La disuguaglianza ai tempi della crisi

di Ilaria Maselli.

foto di DoctorTongs

Molti dei disagi sociali percepiti in queste ultime settimane, non solo in Italia, ma anche negli altri paesi colpiti dalla crisi, hanno a che fare con un fenomeno di cui si inizia a parlare soltanto a distanza di anni dalla sua comparsa: l’aumento della disuguaglianza di reddito.

L’espressione più forte del fastidio dilagante è il movimento Americano ‘Occupy Wall Street’, conosciuto anche come il movimento del 99% della popolazione, ovvero quella che meno ha beneficiato dalla crescita economica degli ultimi 30 anni. A partire dalla fine degli anni ‘70 infatti, si è verificato negli Stati Uniti un aumento della disuguaglianza economica. L’Europa non è rimasta immune da questo fenomeno che però, grazie alla presenza dello stato sociale e ad una maggiore compressione salariale, si è sviluppato da noi in misura più limitata. Per capire le proporzioni del fenomeno è importante analizzare i dati. L’OCSE calcola periodicamente il coefficiente di Gini, un indice di concentrazione uguale a zero quando il reddito si distribuisce omogeneamente tra tutti gli individui considerati e uguale a uno quando è percepito da uno solo. In termini assoluti i paesi europei si assestano intorno allo 0,29, a fronte di un valore di 0,38 degli USA. Ma all’interno dell’UE ci sono sostanziali differenze: per esempio, l’indice è uguale a 0,26 in Belgio (paese con una forte compressione dei salari) e 0,34 nel Regno Unito, il caso più vicino al modello americano. Vale la pena di notare che l’Italia, insieme a Spagna, Portogallo e Grecia, è uno dei paesi con il più alto valore: la classifica suggerisce quindi che il modello di welfare di questi paesi, generalmente classificato come ‘Mediterraneo’, rimane debole nella sua funzione ridistributiva. Inoltre, ciò che viene percepita in Italia come eccesiva è l’assenza di un legame tra aumento del reddito per le fasce più alte e merito: il reddito da lavoro non è l’unica (e probabilmente neanche la più importante) fonte delle disparità: ad aumentare la disuguaglianza contribuiscono sicuramente le rendite.

Fonte: OCSE

In termini di cambiamento, i dati OCSE indicano che in molti paesi si è verificato un forte cambiamento a partire dalla fine degli anni ‘70 alla luce del quale la disuguaglianza di reddito è aumentata in dieci su diciassette paesi europei membri dell’OCSE (per i quali sono disponibili i dati), lista che include persino i paesi scandinavi, tradizionalmente caratterizzati da un sistema improntato verso l’equità.

Fonte: OCSE

Cosa c’è quindi alla base dell’aumento della disuguaglianza? Diverse ipotesi sono state formulate dai ricercatori. Una riguarda la tecnologia e il mercato del lavoro: la disuguaglianza è aumentata perché la domanda di lavoro si è concentrata negli ultimi decenni nei mestieri molto o molto poco qualificati. Il fenomeno è chiamato polarizzazione della domanda ed è provocato in parte dalla tecnologia che sostituisce i lavori caratterizzati da routine (in genere mediamente qualificati) e in parte dalla delocalizzazione di alcune occupazioni in paesi in cui il costo del lavoro è ancora molto basso. Altri attribuiscono l’aumento della disuguaglianza a fattori istituzionali: progressiva disaffezione nei confronti dei sindacati, aumento dei contratti precari e abbassamento in termini reali dei salari minimi. Altri ancora sostengono che il fattore responsabile è un eccesso di domanda dei lavoratori altamente qualificati dovuto al rallentamento dell’espansione dell’istruzione che ha caratterizzato il XX secolo. Tutte queste teorie hanno solide fondamenta teoriche ed empiriche ed è perciò difficile stabilire chi ha ragione: è molto probabile quindi che in ciascun paese sia valido un mix di esse.

In questi mesi il dibattito più acceso si è spostato dalle cause alle conseguenze dell’aumento della disuguaglianza di reddito. Raghuram Rajan (capo economista del Fondo Monetario Internazionale dal 2003 al 2006) sostiene che l’aumento della disuguaglianza è all’origine della crisi: la crescita debolissima dei salari negli ultimi decenni è stata compensata in USA da un più facile accesso al credito che ha permesso di mantenere alti i livelli di consumo nonché di investire pesantemente nel mercato immobiliare. Alle conseguenze macroeconomiche, già di per sé potenzialmente disastrose, si aggiungono poi quelle sociali: l’aumento della disuguaglianza mette in discussione le fondamenta stesse del welfare, costruito da e per la classe media subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Cosa fare? Un grande passo avanti sarebbe dare ascolto a questo disagio diffuso che dilaga attualmente in Italia e si esprime ora sotto forma di ‘antipolitica’, ora attraverso il brain drain, secondo i meccanismi classici di ‘voice’ o ‘exit’, ovvero dar voce al malcontento o lasciar perdere e andare via. Per motivi di spazio si è parlato fino ad ora soltanto di disuguaglianza di reddito, ma il tema è molto più vasto e meriterebbe di includere (nel prossimo articolo?) altre definizioni di disuguaglianza e di riflettere, per esempio, sull’andamento nel nostro paese della mobilità sociale e del tasso di povertà.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti