
1) L’Italia non partecipa attivamente allo sviluppo del velivolo, di conseguenza la portata delle ricadute industriali in termini di acquisizione di know-how e nuove tecnologie sarà limitata.
2) Il destino del progetto è nelle mani di Washington e il suo futuro rimane per certi aspetti ancora incerto. In cinque anni possono cambiare molte cose. Nulla ci garantisce, per esempio, che il velivolo avrà le prestazioni attese. Inoltre, anche se ora come ora appare poco probabile, non possiamo escludere un’eventuale futura cancellazione del programma.
3) I costi rischiano di essere troppo elevati in relazione alle effettive potenzialità del velivolo, andando a costituire un investimento sproporzionato rispetto al bilancio della difesa.

Il nostro paese corre quindi il rischio di condizionare per cinque anni le proprie politiche di difesa in funzione di un progetto che ancora presenta troppi fattori di incertezza.

Che fare, dunque? Non credo che un uscita tout court dal programma sia auspicabile: qualsiasi decisione dovrebbe muoversi nell’ottica di preservare le ricadute industriali ora previste. Al contempo, però, l’Italia dovrebbe cercare accordi al fine di ridimensionare il più possibile i piani di acquisto, mirando alla sola acquisizione dei velivoli destinati alle due portaerei in servizio (ruolo per il quale non si profilano comunque alternative all’orizzonte). Per quanto riguarda l’adozione di un caccia multiruolo a decollo e atterraggio convenzionali sarebbe opportuno valutare più attentamente le alternative oggi esistenti.

Più in generale, dal quadro che abbiamo emerge chiaramente l’importanza di una vera politica, al momento estremamente carente, di integrazione europea sul fronte della difesa. Il caso JSF evidenzia le difficoltà insite nella condivisione di programmi con gli Stati Uniti, un partner certamente importante ma i cui interessi prioritari non coincidono necessariamente con i nostri. Come ben illustrano Alessandro Giovannini e Giovanni Faleg su E!Sharp, una politica di difesa comune basata sulla condivisione dei programmi e sulla competizione tra le industrie del settore costituirebbe un fondamentale passo in avanti verso la razionalizzazione dei costi, ma al contempo risulta essere pesantemente ostacolata da questioni di ordine politico e strutturale.

Purtroppo ancora una volta gli interessi nazionali sembrano prevalere di gran lunga su quelli comunitari, impedendo all’Europa di assumere il peso che meriterebbe di avere sul piano geopolitico.

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti